Padre Zerai: la solidarietà non è un crimine

Dopo l’accordo italo-libico firmato dai governi Gentiloni e Serraj con il sostegno dell’Unione europea i dati del mese di luglio parlano di 11.459 migranti sbarcati sulle coste italiane contro i 23.552 del luglio dell’anno precedente. Una tendenza confermata dai numeri della prima settimana di agosto: 1.137 migranti, meno di un quinto della stessa settimana del 2016 quando erano sbarcati 5.902 migranti.

Di contro i dati raccolti dalla clinica mobile di Medici per i diritti umani affermano che l’85% dei migranti ha subito in Libia torture e trattamenti inumani e degradanti, il 79% è stato trattenuto/detenuto in luoghi sovraffollati e in pessime condizioni igienico-sanitarie, il 60% ha subito costanti deprivazioni di cibo, acqua e cure mediche, il 55% ha subito percosse e percentuali inferiori ma comunque rilevanti stupri, ustioni, percosse alle piante dei piedi, torture da sospensione, obbligo ad assistere alla tortura e all’uccisione di altre persone.

Intorno a tali numeri si inseriscono molte storie riguardanti il percorso marittimo Libia-Italia, come la tratta di esseri umani ed il ‘braccio di ferro’ tra Stato italiano ed Ong ed anche la Questura di Trapani, che ha mandato un avviso di garanzia a padre Zerai, un sacerdote eritreo, fondatore dell’Agenzia Habescia, da anni impegnato a denunciare i ‘traffici illeciti’ a danno di chi fugge da guerre, dittature e carestie:

“Immagino che sia un provvedimento ricollegabile all’inchiesta aperta sulla Ong Jugend Rettet. Se di questo si tratta, posso affermare in tutta coscienza di non aver nulla da nascondere e di aver agito sempre alla luce del sole e in piena legalità. A parte l’iniziativa di Trapani, di cui ho già informato i miei legali in modo da prenderne visione ed eventualmente controbattere in merito, non sono stato chiamato in alcuna altra sede per giustificare o comunque rispondere del mio operato in favore dei profughi e dei migranti”.

Il sacerdote eritreo non ha nascosto la sua attività di segnalazioni di ‘barconi’ che attraversano il mare: “Confermo che, nell’ambito di questa attività, che peraltro conduco da anni insieme ai miei collaboratori, ho inviato segnalazioni di soccorso all’Unhcr e a Ong come Medici Senza Frontiere, Sea Watch, Moas e Watch the Med. Prima ancora di interessare le Ong, ogni volta ho informato la centrale operativa della Guardia Costiera italiana e il comando di quella maltese.

Non ho invece mai avuto contatti diretti con la nave della Jugend Rettet, chiamata in causa nell’inchiesta della Procura di Trapani, né ho mai fatto parte della presunta ‘chat segreta’ di cui hanno parlato alcuni giornali: le mie comunicazioni sono state sempre inoltrate tramite un normalissimo telefono cellulare.

Tutte le segnalazioni sono il frutto di richieste di aiuto che mi sono state indirizzate non da battelli in partenza dalla Libia, ovvero al momento di salpare, ma da natanti in difficoltà al largo delle coste africane, al di fuori delle acque territoriali libiche e comunque dopo ore di navigazione precaria e pericolosa. Quando mi è stata comunicata nella richiesta di aiuto, ho specificato anche la posizione in mare più o meno esatta del natante.

Lo stesso vale per il numero dei migranti a bordo ed altre notizie specifiche: persone malate o ferite, donne in gravidanza, rischi particolari, ecc. In buona sostanza, cerco di avere ogni volta le informazioni che mi sono state indicate proprio dalla Guardia Costiera Italiana. E’ vero che di volta in volta ripeto la segnalazione anche via mail, ma anche questo è dovuto a una indicazione che ho ricevuto nel 2011 dal comando centrale della Guardia Costiera, che mi chiese di confermare i miei messaggi via mail, cioè in forma scritta, dopo la tragedia avvenuta nel Mediterraneo tra i mesi di marzo e aprile (63 morti), in merito alla quale diversi soggetti negarono di aver ricevuto richieste di soccorso”.

Questa attività del sacerdote è stata pianificata durante il varo dell’operazione ‘Mare Nostrum’ ed anche il governo eritreo ha mosso al sacerdote uguali accuse di ‘collaborazione’ con gli scafisti: “Quanto alle accuse che mi vengono mosse dal Governo eritreo, anche queste ampiamente riprese da alcuni organi di stampa, si commentano da sole: sono le accuse di un regime dittatoriale che ha schiavizzato il mio Paese e non tollera alcun tipo di opposizione, perseguendo anche il minimo dissenso con la violenza, il carcere, i soprusi, la calunnia.

Un regime (hanno denunciato ben due rapporti dell’Onu, dopo anni di inchiesta, nel 2015 e nel 2016) che ha eletto a sistema il terrore, costringendo ogni anno migliaia di giovani ad abbandonare la propria casa per cercare rifugio oltre confine”. Inoltre don Zerai ha criticato l’accordo firmato con la Libia:

“La decisione di dare ‘mano libera’ alla Libia purché, attuando veri e propri respingimenti di massa, si addossi il lavoro sporco di fermare profughi e migranti prima ancora che possano imbarcarsi o a poche miglia dalla riva, è il capitolo conclusivo della politica che, iniziata con il processo di Rabat (2006) e proseguita con il processo di Khartoum (novembre 2014), con gli accordi di Malta (novembre 2015) e il patto con la Turchia (marzo 2016), mira a esternalizzare fino al Sahara le frontiere della Fortezza Europa, confinando al di là di quella barriera migliaia di disperati in cerca solo di salvezza da guerre, persecuzioni, fame, carestia, e intrappolando nel caos della Libia quelli che riescono ad entrare o sono intercettati in mare e riportati di forza in Africa.

Tutto ciò a prescindere dalla libertà, dalla volontà e dalle storie individuali dei migranti, calpestandone i diritti sanciti dalle norme internazionali e dalla Convenzione di Ginevra e senza tener conto della sorte che li aspetta, in Libia, nei centri di detenzione governativi, nelle prigioni-lager dei trafficanti, lungo la faticosa marcia dal deserto alla costa del Mediterraneo”.

Davanti a questa drammatica situazione anche il Tribunale Permanente dei Popoli ha posto al centro della sua istruttoria il rapporto di causa-effetto tra le politiche europee sull’immigrazione e la strage in atto; quindi padre Zerai ha rivolto un appello per revocare tutti i provvedimenti di blocco, istituendo canali legali di immigrazione e riformando il sistema di accoglienza:

“A tutti i media e ai singoli giornalisti, in particolare, l’Agenzia Habeshia fa appello perché raccontino giorno per giorno le morti e gli orrori che avvengono nell’inferno ai quali i migranti sono condannati, in Libia e negli altri paesi di transito o di prima sosta, dalla politica della Fortezza Europa, preoccupata solo di blindare sempre di più i propri confini, senza offrire alcuna alternativa di salvezza ai disperati che bussano alle sue porte”.

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