Sud Sudan in guerra e l’aiuto di papa Francesco

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Il Sud Sudan da alcuni mesi sta vivendo una situazione drammatica, aggravata causa del deteriorarsi del contesto politico e la ripresa degli scontri, tanto da far rinunciare al papa il proprio viaggio. Ed in questo Stato, indipendente da pochi anni, si sta vivendo una nuova crisi umanitaria.

Infatti secondo l’Alto commissariato per i rifugiati dell’Onu, “il numero totale di persone fuggite dal Sud Sudan verso le regioni circostanti è ora di 1.600.000. Il nuovo tasso di persone in fuga è allarmante e rappresenta un peso impossibile da sostenere per una Regione che è considerevolmente più povera e le cui risorse si stanno rapidamente esaurendo. Nessuno, fra i Paesi circostanti, ne è immune.

I rifugiati fuggono verso il Sudan, l’Etiopia, il Kenya, la Repubblica Democratica del Congo e la Repubblica Centrafricana. Quasi la metà delle persone in fuga è arrivata in Uganda, nelle regioni settentrionali del Paese la situazione ora è critica”. Anche Oxfam ha denunciato la situazione che i sud sudanesi stanno vivendo, come ha specificato Paolo Pezzati, policy advisor di Oxfam Italia:

“I sud sudanesi continueranno a scappare dal loro Paese, sconvolto da una guerra brutale, in cerca di protezione, cibo e acqua. I paesi confinanti e la comunità internazionale devono tener fede all’impegno di riportare le parti in conflitto a un tavolo negoziale. Fino ad allora, nessun sud sudanese potrà tornare a casa e sarà costretto a dipendere dagli aiuti umanitari”.

A tale situazione si è aggiunto anche un rapporto di Amnesty International, intitolato ‘Non rimanere in silenzio. Le sopravvissute alla violenza sessuale in Sud Sudan chiedono giustizia e riparazione’, in cui si rivela che, dall’inizio delle ostilità alla fine del 2013, migliaia di persone in tutto il paese hanno subito gravi atti di violenza sessuale. Gli autori appartengono a entrambe le parti in conflitto – le forze governative del presidente Salva Kiir di etnia dinka e dell’ex presidente Riek Machar di etnia nuer – e dei gruppi armati loro alleati.

Le ricercatrici di Amnesty International hanno intervistato 168 vittime di violenza sessuale, tra cui 16 uomini, in città e villaggi di quattro stati del Sud Sudan – Equatoria centrale, Jonglei, Alto Nilo e Unione – e in tre campi per rifugiati nel nord dell’Uganda. Molte delle vittime sono state prese di mira a causa della loro etnia, che è sempre più spesso collegata alla fedeltà politica col governo o con l’opposizione.

Infatti a Radio Vaticana mons. Edward Hiiboro Kussala, vescovo della diocesi di Tombura-Yambio e presidente della Conferenza episcopale cattolica del Sudan, ha affermato che il motivo della guerra non è politico, ma tribale e culturale: “La situazione del Sud Sudan continua a essere drammatica; la guerra non è ancora finita, anche se c’è stato il negoziato di pace. La guerra continua ancora tra i soldati del governo e i ribelli.

In questa guerra, le vittime sono gli innocenti: donne, bambini e anziani. Non c’è zona del Sud Sudan in cui non ci sia sofferenza, perché la guerra è diffusa in tutto il Paese. Nella zona del Monte Nuba continuano i bombardamenti: anche lì, alla popolazione mancano i mezzi di sussistenza come il cibo. La posizione della Chiesa continua a essere per la pace e la riconciliazione: siamo la voce morale, ci ascoltano ma non fanno quello che proponiamo, come dialogare per risolvere i problemi esistenti”.

Ma nonostante ciò la Chiesa continua la sua opera per la pacificazione: “La nostra azione come Chiesa è continuare a dialogare con i gruppi ribelli, infatti anche in Sud Sudan ormai non esiste più un solo gruppo di ribelli, sono tanti. Allora, visto che sono tanti cerchiamo di arrivare a ciascuno di loro per parlare dell’importanza della pace. E poi, c’è la posizione del governo.

Qualche mese fa, sono andato nella foresta a parlare con i giovani che hanno preso le armi: erano più di 15.000 persone e siamo riusciti a riportare questi giovani dalla foresta nella città, dove hanno avuto un dialogo con il governo. La Chiesa ancora continua a dare da mangiare, apre le scuole, aiuta i giovani che escono dalla foresta … ci siamo quasi per tutto”.

E nel messaggio per ricordare l’indipendenza del Paese ha scritto: “Voglio continuare a lavorare per l’unità del mio paese. Voglio spendere la mia vita per una pace duratura, la pace che è stata rubata da qualcuno. Ci sono molti, molti come me, di tutte le religioni, che non hanno rinunciato alla speranza. Credo che lo stato attuale del paese sia solo una fase di passaggio.

La libertà è dono di Dio. La pace è dono di Dio. I doni di Dio sono destinati ai suoi figli. L’indipendenza non è acquisita una volta per tutte, ma è forgiata quotidianamente, realizzata ogni giorno… Amata gente del Sud Sudan, dobbiamo pregare intensamente per la pace! Perchè i cuori delle persone siano guidati dall’amore e dalla fiducia reciproca, indipendentemente dalle etnie o dalla comunità di appartenenza, rendendo così la vita nel Sud Sudan più significativa e gioiosa”.

Infatti la Chiesa è presente soprattutto con le opere e papa Francesco, pur avendo rimandato il viaggio, ha voluto sostenere un progetto in tre aree dello Stato per alleviare le sofferenze della popolazione, che riguarda l’area della salute, gestito dalle Suore Missionarie Comboniane. Ci sono due ospedali comboniani. Uno nella diocesi di Wau, che ha cominciato le attività nel 2011 e ha una capacità di 105 posti letto distribuiti nei reparti di chirurgia, medicina e maternità, e che ha una media di 300 pazienti al giorno e 40.000 ricoveri l’anno.

L’altro è l’ospedale di Nzara, nella diocesi di Tombara Yambio, con 130 posti letto con una media di 90 pazienti al giorno, che ha come priorità, appunto, l’assistenza sanitaria ai bambini, ma anche la prevenzione e cura di malattie come tubercolosi, lebbra e AIDS. Quindi, i progetti di educazione, gestiti dall’associazione Solidarity with South Soudan. L’associazione raccoglie congregazioni religiose maschili e femminili, che si riuniscono anche in centri intercongregazioni, con una visione profetica che poi fu lanciata da papa Francesco nell’Anno per la Vita Consacrata, ovvero quella di andare oltre i propri carismi.

Il Centro si chiama Solidarity Teacher Training Center (STTC), ha sede a Yambio e raccoglie studenti che rappresentano 14 diversi gruppi etnici. Il centro ha accolto 3500 studenti fino ad ora. Infine, nell’area dell’agricoltura il supporto dato dal Papa sarà destinato ai programmi di livelihoods, con l’acquisto di sementi e di attrezzi agricoli a favore di 2500 famiglie nelle diocesi di Yei, Tombura-Yambio e Torit, realizzato a livello diocesano dalle rispettive Caritas.

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