Papa Benedetto XV contro l’inutile strage che si ripete

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La Prima Guerra Mondiale era all’apice della violenza e papa Benedetto XV, il 1 agosto scriveva agli ambasciatori chiedendo di fermare l’inutile ‘strage’: “Fino dagli inizi del Nostro Pontificato, fra gli orrori della terribile bufera che si era abbattuta sull’Europa, tre cose sopra le altre Noi ci proponemmo:

una perfetta imparzialità verso tutti i belligeranti, quale si conviene a chi è Padre comune e tutti ama con pari affetto i suoi figli; uno sforzo continuo di fare a tutti il maggior bene che da Noi si potesse, e ciò senza accettazione di persone, senza distinzione di nazionalità o di religione, come Ci detta e la legge universale della carità e il supremo ufficio spirituale a Noi affidato da Cristo; infine la cura assidua, richiesta del pari dalla Nostra missione pacificatrice, di nulla omettere, per quanto era in poter Nostro, che giovasse ad affrettare la fine di questa calamità, inducendo i popoli e i loro Capi a più miti consigli, alle serene deliberazioni della pace, di una pace giusta e duratura”.

E parlava del suicidio dell’Europa, chiedendo che sia valorizzata la ‘forza del diritto’ per una pace ‘giusta e duratura’: “E primieramente, il punto fondamentale deve essere che sottentri alla forza materiale delle armi la forza morale del diritto. Quindi un giusto accordo di tutti nella diminuzione simultanea e reciproca degli armamenti secondo norme e garanzie da stabilire, nella misura necessaria e sufficiente al mantenimento dell’ordine pubblico nei singoli Stati; e, in sostituzione delle armi, l’istituto dell’arbitrato con la sua alta funzione pacificatrice, secondo e norme da concertare e la sanzione da convenire contro lo Stato che ricusasse o di sottoporre le questioni internazionali all’arbitro o di accettarne la decisione.

Stabilito così l’impero del diritto, si tolga ogni ostacolo alle vie di comunicazione dei popoli con la vera libertà e comunanza dei mari: il che, mentre eliminerebbe molteplici cause di conflitto, aprirebbe a tutti nuove fonti di prosperità e di progresso”. Una speciale attenzione era rivolta alla questione balcanica ed armena:

“Lo stesso spirito di equità e di giustizia dovrà dirigere l’esame di tutte le altre questioni territoriali e politiche, nominatamente quelle relative all’assetto dell’Armenia, degli Stati Balcanici e dei paesi formanti parte dell’antico Regno di Polonia, al quale in particolare le sue nobili tradizioni storiche e le sofferenze sopportate, specialmente durante l’attuale guerra, debbono giustamente conciliare le simpatie delle nazioni”.

Con tale lettera papa Benedetto XV delineava il futuro dell’Europa sulla via della pace, come ha affermato in un convegno a lui dedicato il segretario di Stato Vaticano, card. Pietro Parolin: “Fin dalla prima Enciclica ‘Ad beatissimi’, del novembre 1914, Benedetto XV rifiutò di schierarsi con l’Intesa o gli Imperi Centrali, optando per una stretta neutralità, che solo ad occhi ingenui sarebbe potuta apparire come una scelta di comodo e indolore.

La sua posizione e quella della Chiesa gli sarebbe costata un dileggio diverso da quello anticlericale del Risorgimento italiano, ma di rango internazionale: ‘Le Pape Boche’ per la stampa francese, il ‘Franzosenpapst’ in quella tedesca, ‘Pilate XV’ per il romanziere Léon Bloy e, per il patriottismo italiano in cerca di benedizioni, l’ingiurioso ‘Maledetto XV’… Benedetto XV è il primo Papa che non vede più ad est di Roma un impero, ma un ‘Medio Oriente’, con problemi insolubili e a volte sembra perfino insoluti oggi: un incubatore di grandi tragedie come quella armena, e di nostalgie avvelenate come quella che ha percorso quelle terre fino ad oggi.

Lì la Santa Sede si è trovata davanti alle comunità dei cristiani in comunione con Roma, per le quali essa chiedeva protezione; ma anche alle altre comunità cristiane apostoliche o antichissime, con le quali i rapporti erano stati spesso tesissimi. E mi chiedo come queste comunità abbiano visto un’azione di questo tipo”.

Il comportamento di papa Benedetto XV non solo è avversato dagli Stati, ma secondo lo storico Daniele Menozzi, scontenta anche i cristiani, in quanto condanna la guerra: “Se le cose, come pare verosimile, stanno così, si può ritenere che ad indurre il papa a prospettare la possibilità di sciogliere il nesso tra buon cattolico e buon soldato, su cui si fondava la teologia della guerra giusta, stava in primo luogo l’orrore per tragedie che colpivano non solo i militari, ma anche popolazioni civili, investite da una guerra ormai lunghissima, sempre più cruenta e senza apparenti esiti risolutivi…

E’ invece accertata la crescente irritazione di Benedetto XV per la produzione di preghiere che, ben lontane dal modello da lui stesso proposto per impetrare la pace, anzi talora intrecciando persino quel suo testo con motivi nazionalistici, finivano per promuovere tra i fedeli la sacralizzazione della guerra”.

Infatti, come racconta anche lo storico Roberto Morozzo della Rocca, le reazioni dei cappellani militari furono piuttosto silenti: “I cappellani, nella loro marcata dipendenza dagli ufficiali e sentendosi essi stessi responsabili del morale bellico dei soldati, reagirono alla nota pontificia anzitutto preoccupati delle accuse che attirava nei loro confronti e sui cattolici da parte delle autorità militari.

Non mancò tuttavia fra i cappellani un modo differenziato di recepire le parole di Benedetto XV e di intervenire nelle polemiche susseguenti. Alcuni cappellani difesero, per un radicato senso di obbedienza ecclesiastica, l’operato del papa, proponendo varie distinzioni come aveva fatto intanto don Giulio de’ Rossi su ‘Il Prete al Campo’. Altri invece vi rinunciarono, disapprovando più o meno espressamente la nota papale, per i suoi pericolosi effetti disfattisti sull’animo dei soldati”.

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