A Torino la Chiesa cammina con i giovani

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Nel mese di giugno la chiesa torinese ha celebrato il sinodo diocesano dei giovani in sintonia con il prossimo sinodo generale sui giovani, secondo quanto è stato scritto dai sinodi precedenti: “Per ‘luoghi’ non si intendono innanzitutto spazi da occupare ma ambiti della vita da abitare, da accompagnare e, prima ancora, da ascoltare. Anche l’Oratorio dovrà essere ripensato, per poter essere, oggi, anche in ‘terra straniera’, segno della prossimità di Dio e di prossimità alle giovani generazioni”.

Salutando i numerosi partecipanti l’arcivescovo di Torino, mons. Cesare Nosiglia, ha accolto i giovani con uno sguardo positivo e paterno: “Voi stessi cari giovani amici dovete avere su voi stessi e i vostri coetanei tale atteggiamento positivo ed incoraggiante, perché sappiamo bene che il Vangelo risponde alle più vere e segrete aspirazioni di ogni giovane come di ogni uomo e donna e il suo annuncio è fonte di gioia attesa e desiderata.

Occorre crederci fino in fondo e mai disperare anche di fronte a situazioni di ‘morte’ spirituale, perché Gesù ha risuscitato anche la giovane figlia di Giairo e il figlio della vedova di Nain per mostrare che nessun giovane è morto per sempre, ma ha solo bisogno di qualcuno che gli dica: alzati e riprenditi fino in fondo la vita. Questo qualcuno è Gesù, perché solo lui conosce il cuore di ognuno di noi, e solo lui può far risuonare la sua voce nel nostro animo”.

L’arcivescovo ha invitato i giovani a scoprire la bellezza della comunità: “Riscopriamo e gustiamo la bellezza e la positività di stare insieme in una esperienza comune che ci fa superare quell’individualismo e quella autoreferenzialità che spesso viviamo persino in famiglia e nelle nostre comunità. Se ci immettiamo con entusiasmo in questo circuito di relazioni con il Signore e tra noi fondate sul suo dono di amore, allora ci accorgeremo che la potenza della sua risurrezione è qui tra noi, oggi e ora.

E’ vero che a volte siamo abituati a vedere di più le cose che non vanno e pensiamo che le difficoltà del credere e dell’accoglienza del Vangelo e della Chiesa soprattutto nel mondo giovanile siano in forte crisi, ma non dobbiamo dimenticare che anche una piccola luce se è circondata dal buio non si spegne e diventa un segnale di vita e di speranza per tutti”.

Concludendo il saluto ha esortato i giovani a non ‘abbassare le braccia: “Credere è lottare sempre e non darsi mai per vinti perché la nostra fede ricca di amore vincerà il mondo come l’ha vinto l’apparente debolezza e sconfitta della croce di Cristo… Piangerci addosso non serve e non è nemmeno proprio di un credente che sa vedere i segni concreti dell’azione di Dio attorno a sé, ne gioisce e se ne fa carico con entusiasmo e impegno”.

Nella relazione principale don Luca Ramello, incaricato della Pastorale giovanile diocesana, ha offerto la sua riflessione su Genesi 13,14-17, in cui Dio invita Abramo ad alzarsi e partire: “Come canta Maria nel Magnificat, il tema della scorsa GMG, Abramo è il modello di tutti i padri, di coloro che si fidano delle promesse di Dio. E’ interessante che venga proposto anche ai giovani del mondo intero: tutti noi, giovani e adulti, possiamo infatti rispecchiarci nell’esperienza di Abramo, come la stessa giovane ragazza di Nazareth, che sente la necessità di riferirsi a lui per interpretare (per ‘discernere’) le grandi cose che sorprendentemente si compiono in lei. Il Papa sottolinea la promessa della terra nuova”.

Ripercorrendo il cammino diocesano dei giovani don Ramello li ha invitati ad alzare lo sguardo per vedere il volto di Gesù: “Alzare gli occhi e spingere lo sguardo è dono del Signore. Solo con la sua grazia, sulla sua Parola, è possibile sperare contro ogni speranza (cfr Rm 4,18). Il nostro sguardo deve continuamente rivolgersi verso Cristo, per far nostro il suo stesso sguardo… La nostra fede è sfidata a intravedere il vino in cui l’acqua può essere trasformata, e a scoprire il grano che cresce in mezzo della zizzania.

In sostegno all’indubbia fatica di questa sfida di fede, gli Orientamenti di Pastorale Giovanile ‘Destare la vita’ e lo Strumento di lavoro ci delineano chiaramente i criteri del concreto discernimento evangelico sulla Pastorale Giovanile nella nostra Arcidiocesi, a partire da quello ‘sguardo’ sui giovani, maturato sullo ‘sguardo’ d’amore di Gesù Cristo”.

Quindi ha invitato a guardare la realtà con lo sguardo della fede: “La promessa della terra e della discendenza fatta ad Abramo sarà possibile unicamente se egli lascerà la sua terra, la sua parentela, la casa di suo padre, cioè i suoi legami più forti: la sua cultura di origine, il suo clan, i suoi parenti. Per avere una discendenza Abramo deve lasciare il suo passato e i suoi legami. La richiesta di abbandonare il passato, che il Signore rivolge ad Abramo, è un elemento molto importante di questo primo passo della sua storia”.

Inoltre ha invitato i giovani a costruire relazioni nuove, secondo il volere di Dio nel modello abramitico: “La fecondità, la possibilità di creare una realtà nuova, una sola carne, la si può realizzare solo lasciando il padre e la madre, coloro che ci hanno generati. Un processo forse mai finito, che però deve essere compiuto per costruire qualcosa di autenticamente nostro nella nostra vita, per essere fecondi.

Anche la creazione, come abbiamo visto, avviene tramite la separazione: la separazione è sempre lacerante, ma è anche la possibilità della vita. Senza prendere le distanze tra coloro che ci hanno dato la vita (non solo i genitori ma anche l’ambiente, la cultura, le tradizioni, i maestri), non c’è vita vera. Non si tratta di rinnegare o rimuovere il passato, nemmeno di dimenticarlo, ma di distaccarsi da esso per farlo veramente nostro, per ritrovarlo, alla fine, in una modalità nuova”.

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