Papa Francesco affida la Chiesa ai santi Pietro e Paolo

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Nel tweet per la festa dei santi Pietro e Paolo papa Francesco ha scritto: “Ci affidiamo all’intercessione dei santi Pietro e Paolo per testimoniare l’azione liberatrice di Dio su di noi”. Sta in questa frase tutta la giornata cristiana della festività dei pilastri del cristianesimo. Come ha specificato papa Francesco nell’Angelus, riprendendo i Padri della Chiesa:

“Padri della Chiesa amavano paragonare i santi Apostoli Pietro e Paolo a due colonne, sulle quali poggia la costruzione visibile della Chiesa. Entrambi hanno suggellato con il proprio sangue la testimonianza resa a Cristo con la predicazione e il servizio alla nascente comunità cristiana. Questa testimonianza è messa in luce dalle Letture bibliche della liturgia odierna, Letture che indicano il motivo per cui la loro fede, confessata e annunciata, è stata poi coronata con la prova suprema del martiri”.

Inoltre il papa ha invitato i cristiani ad intraprendere un cammino di liberazione fidandosi di Dio: “Entrambi, con le loro vicende personali ed ecclesiali, dimostrano e dicono a noi, oggi, che il Signore è sempre al nostro fianco, cammina con noi, non ci abbandona mai. Specialmente nel momento della prova, Dio ci tende la mano, viene in nostro aiuto e ci libera dalle minacce dei nemici. Ma ricordiamoci che il nostro vero nemico è il peccato, e il Maligno che ci spinge ad esso.

Quando ci riconciliamo con Dio, specialmente nel Sacramento della Penitenza, ricevendo la grazia del perdono, siamo liberati dai vincoli del male e alleggeriti dal peso dei nostri errori. Così possiamo continuare il nostro percorso di gioiosi annunciatori e testimoni del Vangelo, dimostrando che noi per primi abbiamo ricevuto misericordia”.

In mattinata il papa aveva benedetto i palli dei nuovi cardinali, celebrando con loro la santa messa, a cui ha partecipato una Delegazione del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, inviata da Sua Beatitudine Bartolomeo e guidata da Sua Eminenza Job, Arcivescovo di Telmessos, accompagnato dai padri Ambrosios Chorozidis e Agathanghelos Siskos.

Nell’omelia della celebrazione eucaristica papa Francesco ha sottolineato tre parole, confessione, persecuzione, preghiera. Per la prima parola il papa ha detto: “La confessione è quella di Pietro nel Vangelo, quando la domanda del Signore da generale diventa particolare… Ecco la confessione: riconoscere in Gesù il Messia atteso, il Dio vivente, il Signore della propria vita. Questa domanda vitale Gesù la rivolge oggi a noi, a tutti noi, in particolare a noi Pastori.

E’ la domanda decisiva, davanti alla quale non valgono risposte di circostanza, perché è in gioco la vita: e la domanda della vita chiede una risposta di vita. Perché a poco serve conoscere gli articoli di fede se non si confessa Gesù Signore della propria vita”.

Dalle risposte del cristiano alla domanda di Gesù si può discernere il nostro grado di fede: “Chiediamoci se siamo cristiani da salotto, che chiacchierano su come vanno le cose nella Chiesa e nel mondo, oppure apostoli in cammino, che confessano Gesù con la vita perché hanno Lui nel cuore.

Chi confessa Gesù sa che non è tenuto soltanto a dare pareri, ma a dare la vita; sa che non può credere in modo tiepido, ma è chiamato a ‘bruciare’ per amore; sa che nella vita non può ‘galleggiare’ o adagiarsi nel benessere, ma deve rischiare di prendere il largo, rilanciando ogni giorno nel dono di sé. Chi confessa Gesù fa come Pietro e Paolo: lo segue fino alla fine; non fino a un certo punto, ma fino alla fine, e lo segue sulla sua via, non sulle nostre vie. La sua via è la via della vita nuova, della gioia e della risurrezione, la via che passa anche attraverso la croce e le persecuzioni”.

In quanto alla parola ‘persecuzione’ il papa ha invitato a ‘sopportare’ la persecuzione del mondo: “Sopportare è saper vincere con Gesù alla maniera di Gesù, non alla maniera del mondo. Ecco perché Paolo si ritiene un vincitore che sta per ricevere la corona e scrive: ‘Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede’.

L’unica condotta della sua buona battaglia è stata vivere per non per sé stesso, ma per Gesù e per gli altri. Ha vissuto ‘correndo’, cioè senza risparmiarsi, anzi consumandosi. Una cosa dice di aver conservato: non la salute, ma la fede, cioè la confessione di Cristo”.

Ed infine la preghiera che è l’acqua indispensabile che nutre la speranza e fa crescere la fiducia: “Una Chiesa che prega è custodita dal Signore e cammina accompagnata da Lui. Pregare è affidargli il cammino, perché se ne prenda cura. La preghiera è la forza che ci unisce e sorregge, il rimedio contro l’isolamento e l’autosufficienza che conducono alla morte spirituale.

Perché lo Spirito di vita non soffia se non si prega e senza preghiera non si aprono le carceri interiori che ci tengono prigionieri…. Quanto è urgente nella Chiesa avere maestri di preghiera, ma prima di tutto essere uomini e donne di preghiera, che vivono la preghiera!”

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