Milano ha ricordato le parole profetiche di Giuseppe Lazzati

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Nei giorni scorsi la diocesi di Milano ha ricordato i 31 anni dalla morte del venerabile Giuseppe Lazzati, figura significativa del cattolicesimo italiano del Novecento e impareggiabile testimone nella 150enaria storia dell’Azione Cattolica Italiana. Egli partecipò attivamente alla stesura della Costituzione Italiana, di cui a dicembre ricorrono esattamente i 70 anni dalla sua promulgazione. Appena terminata la guerra Lazzati fu chiamato da Dossetti ad impegnarsi in politica e con La Pira furono chiamati i ‘professorini’.

Il gruppo dossettiano si segnalò in quel periodo così intenso e decisivo per la storia della Repubblica, soprattutto per il grande contributo alla stesura della prima parte della Costituzione (i principi fondamentali redatti dalla Commissione dei 75) e per i continui richiami a non sovrapporre il proprio impegno politico con quello per la Chiesa.

Proprio Lazzati, infatti, affermava con convinzione che i due piani sarebbero dovuti rimanere necessariamente distinti: all’Azione Cattolica spettava principalmente il compito di formazione e preparazione religiosa e morale dei credenti, mentre alla DC spettava l’opera di educazione politica e di rappresentanza all’interno delle istituzioni.

I credenti impegnati in politica, quindi, dovevano essere autonomi dalla gerarchia ecclesiastica. Sapendo di essere minoranza all’interno del partito, il gruppo dei ‘professorini’ fondò nel maggio 1947 la rivista ‘Cronache Sociali’, con l’obiettivo di farla diventare uno strumento di dibattito politico per educare i cattolici ad un’idea di democrazia basata sulla partecipazione e sulla giustizia tra i cittadini e ad un impegno politico come servizio autonomo e non succube della gerarchia.

Scriveva Lazzati: “Sino da allora era convinzione comune che il rinnovamento spirituale e culturale del nostro paese, prostrato dal fascismo e dalla guerra, fosse condizione e premessa di autentico rinnovamento politico. Ho detto rinnovamento spirituale e culturale, ma devo aggiungere, a scanso di equivoci, condotto all’insegna di quella unità dei distinti che sola permette di evitare confusioni e separazioni, forme di integrismi e clericalismi le prime o di secolarismi e laicismi le seconde. Solamente un rinnovamento di tale fatta poteva condurre i cattolici da lungo tempo estranei alla politica a pensare e gestire la politica stessa in modo nuovo”.

La rivista, secondo Dossetti e Fanfani, doveva assolvere principalmente ad un compito di informazione politica. Per Lazzati, invece, essa doveva promuovere un’ ‘azione formativa in lato senso culturale’. Pertanto, attraverso la rivista, egli introdusse in Italia quanto di meglio, in materia d’impegno storico-politico dei cristiani laici, aveva prodotto la riflessione neotomistica di Maritain e di Journet, offrendo ai lettori italiani una matura riflessione sui fondamenti teologici dell’agire politico e della sintesi sapienziale tra fede e politica, e distinguendo nettamente (senza però contrapporli) l’azione evangelizzatrice e l’impegno politico.

In un articolo, intitolato ‘Esigenze cristiane in politica’, Lazzati spiegava: “Per lo più il cristiano si trova immerso in quella concezione machiavellica dissociante la politica dall’etica che sembra fatta per ogni successo e facilmente tenta di ricercare almeno una conciliazione.

Sa il cristiano che nulla può compromettere il suo efficiente sforzo di rinnovamento quanto l’accettare tale tentazione o il venire a patti con essa, e pur agendo con senso vivo di realismo che è proprio dell’etica politica avente nel tempo, e non nell’eterno come la persona, il suo fine immediato, la respingerà con forza, facendo ricorso a quell’eroismo interiore che fondi il tipo di santità quale l’età nostra caratteristicamente richiede”.

Per questo Lazzati sottolinea che il compito del cattolico in politica è la ‘mediazione’, che si realizza sia come cooperazione sia come dialogo: se si deve costruire e gestire la città, occorre cooperare e dialogare, puntando tutti ad un unico e medesimo obiettivo (la città dell’uomo a misura d’uomo) pur partendo da ipotesi e pur seguendo prospettive diverse.

Il cristiano deve diventare lievito di mediazione, mentre costruisce la città insieme agli altri uomini. Anzi il suo apporto costruttivo all’impresa sarà proprio quello di stimolare e suscitare la mediazione: “Purtroppo gli equivoci nati sul termine mediazione lo rendono a taluni sospetto e si esigerebbe un lungo discorso per indicare gli aspetti teologici, storici, esistenziali che valgono a fondarne la validità, sia sul piano culturale, sia sul piano dell’agire.

Basti qui ricordare che l’identità cristiana, proprio perché deriva da Cristo, il mediatore per eccellenza, consiste nell’essere mediazione non certo nel senso di ‘menomazione’, di ‘dimidiazione’, ma nel senso di concepire quell’identità situandola nella storia… Tutto questo è fondamento di autentica cooperazione, di cui è strumento il dialogo, che i cristiani devono essere pronti ad aprire con tutti, ponendo a radice di tale capacità il rispetto e l’amore per tutti”.

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