La Chiesa scende in campo per un lavoro giusto

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Nel messaggio al presidente della Pontifica Accademia delle Scienze Sociali, prof.ssa Margaret Archer, papa Francesco ha ribadito il concetto di essere umano quale soggetto di relazioni: “Le persone sono partner, ovvero esse “prendono parte”, nella misura in cui la società distribuisce delle parti.

Dal momento che la società è una realtà partecipativa per il reciproco interscambio, dobbiamo rappresentarcela, a un tempo, come un tutto irriducibile e come un sistema di interrelazione fra le persone. La giustizia allora può essere ritenuta la virtù degli individui e delle istituzioni, che, nel rispetto dei legittimi diritti, mirano alla promozione del bene di coloro che vi prendono parte”.

Richiamando il valore della Dottrina Sociale della Chiesa il papa ha sottolineato il valore della parola ‘fraternità’: “La parola-chiave che oggi meglio di ogni altra esprime l’esigenza di superare tale dicotomia è ‘fraternità’, parola evangelica, ripresa nel motto della Rivoluzione Francese, ma che l’ordine post-rivoluzionario ha poi abbandonato, per le note ragioni, fino alla sua cancellazione dal lessico politico-economico.

E’ stata la testimonianza evangelica di san Francesco, con la sua scuola di pensiero, a dare a questo termine il significato che esso ha poi conservato nel corso dei secoli; cioè quello di costituire, ad un tempo, il complemento e l’esaltazione del principio di solidarietà. Infatti, mentre la solidarietà è il principio di pianificazione sociale che permette ai diseguali di diventare eguali, la fraternità è quello che consente agli eguali di essere persone diverse.

La fraternità consente a persone che sono eguali nella loro essenza, dignità, libertà, e nei loro diritti fondamentali, di partecipare diversamente al bene comune secondo la loro capacità, il loro piano di vita, la loro vocazione, il loro lavoro o il loro carisma di servizio”.

Solo la fraternità può consentire uno sviluppo umano integrale, che dà dignità al lavoro: “E’ all’interno di questo contesto che si pone la questione del lavoro. I limiti dell’attuale cultura del lavoro sono ormai divenuti evidenti ai più, anche se non c’è convergenza di vedute sulla via da percorrere per giungere al loro superamento. La via indicata dalla DSC inizia dalla presa d’atto che il lavoro, prima ancora che un diritto, è una capacità e un bisogno insopprimibile della persona.

E’ la capacità dell’essere umano di trasformare la realtà per partecipare all’opera di creazione e conservazione operata da Dio, e, così facendo, di edificare sé stesso. Riconoscere che il lavoro è una capacità innata e un bisogno fondamentale è un’affermazione assai più forte che dire che esso è un diritto. E ciò perché, come la storia insegna, i diritti possono essere sospesi o addirittura negati; le capacità, le attitudini e i bisogni, se fondamentali, no”.

Riprendendo la definizione classica di lavoro papa Francesco ha invitato a non dimenticare la nozione di ‘giustizia del lavoro’: “Il lavoro giusto è quello che non solamente assicura una remunerazione equa, ma corrisponde alla vocazione della persona e perciò è in grado di dare sviluppo alle sue capacità. Proprio perché il lavoro è trasformativo della persona, il processo attraverso il quale vengono prodotti beni e servizi acquista valenza morale.

In altri termini, il luogo di lavoro non è semplicemente il luogo in cui certi elementi vengono trasformati, secondo determinate regole e procedure, in prodotti; ma è anche il luogo in cui si formano (o si trasformano) il carattere e la virtù del lavoratore”. E nel documento conclusivo la Pontificia Accademia delle Scienze Sociali ha sottolineato che “lo scopo di includere le persone e le comunità nella società non può essere perseguito con misure forzate o in maniera standardizzata”.

Il lavoro in tutto questo è fondamentale, ha affermato il Cancelliere della Pontificia Accademia, mons. Marcelo Sànchez Sorondo: “Sono state fatte molte conquiste, però ancora non siamo arrivati al punto di tenere conto nel lavoro della propria vocazione e delle proprie capacità. Questo sarebbe un’applicazione del principio della fraternità, che riconoscendo la propria eguaglianza nella propria dignità, tuttavia dà spazio per la diversità delle proprie vocazioni”.

Per questo nel messaggio per la festa del lavoro la Cei ha sottolineato che il lavoro è una ‘questione di giustizia’: “Se il lavoro oggi manca è perché veniamo da un’epoca in cui questa fondamentale attività umana ha subito una grave svalorizzazione. La ‘finanziarizzazione’ dell’economia con lo spostamento dell’asse degli interessi dal profitto derivante da una produzione in cui il rispetto del lavoratore era imprescindibile alla crescita dei vantaggi economici provenienti dalle rendite e dalle speculazioni, ha reso il lavoro quasi un inutile corollario.

Inoltre, lì dove il lavoro ha continuato ad essere centrale nella produzione della ricchezza, non è stato difeso dallo sfruttamento e da tutta l’opacità cercata da chi ha voluto fare profitto senza rispettare chi gli ha consentito di produrre”. Quindi per la Chiesa occorre ridare un ‘senso’ al lavoro per progettare una economia nuova: “La questione della giustizia e quella del senso sono strettamente intrecciate tra loro.

Infatti, è solo laddove si riconosce la centralità del lavoro che si può generare un valore economico realmente propulsivo per l’intera comunità. E oggi più che mai questa affermazione trova riscontro nella realtà economica. Al di là dei tanti elementi problematici, occorre dunque saper cogliere gli aspetti promettenti che aiutano a pensare alla possibilità di affrontare la sfida e costruire un’economia capace di uno sviluppo sostenibile; sfide che è possibile vincere rimettendo il lavoro al primo posto. E’ questa anche la chiave per ordinare i diversi ambiti della vita personale e sociale”.

E secondo l’arcivescovo di Torino, mons. Cesare Nosiglia, il lavoro è stato ‘svalorizzato’: “Non sarà possibile nessuna reale ripresa economica, senza che sia riconosciuto a tutti il diritto al lavoro e promosse le condizioni che lo rendano effettivo. Combattere tutte le forme di sfruttamento e di sperequazione retributiva rimane obiettivo prioritario di ogni progresso sociale.

E’ quindi urgente dare risposte vere ed efficaci in queste circostanze, perché siamo quotidianamente feriti dal dramma di tanti giovani che lasciano la nostra terra, o che non hanno lavoro, e molte volte neppure lo cercano più. Nei confronti dei giovani, da noi riconosciuti come la più efficace e determinante risorsa per il prossimo futuro, la nostra Chiesa, in sinergia con le diverse parti sociali che hanno a cuore la formazione e l’inserimento nel mondo del lavoro, sta dedicando energie e risorse, facendosi promotrice di incontri e momenti di confronto secondo lo stile inaugurato nella proficua esperienza dell’Agorà del Sociale, impegnata ad affrontare, unitamente alle forze civili, economiche ed istituzionali del territorio, la questione del ‘modello di sviluppo’ sociale”.