Pasqua nelle zone del terremoto: la morte è vinta

Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Pasqua di sapore diverso nelle zone colpite dal terremoto con un invito a non cedere ad una cultura di morte, ma a coltivare la speranza nella Resurrezione. Nella notte pasquale, celebrata nel complesso cistercense dell’Abbadia di Fiastra di Tolentino, il vescovo di Macerata, mons. Nazzareno Marconi, ha sottolineato che anche nelle zone colpite dal terremoto la speranza della resurrezione è più forte della morte:

“L’esperienza di Pasqua che ha cambiato la vita dei discepoli e del mondo e che questa notte celebriamo è infatti l’incontro fatto dai testimoni della risurrezione. Quel Gesù, che essi avevano visto morire e avevano sepolto, si è ripresentato a loro vivo, anzi ‘Risorto’. Pieno cioè di una vita che non era solo la vita di prima, la nostra fragile vita che cammina sempre più velocemente verso la morte, ma una vita piena, che cresce sempre di più e contagia quanti la toccano, facendoli sentire pieni della vita di Dio”.

Secondo il vescovo la morte è ‘morta’: “Chi ci ha dato la vita, che scorre verso la morte, può darci una vita nuova che sgorga oltre la morte. Questo è l’annuncio, il Risorto, il nostro amico, il nostro maestro, colui che ci ha amato tanto da morire per noi, colui che dalla croce ci ha donato un perdono generoso e gratuito, è il Signore, ha in mano la storia e tutta la creazione”.

Per questo kerigma i credenti devono avere una fede salda anche di fronte alle minacce del mondo: “Il Kerygma proclama la nostra fede che: se Trump si crede potente perché ha la bomba più grossa, solo ‘il Risorto è il Signore’. Se l’Isis pensa di terrorizzarci perché possono toglierci questa vita che muore, il Signore può farci risorgere.

Se Xi Jinping, presidente del governo cinese, comanda a 1.375.000.000 persone, il Risorto è Signore del creato e della storia e parla al cuore di tutti gli uomini di buona volontà. Questa è la nostra fede che possono credere solo i grandi con un cuore da bambino, ma fortunatamente nel mondo ci sono ancora tantissime persone così e con l’aiuto di Dio potremo esserlo anche noi”.

Anche mons. Giovanni D’Ercole, vescovo di Ascoli Piceno, ha sottolineato la vittoria della vita sulla morte, invitando a non perdere la speranza: “L’onda missionaria parte dal sepolcro vuoto e ci porta in ogni direzione perché il grido che risveglia i morti possa espandersi dappertutto come proclama di vittoria e annuncio di liberazione totale e definitiva per tutti.

Possa questa Pasqua, che ci sorprende un po’ stanchi e demoralizzati come erano allora i discepoli, infiammarci i cuori e dissipare potentemente le tenebre della sonnolenza della paura e dell’abitudine che annebbiano e appesantiscono il nostro cammino. Urge al mondo la presenza diffusa di missionari di speranza, testimoni della gioia pasquale che facciano rimbalzare in ogni sito l’alleluja che ridà pace ai cuori e luce alle menti”.

Il messaggio della Pasqua è quello che il male può essere ‘sconfitto’ e la ‘Vita’ non muore: “Sigillando la tomba di Gesù, i suoi nemici credevano che Cristo fosse finito per sempre, invece la mattina di Pasqua si compie la sua vittoria finale e definitiva su tutte le forze del maligno.

Ci doveva essere il Venerdì Santo perché la Pasqua diventasse la parola ultima e definitiva di ogni processo vitale che guarda l’infinito. Ora tocca a ciascun battezzato, specie a noi che per vocazione siamo missionari, di far sì che questa vittoria di Cristo diventi realtà dove ancora regna la morte come in tante parti del mondo e nei cuori di molti”.

Anche nella diocesi di Fabriano-Matelica, colpita dal terremoto, mons. Stefano Russo ha invitato i fedeli a lasciarsi contagiare da questa ‘scarica di adrenalina’: “Chi te lo fa fare a prendere la tua croce ogni giorno e seguirlo? Lo sperimentare, in Cristo, un amore più grande. Lo scoprire che la Sua Parola fa verità sulla propria esistenza.

Che è proprio vero che è perdendo che trovi. Che più sei disposto a ‘rischiare’, per seguirlo e più sperimenti quella libertà dei figli di Dio che ti rende figlio con il Figlio. Una volta che lo hai incontrato e hai sperimentato il Suo amore, ti rendi conto che non puoi rimanere in pantofole, sulla tua poltrona, a guardare quello che succede nel mondo…

Perché se sei di Cristo, la tua vita diventa un dono e trova senso solo se ti doni. Ed il dono richiede necessariamente la morte di te stesso. Ma è una morte salutare. E in tutte le parole del Vangelo, se accolte, trovi una dinamica di morte e di risurrezione. Si aprono davanti a te degli scenari dal fascino inenarrabile, che non avresti mai pensato di attraversare”.

Dalla diocesi di Spoleto e Norcia mons. Renato Boccardo ha ribadito che ‘Cristo è risorto dai morti, a tutti ha donato la vita!’: “Il Crocifisso risorto rivela la solidarietà di Dio verso coloro che soffrono, che piangono e sono nella prova, e innesta nella storia la speranza certa della salvezza, l’energia divina dell’amore…

Non è un sogno, un’utopia, una teoria filosofica. E’ un evento che inaugura e anticipa la risurrezione del genere umano e trasforma il senso della storia, perché immette nel decadimento inevitabile delle realtà corporee un processo nuovo sottraendo l’uomo alla logica della decadenza e della fine totale. Senza la risurrezione ogni realtà creata sarebbe destinata a sparire e la morte regnerebbe sovrana su tutto e su tutti”.

Il vescovo ha esortato i propri cittadini, colpiti dal terremoto, a non chiudere le porte alle emergenze ed a ‘rifugiarsi nell’egoismo e nell’indifferenza’: “Penso alle tante iniziative realizzate anche qui in Umbria per accogliere uomini e donne provenienti dall’Africa del Nord, grazie all’impegno di persone generose e delle Caritas delle nostre diocesi che, senza sostituirsi a chi ne ha la responsabilità alta e grave ai diversi livelli della vita pubblica, vanno incontro ad ogni uomo piagato nel corpo e nello spirito, divenendo immagine eloquente del buon samaritano.

Mi piace vedere anche in questi gesti il frutto della risurrezione di Gesù: la sua vita nuova, infatti, è entrata in noi con il battesimo e si ravviva in ogni Eucaristia fino a quando il tempo su questa terra lascerà il posto alla pasqua eterna”.

Dalla diocesi di Rieti, mons. Domenico Pompili ha invitato a leggere le vicende del terremoto come segno della forza travolgente della vita, anche se ‘a noi, in questo spazio di tempo, suscita comprensibilmente solo paura’: “Della vita sappiamo poco o niente, per questo la forza sotterranea del terremoto ci sconvolge e ci atterra: perché ci fa cogliere che la realtà ci supera da ogni lato”.

Una condizione cui si può rispondere solo cercando di “prendere le misure per non esserne sopraffatti, ma evitando l’ingenuità di controllare tutto e di poter misurare ogni cosa ci passa”. Eppure, il disvelarsi della condizione umana non deve spaventare: ‘non abbiate paura’, incalza la voce dell’angelo rivolgendosi alle donne che vanno al sepolcro.

E sono proprio loro a insegnare come si sta al mondo dopo l’evento della Pasqua, perché “a differenze degli uomini, sono aperte all’imprevedibilità della vita. Hanno paura, ma non per questo si lasciano bloccare e seguono l’istinto del cuore che le vuole accanto a Colui che hanno visto trafitto”.

Mons. Pompili ha sottolineato che non ci si deve rassegnare alla paura: “La paura se assecondata è l’anticamera della rassegnazione e della paralisi. Anche quando intuiamo con il cuore certe cose, finiamo per non perseguirle per paura. E ricadiamo nella routine”. Gesù risorto invita a no avere paura della vita ed ad aprirsi al futuro:

“So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. E’ risorto, infatti, come aveva detto; venite, guardate il luogo dove era deposto… Credere vuol dire questo: riconoscere che la vita è sempre ricevuta e non prodotta da noi. In concreto: vuol dire confidare meno nelle nostre performance tecniche e lasciarsi fare da Dio, come nell’atto della creazione”.

Ed anche le sorelle clarisse di Camerino ha invitato a non cedere ad una cultura di non speranza, perché anche il terremoto è un inizio di una vita nuova: “Un muro che crolla, non possiamo negarlo, è sempre un dramma, una sconfitta, un dolore indicibile. Ma vogliamo credere che dopo ogni crollo, un flebile squarcio di luce può farsi strada e penetrare, inesorabile, fra le tenebre per restituire forma alle cose che tocca ed illumina”.

Però nonostante il terremoto la forza delle ‘donne’ resiste: “E così nel silenzio, ci siamo ritrovate là, come donne al sepolcro, in ginocchio, con gli occhi pieni di lacrime, a fissare lo sguardo su quelle pietre rotolate a terra, per cercare un senso, per cercare dentro noi una forza che non ci appartiene… Le pietre crollate sono ancora lì per terra, ma l’unica pietra dove si posa ora il nostro sguardo, è quella rotolata via per sempre, è quella della Pasqua di Cristo”.

89.31.72.207