Pasqua di Resurrezione

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Il Triduo Pasquale culmina nella Veglia di Pasqua, intensa e solenne, che celebra, nell’incontenibile gioia dell’Exsultet e degli Alleluia, la Risurrezione di nostro Signore. Non si tratta di vaghi ricordi nebbiosi e avvolti negli avvenimenti di un lontano passato ma di eventi e di valori che rimangono perenni nel tempo.

Svolto nel tempo, il mistero della passione e morte di Gesù emerge sopra il tempo e ogni uomo è invitato a prendervi parte. La morte di Gesù non è il caso di un martirio tra i tanti drammatici gesti di oppressione e di violenza che affliggono la storia della creatura umana ma sublime e gratuito gesto d’amore misericordioso del Padre per la nostra redenzione: Dio, infatti, ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna (Gv 3, 16). Credere nel Figlio dell’uomo innalzato sulla croce è credere nell’amore del Padre che ha donato il Figlio suo per la nostra salvezza. Sul Calvario è stata decisa la redenzione perché su quel colle si è realizzato il più grande amore di Dio per l’uomo. La misericordia del Padre si è fatta visibile e si è offerta all’estremo perché potessimo essere immersi in quell’amore che ci ha reso figli nel Figlio per lo Spirito effuso nei nostri cuori.

La Pasqua, quindi, non è un ricordo sepolto nel nostro cuore e nel cuore della Chiesa, ma una memoria sempre viva che opera la salvezza perenne dell’umanità. La Pasqua è certezza che pervade i primi testimoni, tramite i quali si è costituita la Chiesa di Cristo e la fede è arrivata sino a noi. Se per l’uomo che non crede, la croce è follia e impotenza, per il credente la Pasqua di morte e risurrezione è sorgente di vita divina. Sulla croce, infatti, è ricreata la nuova umanità. Nello splendore di quel mattino, nasce l’umanità nuova, per questo i credenti inneggiano in entusiasmo: “Questo è il giorno che ha fatto il Signore, alleluia: rallegriamoci ed esultiamo, alleluia”.  La Chiesa nel Prefazio lo annunzia e lo canta: “In questo giorno, Cristo nostra Pasqua si è immolato. E’ Lui il vero Agnello che ha tolto i peccati del mondo; è Lui che morendo ha distrutto la morte e risorgendo ha ridato a noi la vita”. E’ il grido di fede della Chiesa che interessa l’uomo, anche quello più lontano e assente. Senza quest’annunzio, la Chiesa, fatalmente, perderebbe la sua identità e la sua ragion d’essere, rimanendo folla di credenti non credibili.

Gesù è risorto come primizia e come inizio. Il cristiano non può vivere come se la risurrezione di Gesù fosse una favola o come se nulla fosse avvenuto. La risurrezione è testimonianza di vita della Chiesa e del cristiano. Grazie al battesimo, nel mistero, abbiamo realmente assunto la morte e siamo stati innestati nella risurrezione. I sacramenti sono gesti di Cristo risorto e attraverso l’effusione del suo Spirito, ne realizzano la presenza. Il cristiano, dunque, muore con Cristo perché passa nella morte di croce e con Cristo risorge.

Configurato a Cristo nel battesimo, il cristiano partecipa realmente alla sua vita divina che resta spirituale e nascosta finché non sarà manifesta e gloriosa nella Parusia, quando tutto il nostro essere sarà preso dalla risurrezione e la grazia si trasfigurerà in gloria. San Paolo, con stupefacenti espressioni, così scrive ai cristiani di Colossi: Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi, infatti, siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio! Quando Cristo si sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria (Col 3, 1,4).

La Chiesa è “rinnovata dai sacramenti pasquali”. Sono chiamati “pasquali” perché nella morte e risurrezione di Gesù sono principio di vita nuova. Tutti i sacramenti, atti di Cristo crocifisso risorto, ci comunicano la potenza redentrice della sua Pasqua. In essi, il “prodigioso duello” vinto da Cristo, continua a essere vinto per noi. La “gloria di Cristo risorto” ci avvolge nel nostro cammino di fatica terrena, mentre, con Maria di Magdala inneggiamo: “Cristo, mia speranza, è risorto”.

L’Eucaristia è il sacramento più intenso della Pasqua di Cristo. Nella divina Liturgia eucaristica, come i discepoli di Emmaus, lo incontriamo mentre ci spiega in tutte le Scritture ciò che si riferisce a lui, rendendoci così comprensibile il suo destino di passione, infondendoci calore nel cuore e rinnovandoci nel suo Spirito. Poi lo incontriamo “nella frazione del pane”, dove è Gesù stesso che presiede, che dice la benedizione e offre il pane spezzato. In ogni eucaristia, come nell’Ultima Cena, attraverso il ministro, Cristo stesso rende grazie e invita alla comunione intima con Lui nutrendoci del suo Corpo e del suo Sangue, “sacramenti pasquali” che rinnovano e legano alla gloria incorruttibile della risurrezione.

Non è la moltiplicazione dell’eucaristia che salva, ma il Sangue prezioso che redime quando incontra un cuore che accoglie in pienezza d’amore. Teresa di Lisieux viveva con intensità inebriante il mistero della morte e risurrezione di Gesù, e questa esperienza d’amore la esprime così: “Vorrei essere il calice del Sangue divino che adoro, ma nella santa Messa io posso raccoglierlo ogni mattina. La mia anima è più cara a Gesù dei ricchi calici d’oro: e l’altare è un nuovo Calvario, dove il suo Sangue è versato ancora per me. Gesù, santissima vite, tu sai bene che io sono quel grappolo aureo che dovrà scomparire per te. Nello strettoio del dolore, ti proverò l’amor mio. Non voglio altra gioia che l’immolazione quotidiana”. 

Questa esperienza misteriosa e paradossale del cristiano, in cui il Risorto è perpetuamente presente, già irrompe per iniziare a compiere la sua opera. Solo in Cristo è innestata la nostra speranza, per sempre.

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