A L’Aquila mons. Petrocchi invita la città a mantenere viva la speranza pasquale

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Alle ore 3.32 di giovedì 6 aprile la campana della chiesa di S. Maria del Suffragio de L’Aquila ha suonato 309 rintocchi per ricordare le vittime del sisma del 6 aprile 2009, con una messa celebrata dall’arcivescovo, mons. Giuseppe Petrocchi, nella Basilica di san Giuseppe artigiano.

Nel messaggio ai cittadini mons. Petrocchi ha incoraggiato a ‘mantenere viva, nella popolazione, la fiamma di una fondata speranza’: “Per questo, è di vitale importanza mantenere viva, nella popolazione, la fiamma di una ‘fondata speranza’, poiché, quando questa luce viene meno, l’orizzonte comunitario si annebbia e, inevitabilmente, si piomba nel buio di attese deluse e di promesse tradite.

Va pure detto che, quando è sfidato da vicende drammatiche, il cuore umano è capace di manifestare risorse nascoste e sconosciute anche a chi le possedeva. Ognuno di noi ha ‘miniere di bene’, depositate negli strati profondi del suo cuore. E spesso i fatti che determinano ‘crepe’, nella struttura mentale e affettiva, fanno emergere queste ricchezze depositate nei sotterranei dell’anima. Talvolta, capita pure che ad essere portati in superficie siano filoni di ribellioni scomposte e di depressi cedimenti al destino”.

L’arcivescovo della città ha invitato a vedere gli eventi con occhi pieni di ‘speranza’: “Gli eventi accaduti (e i ricordi che li accompagnano) vanno immersi nel dinamismo trasformante della Pasqua, perché non si traducano in patologie morali, ma siano imbevuti di eternità e restino custoditi nella vittoria di Gesù sul male e sulla morte.

Misteriosamente, infatti, il dolore vissuto con amore ha un valore redentivo ed è sempre fecondo di gioiose vittorie. La sofferenza degli Aquilani non è stata vana: rifluirà, come grazia, sulla città e susciterà nuovi germogli di vita anche altrove. Non sappiamo dove e quando: ma siamo certi che sarà così”.

Leggendo gli avvenimenti secondo il Vangelo si può comprendere che “la Parola di Dio ci assicura che il Signore tutto fa concorrere al bene di coloro che rispondono al Suo amore… L’Aquila esce rafforzata dalla prova: come un organismo che, avendo superato un evento infettivo, si dota di anticorpi e sviluppa un sistema immunitario più robusto. La nostra gente è stata duramente colpita, ma non è stata sconfitta; ha sopportato il peso di un patibolo straziante ma non ha abbassato la testa. Testimonia, con fierezza e tenacia, che la vita, ancora una volta, ha la meglio sulla logica della disfatta e della morte”.

Perciò l’invito è nel salvare soprattutto il patrimonio religioso e culturale: “Se L’Aquila vedesse ricostruiti i suoi edifici, ma non salvasse la sua cultura, cristiana e umana, cambierebbe inesorabilmente la sua fisionomia: L’Aquila non sarebbe più L’Aquila. Si trasformerebbe in una città senz’anima: un termitaio urbano. Il compito di salvaguardare questo patrimonio straordinario, religioso e culturale, non può essere delegato ad altri: spetta a tutti gli Aquilani, nessuno escluso. Dunque a ciascuno di noi spetta l’obbligo di vigilare perché la vita di questa città cresca rapidamente, resa ancora più rigogliosa e bella dalle potature che ha dovuto subire”.

Ed ha chiuso l’invito con un grande atto di amore alla città: “Il Signore ha scritto il tuo nome sul palmo della Sua mano, L’Aquila, e si prende cura di te con tenerezza immensa. Nel Suo cuore di Padre trovano casa i tuoi vivi e i tuoi morti. Anche io ti abbraccio con Lui! Ti voglio bene, L’Aquila!”

Infatti nel messaggio pasquale, ‘Leggere la nostra storia alla luce della Pasqua’, mons. Petrocchi ha invitato ad interpretare i ‘segni dei tempi’: “Dobbiamo, perciò, imparare sempre meglio a ‘leggere’, secondo il Vangelo, i fatti e le stagioni che scandiscono la nostra esistenza, sapendo scoprire i ‘doni di Dio’, non solo nelle esperienze che rispondono alle nostre attese, ma anche negli angoli oscuri e dolorosi della nostra storia.

Infatti, la Parola di Dio ci assicura che il Signore si prende cura di noi sempre, anche quando attraversiamo i ‘tunnel’ della sofferenza, e tutto fa concorrere al bene di coloro che rispondono al suo amore”. Nell’invito a non perdere la speranza l’arcivescovo ha invitato a non abbandonare la ‘segnaletica’ stradale:

“Perciò, se rimaniamo impantanati nelle sabbie mobili delle difficoltà, rischiando di sprofondarci dentro, non è giusto maledire la ‘cattiva sorte’ che si è accanita contro di noi, ma dobbiamo chiederci piuttosto se abbiamo seguito la ‘segnaletica evangelica’, posta da Dio sulle nostre strade, e se ci siamo riforniti alle sorgenti di grazia, che scaturiscono nella comunità ecclesiale.

Se siamo dalla parte di Dio e ci nutriamo del ‘pane di vita’, troveremo ogni volta le porte che, aprendosi verso la libertà, ci introducono in una pienezza inaspettata”. Ed ha fornito una chiave di lettura per comprendere gli avvenimenti, attraverso le ‘lenti teologali’: “Dobbiamo imparare a ‘leggere’ gli avvenimenti – lieti o tristi– attraverso le ‘lenti teologali’ della fede, della carità e della speranza, sigillate dalla Pasqua del Signore.

Queste virtù, essendo animate dallo Spirito Santo, hanno sempre una valenza comunionale: di conseguenza, per cogliere nitidamente la volontà di Dio occorre vedere con gli ‘occhi’ della Chiesa, che ci viene incontro attraverso persone esperte nelle ‘cose di Dio’. Questa ricerca fraterna e ‘dialogata’ si chiama ‘discernimento comunitario’”.

Perciò la Chiesa in questo tempo rivolge all’uomo il suo ‘appassionato’ amore: “Gesù non ci ha salvato restando ‘all’esterno’ della nostra storia, ma ha voluto prenderla interamente su di sé, caricandosi -Lui, innocente- di tutto il male del mondo. Si è addossato le nostre sofferenze, diventando ‘l’uomo dei dolori’. In Lui ogni croce, di qualunque tipo e grandezza, può essere trasformata in ‘spazio-di-risurrezione’. Ecco perché la sofferenza – vissuta nel Signore- può diventare una finestra che si spalanca sull’amore e ne mostra i volti: abissali e misteriosi”.

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