Libia: il fallimento europeo e le accuse di salvataggio alle ong

Mentre si sono svolte a Roma le celebrazioni del 60^ anniversario della Comunità europea nel mar Mediterraneo, al largo delle coste libiche, oltre 200 persone sarebbero annegate, per cui Gauri Van Gulik, vice direttrice per l’Europa di Amnesty International, ha dichiarato:

“L’ultima tragedia in questo crocevia mortale evidenzia il vergognoso fallimento dei governi europei nell’affrontare la crisi globale dei rifugiati. E’ chiaro che innalzare muri e recinzioni non sta scoraggiando i disperati dal tentativo di raggiungere la sicurezza semplicemente mette più vite in pericolo e riempie le tasche dei trafficanti”.

Secondo la vice direttrice di Amnesty International l’Europa ha come priorità di non farli ‘entrare’ nel continente: “Il recente annuncio di misure per cooperare con la guardia costiera libica, che respinge le persone intercettate in Libia dove possono essere torturate, stuprate e sottoposte a condizioni terribili nei centri di detenzione, è solo l’ultimo esempio del loro approccio irrimediabilmente ottuso… Quanto alta deve essere la conta delle vittime prima che i governi europei accettino che la loro strategia attuale non funziona?”

E per corroborare questa presa di posizione Amnesty International ha pubblicato due filmati, che mostrano militari dell’Esercito nazionale libico (Enl) nell’atto di uccidere a sangue freddo dei combattenti del Consiglio della shura dei rivoluzionari di Bengasi (Csrb) catturati nel quartiere di Ganfouda. Si tratterebbe di crimini di guerra, che andrebbero ad aggiungersi al lungo elenco di crimini di diritto internazionale commessi impunemente dai gruppi armati e dalle milizie che agiscono nell’est e nell’ovest della Libia.

Nel primo dei due video diffusi sui social media e verificati da Amnesty International, un soldato dell’Enl uccide a colpi di kalashnikov tre combattenti del Csrb inginocchiati, faccia al muro e con le mani legate dietro la schiena. Nel secondo video alcuni soldati dell’Enl scherniscono, umiliano e trascinano a terra un combattente del Csrb prima di ucciderlo.

Dopo la loro pubblicazione l’Enl ha annunciato indagini sui due video ed ha dichiarato ad Amnesty International che i soldati ripresi nelle immagini sono stati arrestati, parlando di ‘casi isolati’ commessi da singoli individui e afferma di aver ordinato alle unità che operano a Bengasi di assicurare che i responsabili di violazioni dei diritti umani siano consegnati alla polizia militare e sottoposti alla corte marziale. Entrambi gli episodi ripresi nel video sono avvenuti nel quartiere di Ganfouda, una delle ultime roccaforti del Csrb a cadere.

Ed anche padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, ha espresso il cordoglio per le vittime di questa ennesima tragedia: “Il dolore per le tante vite spezzate in questi giorni è tanto. Non possiamo rimanere in silenzio. Queste morti, uniti alle vittime del terrorismo nel mondo, dimostrano che siamo vittime di politiche nazionali e sovranazionali sbagliate che con il pretesto della sicurezza non fanno nulla per costruire giustizia e coesione sociale, ma al contrario alimentano esclusione e violenza…

La sicurezza dei cittadini non si ottiene facendo accordi con Paesi Terzi instabili che non possono dare garanzie di effettivo rispetto dei diritti umani; la sicurezza dei cittadini non si ottiene commerciando in armi con Paesi in cui conflitti e persecuzioni costringono alla fuga civili innocenti.

Non si ottiene neanche snaturando la cooperazione allo sviluppo condizionandola all’adesione da parte di Pesi di origine di strategie di contenimento delle migrazioni ingiuste e irrealistiche; non è sicurezza quella che si paga con sacrificio di altre vite umane”.

Infatti il Centro Astalli ha chiesto a istituzioni nazionali e sovranazionali ‘vie legali di ingresso che spezzino finalmente il giogo dei trafficanti’ e ‘politiche lungimiranti di accoglienza che costruiscano l’integrazione fin dal primo giorno’. Però le drammatiche notizie dal fronte libico non si esauriscono con tali massacri, in quanto l’agenzia europea per le frontiere esterne, Frontex, ha lanciato pesanti accuse alle ong, che operano nel mar Mediterraneo, di essere in collusione con i trafficanti di esseri umani e di essere responsabili dell’aumento dei flussi migratori.

Inoltre il rapporto Risk Analysis for 2017 ha denunciato le operazioni di ricerca e soccorso, svolte vicino alle acque libiche, e attribuendo proprio alle organizzazioni, la responsabilità del picco di arrivi sulle coste siciliane. A tali accuse ha risposto Medici Senza Frontiere, che nello Stretto di Sicilia è presente con l’imbarcazione Acquarius e con un presidio medico sulla nave dell’organizzazione tedesca SoS Méditerranée, attraverso le parole di Marco Bertotto, responsabile advocacy di MSF:

“Qualora venissimo interpellati saremmo prontissimi a fornire tutti gli elementi utili necessari; ci sembra però paradossale vomitare addosso alle Ong le accuse per l’aumento dei morti nel Mediterraneo. Se siamo in mare è perché ci sono persone costrette a fare la traversata in assenza di un sistema legale che garantisca la loro sicurezza. Copriamo un vuoto istituzionale e rispondiamo ad un dovere umanitario”.

Ed ha spiegato il funzionamento delle operazioni di salvataggio, affermando che l’Europa in questo caso non rispetta il diritto internazionale: “Le operazioni di salvataggio vengono attivate o per degli avvistamenti diretti fatti in mare o per una comunicazione del Centro di Coordinamento della Guardia Costiera.

Se un barcone in difficoltà è avvistato da una delle nostre navi, noi informiamo innanzitutto la Guardia Costiera Italiana, che assume da quel momento il coordinamento del soccorso. Il Centro di Coordinamento della Guardia Costiera decide quali navi nell’area sono meglio posizionate per offrire assistenza, coinvolgendo quando necessario mezzi propri, oppure di Frontex, di Eunavfor Med, della Marina Militare, delle ong ovvero navi commerciale…

Le chiamate di Sos provengono dai soggetti più vari, dalle persone sui gommoni, dalle famiglie che si trovano a terra, già in Italia, e che ricevono la richiesta d’aiuto, e non si può escludere che a volte provengano dagli stessi scafisti, un po’ come il piromane che poi chiama i vigili del fuoco, ciò che però escludo è che si tratti di un’attività premeditata di coordinamento tra i trafficanti di esseri umani e chi porta i soccorsi.

Tutte queste accuse sembrano quasi una strategia per cercare di nascondere il fallimento delle politiche di respingimento fatte di muri e fili spinati che non sono riuscite a frenare i flussi. Su questo mi chiedo se i veri complici siamo noi Ong oppure l’Europa”.

Invece la Migrant Offshore Aid Station (Moas), fondata dai coniugi maltesi Regina e Christopher Catrambone, che nello stretto di Sicilia è presente con 2 imbarcazioni, ha parlato di un dovere: “Tutto quello che sappiamo è che finché ci sarà gente talmente disperata da tentare di attraversare il mare sui barconi della morte, noi faremo il possibile per essere fuori in mare e salvare loro la vita, indipendentemente da quali siano le ragioni che spingono queste persone a rischiare la propria vita…

Tutte le nostre operazioni in mare sono condotte sotto l’egida del Centro di Coordinamento del Soccorso Marittimo di Roma (IMRCC), e in cooperazione con gli altri attori presenti in area SAR”.

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