Papa Francesco alla periferia di Milano: vengo come sacerdote

Papa Francesco visita Milano e di buon mattino visita la periferia, arrivando alle Casebianche accompagnato dal card. Angelo Scola, arcivescovo di Milano e da don Augusto Bonora, parroco di San Galdino, un quartiere che come negli anni ’50 è abitata da gente immigrata.

Gli abitanti sono felici della visita e gli regalano una stola e l’immagine della Madonnina del Duomo. L’ ‘entusiasmo’ è comprensibile: il papa nel quartiere ha incontrato le famiglie, come quella di Dorotee (Dori) Falcone e Stefano (Lino) Pasquale, che hanno 57 e 59 anni e abitano al quarto piano del n. 38 ed una mussulmana, come quella di Mihoual Abdel Karim e sua moglie Tardane Hanane, che abitano invece al secondo piano del n. 40 con i figli Nada (17 anni), Jihane (10 anni) e Mahmoud (6 anni). La terza famiglia visitata da Papa Francesco si chiama Oneta, abita al terzo piano del n. 32 ed è composta da Nuccio Oneta e Adele Agogini, il primo di 82 anni e la seconda di 81 anni.

Nell’incontro di quartiere il papa ha salutato tutti i disabili presenti ad accoglierlo, rivvolgendo un saluto: ‘Vengo qui in mezzo a voi come sacerdote, entro in Milano come sacerdote’ e ha sottolineato l’affermazione con un gesto della mano, per poi aggiungere: “Il sacerdote cristiano è scelto dal popolo e al servizio del popolo; il mio sacerdozio, come quello del vostro parroco e degli altri preti che lavorano qui, è dono di Cristo, ma è ‘tessuto’ da voi, dalla vostra gente, con la sua fede, le sue fatiche, le sue preghiere, le sue lacrime… Questo vedo nel segno della stola”.

Il papa ha poi dedicato un passaggio importante del suo breve discorso alla Madonna che “va incontro non per fare proselitismo, no! Ma per accompagnarci nel cammino della vita; e anche il fatto che sia stata la Madonnina ad aspettarmi alla porta di Milano mi ha fatto ricordare quando da bambini, da ragazzi, tornavamo da scuola e c’era la mamma sulla porta ad aspettarci. La Madonna è madre! E sempre arriva prima, va avanti per accoglierci, per aspettarci”.

Prima di partire per il Duomo papa Francesco ha ‘scherzato’ con i bambini ed ha fatto una foto di gruppo con i carabinieri schierati per la sicurezza. Giunto nel duomo milanese papa Francesco ha risposto alle domande dei sacerdoti; a don Gabriele Gioia ha detto, riprendendo papa Paolo VI, che evangelizzare è una gioia: “Conserviamo questa gioia di evangelizzare; non come evangelizzatori tristi, annoiati, questo non va; un evangelizzatore triste è uno che non è convinto che Gesù è gioia, che Gesù ti porta la gioia, e quando ti chiama ti cambia la vita e ti dà la gioia, e ti invia nella gioia, anche in croce, ma nella gioia, per evangelizzare. Grazie di aver sottolineato queste cose che tu hai detto, Gabriele”.

Il papa ha esortato i religiosi e le religiosa a non avere paura delle sfide: “Le sfide si devono prendere come il bue, per le corna. Non temere le sfide. Ed è bene che ci siano, le sfide. E’ bene, perché ci fanno crescere. Sono segno di una fede viva, di una comunità viva che cerca il suo Signore e tiene gli occhi e il cuore aperti. Dobbiamo piuttosto temere una fede senza sfide, una fede che si ritiene completa, tutta completa: non ho bisogno di altre cose, tutto fatto. Questa fede è tanto annacquata che non serve.

Questo dobbiamo temere. E si ritiene completa come se tutto fosse stato detto e realizzato. Le sfide ci aiutano a far sì che la nostra fede non diventi ideologica. Ci sono i pericoli delle ideologie, sempre. Le ideologie crescono, germogliano e crescono quando uno crede di avere la fede completa, e diventa ideologia. Le sfide ci salvano da un pensiero chiuso e definito e ci aprono a una comprensione più ampia del dato rivelato”.

Alla suora orsolina, madre Paola Paganoni, ha risposto di non lasciarsi prendere dalla rassegnazione: “Viviamo con l’immaginario di un passato glorioso che, lungi dal risvegliare il carisma iniziale, ci avvolge sempre più in una spirale di pesantezza esistenziale. Tutto si fa più pesante e difficile da sollevare. E qui, questa è una cosa che non avevo scritto ma la dirò, perché è un po’ brutto dirla, ma scusatemi, succede, e la dirò.

Incominciano a essere pesanti le strutture, vuote, non sappiamo come fare e pensiamo di vendere le strutture per avere i soldi, i soldi per la vecchiaia… Incominciano a essere pesanti i soldi che abbiamo in banca… E la povertà, dove va? Ma il Signore è buono, e quando una congregazione religiosa non va per la strada del voto di povertà, di solito le manda un economo o un’economa cattiva che fa crollare tutto! E questo è una grazia!.. Perciò, fa bene a tutti noi rivisitare le origini, fare un pellegrinaggio alle origini, una memoria che ci salva da qualunque immaginazione gloriosa ma irreale del passato”.

E visitando il carcere di san Vittore, papa Francesco nella ‘rotonda’ del carcere ha ringraziato i detenuti della calorosa accoglienza: “Vi ringrazio dell’accoglienza. Io mi sento a casa con voi. Gesù ha detto: ‘Ero carcerato e tu sei venuto a visitarmi’. Voi per me siete Gesù, siete fratelli. Io non ho il coraggio di dire a nessuna persona che è in carcere: ‘Se lo merita’. Perché voi e non io? Il Signore ama me quanto voi, lo stesso Gesù è in voi e in me, noi siamo fratelli peccatori.

Pensate ai vostri figli, alle vostre famiglie, ai vostri genitori. Passo tanto tempo qui con voi che siete il cuore di Gesù ferito. Grazie tanto e pregate per me”. Poi un incontro personale con alcune detenute accolte da Icam (Istituto Custodia Attenuta per Detenute Madri) e i loro bambini ed il saluto agli operatori del carcere.

Il papa ha pranzato nel terzo raggio con 100 detenuti rappresentanti di tutti i reparti, attorno a una tavolata di circa 50 metri. Menù uguale per tutti i detenuti e tipicamente meneghino: risotto allo zafferano, cotoletta e patatine, panna cotta. Cibo cucinato dai detenuti, coordinati da uno chef che già presta opera a San Vittore. Al termine la benedizione dei doni offerti dai detenuti: biglietti prestampati, su cui i detenuti hanno scritto il proprio nome e quello dei propri cari, perché il papa li porti con sé.

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