Maria Sagheddu, appassionata per l’ecumenismo

Maria_Sagheddu
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Maria Sagheddu nacque nel 1914 a Dogali, in Sardegna. La sua era una famiglia di pastori e, dunque, di povere origini. A dieci anni fece la Prima Comunione ma, poi, in chiesa, tranne che per messa domenicale, non andava volentieri. Tuttavia a diciotto anni spuntò in lei il desiderio di pregare, di aiutare i malati ed i poveri.

Decise, inoltre, di iscriversi all’Azione cattolica e di fare catechismo ai bambini. A ventuno anni volle consacrarsi a Dio, chiedendo di entrare nel monastero di Grottaferrata, una comunità religiosa da poco rinnovata nello spirito e nell’impegno da una badessa di grande fascino e intelligenza come madre Maria Pia Gullini.

La Gullini si era formata in Francia ed era stata mandata a Grottaferrata a rianimare quella comunità; ci riuscì innestandovi la sua passione per l’unità della Chiesa, trasmessale dall’abbè Paul Couturier, suo profondo amico ed ideatore della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani.

Maria fu accolta nel monastero nella stupore generale della sua città natale, data la sua rapida conversione e imprevedibile scelta, ed emise i voti con il nome di Maria Gabriella. Era una ragazza solida, piena di salute e di gioia di vivere ma, all’improvviso, si ritrovò i polmoni intaccati da una malattia con poche speranze: la tubercolosi.

La decisione di Gabriella di offrire la sua sofferenza alla causa dell’ecumenismo suscitò immediatamente ammirazione e commozione non solo nel mondo cattolico ma anche in quello della altre confessioni cristiane. Suor Maria venne ricoverata in un ospedale di Roma e fu sottoposta ad una cura che ebbe l’effetto di aggravare le sue condizioni. Dopo quaranta giorni di degenza, nel maggio 1938, rientrava a Grottaferrata. La sera del 23 aprile 1939, a soli venticinque anni, si spinse tra le braccia della sua amata e stimata badessa.

Giovanni Paolo II l’ha proclamata beata il 25 aprile 1983. L’aspetto più importante della sua testimonianza è dato dal fatto che il cuore di questa giovane suore, plasmato dalla grazia di Cristo, era preso da un sentimento sempre più grande di abbandono in Dio che la portò al sacrificio di sé.

Infatti, semplicità e disponibilità agli altri, manifestata nell’eseguire i lavori più faticosi ed umili anche nella malattia, furono le caratteristiche della sua spiritualità e della sua vita umile e generosa, caratteristiche che, come detto sopra, la spinsero ad offrire la sua persona per la causa dell’unità fra cristiani