Il giusto tentato e il falso tentatore

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Personaggio della preistoria biblica israelitica è Giobbe, il giusto tentato, uomo integro e retto, ricco possidente di Ur, città dell’Arabia del nord. Satana, il tentatore falso, avversario e accusatore, afferma che Giobbe non è uomo integro e retto. Si scaglia contro i suoi beni e li annienta; si scaglia contro il suo corpo e lo colpisce con piaghe schifose. Giobbe, però, rimane saldo nella fede nel suo Dio. E come sempre accade nel momento della prova, entrano in scena, con i loro discorsi, i tre amici: Elifaz il veggente, Bildad il giurista, Zofar il sapiente tradizionalista.

Giobbe, modello tipico di Cristo sofferente, rimane esempio di uomo di fede orante. Nella preghiera egli “discute” con Dio, ora con insistenza, ora con amarezza, ora con ironia. Giobbe vive una situazione che lo interpella e lo inquieta. La sua stessa esistenza, vissuta tra ricchezza, povertà e poi doppia ricchezza, è domanda che esige risposta, ma è proprio per questo che si fa preghiera!

Il libro si apre con una prima forma di preghiera. Giobbe, dopo essersi alzato, si stracciò il mantello, si rase il capo, cadde a terra, si prostrò e disse: «Nudo uscii dal grembo di mia madre, e nudo vi ritornerò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!» (1,20-21). È una preghiera edificante che sgorga da una fede pura: anche se esprime totale rassegnazione, tuttavia non ha raggiunto la suprema verità.

Poi segue la preghiera della crisi, della “notte oscura” che esplode dal profondo dell’amarezza e dell’angoscia. È una preghiera lacerata, contraddittoria, drammaticamente vera: Preferirei morire soffocato, la morte piuttosto che vivere in queste ossa. Mi sto consumando, non vivrò più a lungo. Lasciami, perché un soffio sono i miei giorni (7,15-16). Sembra una preghiera all’inverso perché di solito l’orante si rivolge a Dio dicendo: «Volgi verso di me il tuo sguardo e affrettati a soccorrermi!». Giobbe, invece, sente Dio come ostile, la sua sollecitudine diventa quasi sorveglianza soffocante e grida: Fino a quando da me non toglierai lo sguardo e non mi lascerai inghiottire la saliva? (7,19).

Giobbe, non volendo riconoscere dei peccati di cui non è convinto, implora: Non condannarmi! Fammi sapere di che cosa mi accusi… Poi seguono le domande drammatiche: Le tue mani mi hanno plasmato e mi hanno fatto integro in ogni parte, e ora vorresti distruggermi? Ricordati che come argilla mi hai plasmato; alla polvere vorresti farmi tornare?… Lasciami, che io possa respirare un poco prima che me ne vada (10,2.8-9). L’uomo biblico, guardando il passato, trova le ragioni che lo aiutano a sperare nel presente. Giobbe, invece, scorge nel presente l’inganno di Dio: Eppure, nascondevi questo nel cuore, so che questo era nei tuoi disegni! (10,13).

Tutta la Santa Scrittura dice che Dio è la roccia della speranza dell’uomo, Giobbe invece ha il coraggio di dire il contrario, cioè che è proprio Dio ad annientare la speranza dell’uomo: E invece, come un monte che cade si sfalda e come una rupe si stacca dal suo posto, e le acque consumano le pietre, le alluvioni portano via il terreno, così tu annienti la speranza dell’uomo (14,18-19).  Giobbe è sulla soglia della rivolta che però non varca. Accusa Dio perché vuole capire la sua volontà. Mentre si ribella per l’abbandono, nello stesso tempo lo desidera e lo cerca e, in questo drammatico itinerario, nell’angoscia affiora la fiducia: Poni, ti prego, la mia cauzione presso di te; chi altri, se no, mi stringerebbe la mano? (17,3).

Quanto all’ansia di “razionalità” degli amici, Giobbe non riesce ad accettare la rigidità delle loro ideologie religiose perché distruggono non solo la tragica realtà del male, ma anche il mistero sublime dello stesso di Dio. Giobbe implora da Dio che si faccia egli stesso suo garante: Io so che il mio redentore è vivo e che, ultimo, si ergerà sulla polvere! Dopo che questa mia pelle sarà strappata via, senza la mia carne, vedrò Dio. Io lo vedrò, io stesso, i miei occhi lo contempleranno e non un altro (19,25-27). Lo slancio di fede fa sperare a Giobbe di essere testimone di tutto questo, cioè vedere con i suoi stessi occhi il suo Dio “vendicatore”.

L’ultima parola è il silenzio: Ecco, non conto niente: che cosa ti posso rispondere? Mi metto la mano sulla bocca (40,4). È il silenzio della conoscenza e della fiducia piena. Giobbe ha voluto discutere con Dio, ora Dio gli pone dinanzi il mistero della sapienza che rivela attraverso le sue opere. Il guaio è che l’uomo complica il disegno divino con le sue inutili parole e la sua ignoranza presuntuosa.   

Alla fine del libro troviamo la preghiera della pace ritrovata: Comprendo che tu puoi tutto e che nessun progetto per te è impossibile (42,2). Giobbe accetta di essere immerso nel mistero. Con gli occhi limpidi, scopre la sapienza di Dio. Col cuore colmo di fiducia, fa la sua professione di fede autentica che è l’atteggiamento più ragionevole e più fecondo: Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto. Perciò mi ricredo e mi pento sopra polvere e cenere (42,5-6). Giobbe non vede Dio in senso proprio, ma percepisce la sua realtà divina prostrandosi in adorazione. Soltanto la sua sapienza è capace di dare significato alla sofferenza e alla morte. Giobbe si affida al sublime Mistero che non è riducibile a schema razionale, e quindi il silenzio adorante e contemplante diventa il luogo privilegiato della rivelazione. Contro la teoria retributiva e il razionalismo teologico dei tre amici, Giobbe continua ad avere come interlocutore il suo Dio, al quale si rivolge costantemente con piena fiducia. Egli afferma la verità che la fede è pura gratuità. Essa si rivela attraverso la visione dell’esperienza nel vivere lo stupore del credere all’interno della misera esistenza.

L’epilogo mette in risalto che è stato Giobbe a parlare di Dio in modo giusto e non i suoi amici. Ed ecco infine la riparazione: a Giobbe sono restituiti i beni in doppia misura, gli nascono di nuovo i figli e vive sino a centoquarant’anni di età. Muore vecchio e sazio di giorni.