Te decet laus

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Nella narrazione della creazione torna sempre in crescendo il ritornello che Dio canta ogni volta che contempla la sua opera creata: Dio vide che era cosa buona. Tutto ciò che il Verbo divino crea è buono e bello, splendido e meraviglioso.

Di giorno in giorno, di opera in opera, risuona felicemente lo stupore del Creatore per i capolavori che escono dalle sue dita e, infine, il capolavoro dei capolavori che è la creatura umana, maschio e femmina. Qui la sorpresa è espressa dal rafforzativo: molto buona, molto bella. L’uomo e la donna sono creature uniche perché sublime riflesso del Creatore (cf Gn 1,3-31). Dio vede tutto ciò che ha creato, tutto è bello e buono perché, contemplandolo, lo vede bello e buono. Il suo sguardo d’amore, che rende bella e buona ogni cosa, è la causa della bellezza e della bontà creata! Contemplare amando è il modo proprio con cui Dio vede l’uomo e il cosmo.

Anche l’uomo, creato a immagine e somiglianza del suo Creatore, contempla, s’incanta e col salmista canta: Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissato, che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell’uomo, perché te ne curi? (Sal 8,4-5). Ogni sguardo di bellezza coincide sempre con la visione contemplativa del cuore estasiato, ammirato e grato. La bellezza scaturisce sempre da una singolare capacità di sguardo d’amore. Ricercare la bellezza di spirito e di corpo è gesto tipicamente teologico.

In effetti, non avere capacità di ammirazione per il bello e il buono è uno dei sintomi più mortificanti di mediocrità, di superficialità e talvolta anche di stupidità. Bisogna evitare qualsiasi tipo di banalità perché il banale non è un fatto culturale, ma strumento pericoloso per diseducare. Attratti da certe pratiche approssimative o dalle fumose teorie dei mercanti d’illusioni e degli strilloni del baraccone esoterico, la bellezza e la bontà non sono più sublimi espressioni della dignità umana. A Caino mancava lo sguardo d’amore e per questo cantava offertori a Dio non graditi.

Nella bellezza c’è il peso dell’amore che costruisce l’uomo interiore; c’è la ricerca della verità che crea bontà. La bellezza è aurora di luce e fascino di visione. Senza bellezza tutto si atrofizza nell’inespressività infeconda e nella banalità innaturale e distruttiva. La bellezza è la sola creatura capace di rendere epifanico l’invisibile Mistero senza profanarlo, essa appare come il luogo della rivelazione di Dio e della verità sull’uomo. La vera bellezza è l’espressione di trasformazione dell’uomo che vive la sublime esperienza dell’ineffabilità di Dio.

Nella divina Liturgia, la bellezza è elemento necessario e integrante. Le arti entrano nell’azione liturgica come espressione dell’intelligenza umana. Esse non sono soltanto opere per coprire spazi e silenzi, e neppure per dare solennità mal comprese o atmosfere cosiddette toccanti. Nell’azione liturgica, le arti sono mezzi umani espressivi per rivelare i Misteri che i credenti celebrano. Nella liturgia diventa “significante” a livello sacramentale quello che è “significativo” a livello umano, altrimenti si cade nel puro formalismo o nel semplice ritualismo. Il gesto umano è sacramento della rivelazione dell’azione di Dio che dice e opera attraverso l’azione dell’uomo. Quante volte la “sacra coreografia” prende il posto della “santa sacramentalità!” Quante volte il modo anonimo di “dire” la Prece Eucaristica ne fa, più che un’“Anafora”, addirittura una “catafora!”. Nella liturgia, la nobile semplicità e la gustosa bellezza sono irradiazione di una raggiunta verità. Il canto della lode sarà eterno e perfetto nei cieli e costituirà la piena gioia degli eletti.

Nel Paradiso, Dante intona l’inno di gloria alla Trinità divina. Il sorriso d’immenso gaudio di tutta la creazione, nella luminosa concezione dantesca, s’illumina in intensità, diventando splendore in quel Gloria trinitario posto al centro della mirabile terzina dalla solita, altissima sensibilità artistico-teologica del poeta:

Al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo

Cominciò “gloria!” tutto il Paradiso,

Sì che m’inebriava il dolce canto.

Ciò ch’io vedeva, mi sembrava un riso

Dell’universo; per che mia ebbrezza

Entrava per l’udire e per lo viso.

(Canto XXVII,1-6)

L’inno trinitario, cantato dal coro innumerevole dei celesti, fu portato in terra da Cristo, Logos Melos, che «prendendo la natura umana, introdusse in questa terra d’esilio quell’inno che viene cantato da tutta l’eternità nelle sedi celesti» (SC 83). Sull’esempio del Verbo Incarnato, la Chiesa, suo Corpo e sua Sposa, risponde con la Divina Liturgia incentrata nell’Eucaristia e dilatata, nel fluire del tempo, dalla Liturgia delle Ore.

Te decet laus! Tibi silentium laus! Ogni tensione di canto dossologico che scaturisce dal silenzio-stupore dell’incontro con l’ineffabilità del Mistero trinitario trova il suo acquietarsi nel silenzio-estasi d’amore. È l’esperienza di santa Elisabetta della Trinità: «È l’amore schiacciato dalla bellezza, dalla forza, dalla grandezza immensa dell’oggetto amato, che cade in una specie di deliquio, in un silenzio pieno e profondo. Il silenzio di cui parla David quando esclama: Tibi silentium laus. Sì, è la lode più bella perché è quella che si canta nel grembo della Trinità» (Scritti. Ultimo ritiro 8° giorno, Roma 1967).