Tra storia e fede

sgapostolo
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Viene spontanea talvolta la domanda se i fatti narrati dagli evangelisti siano realmente accaduti, se siano ritratti che riproducono fedelmente la figura storica di Gesù di Nazaret, oppure meditazioni teologiche elaborate dalle suggestioni degli evangelisti. Giovanni, nel suo vangelo, racconta Gesù cosi com’era nella realtà storica, oppure ci offre la sua immagine mirabilmente trasfigurata dalla fede? Il discepolo amato narra Gesù con visione storica o con prospettiva “kerigmatica”? È chiaro che le due visioni non possono essere separate perché sono due aspetti dell’unico mistero di salvezza, l’uno rimanda all’altro. Il Gesù storico separato dal Gesù kerigmatico si secolarizza; il Gesù kerigmatico separato dal Gesù storico si mitizza.

L’incarnazione e l’innalzamento del Logos Sarx realizza il sublime rapporto assoluto tra Dio e l’uomo all’interno della storia. Dire che il Verbo si è fatto carne significa affermare che Dio si è fatto uomo, ed è già la storia di Gesù. Questa incarnazione non ha niente a che fare con il carattere astorico e disincarnato del mito gnostico. La rivelazione non è un complesso di vaghe idee e di norme ben precise, ma si è compiuta in un’esistenza storica svoltasi all’interno di un tessuto geografico che è la Palestina sotto Ponzio Pilato. Il Figlio di Dio è l’uomo chiamato Gesù, figlio di Giuseppe. La gente dice di conoscere suo padre e sua madre. Proviene dalla Galilea, terra che non dà profeti, e precisamente da Nazaret, villaggio senza storia, insignificante e malfamato.

Nel vangelo di Giovanni, Gesù è visto come un uomo discusso e discutibile che, con i suoi discorsi, provoca divisioni. C’è chi dice che egli è il Profeta, il Cristo; altri lo considerano persino indemoniato. Eppure, è ammirato come un uomo che stupisce perché, senza avere fatto studi speciali, dimostra un’intelligenza straordinaria e incredibile. Addirittura, le guardie inviate per arrestarlo tornano senza di lui affermando: Mai un uomo ha parlato così! (Gv 7,46). Anche le sue opere destano meraviglia, tanto da pensare che l’uomo che le compie venga da Dio oppure che Dio sia con lui. Ed ecco lo stupore: pur essendo uomo, le sue parole e le sue opere trascendono le capacità e i limiti dello stesso uomo.

Questa sua umanità è visibile in certi momenti caratteristici: la stanchezza durante il viaggio attraverso la Samaria, il pianto per la morte dell’amico Lazzaro, il drammatico turbamento per il tradimento di Giuda, l’amore per i suoi dodici soprattutto per il misterioso discepolo che sempre è indicato come il discepolo che Gesù amava (Gv 13,23).

L’incarnazione nel grembo verginale di Maria lo fa realmente e pienamente uomo, tranne che per il peccato. Dio non finge di farsi carne della nostra umana natura! La Parola fatta carne non ha fatto un’apparizione momentanea e fugace nella storia tra gli uomini. Dio non ha mai preso in giro l’uomo creato a sua immagine e somiglianza. L’umanità di Gesù conferma l’importanza dell’elemento storico nel misterioso evento della rivelazione.

Come per l’incarnazione così per la redenzione: Nella crocifissione glorificata, Gesù non finge di morire e di risorgere. Il verismo delle narrazioni evangeliche dei facta et dicta attestano la concretezza della rivelazione avvenuta nella carne. Gesù, Dio fatto uomo, vive all’interno della storia, luogo per eccellenza della rivelazione di Dio: E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità (Gv 1,14). La discesa dello Spirito Santo guiderà i discepoli in tutta la verità, insegnerà loro a saper leggere in profondità la storia del Verbo svelandone il mistero. Come Gesù è l’esegeta che fa conoscere il Padre, così lo Spirito è l’esegeta che fa conoscere Gesù, il Cristo. Lo Spirito non è soltanto il testimone e il rivelatore di Gesù, ma è colui che fa ricordare ai discepoli tutto quello che lui ha detto loro rendendolo sempre attuale: Il Paraclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto (Gv 14,26). Lo Spirito, quindi, impedisce che tutto ciò che Cristo ha detto e ha fatto resti relegato nel passato.

Nella comunità dei credenti, Gesù storico non è passato rispetto al Gesù presente perché la vita apparsa con lui non è tramontata, la sua partenza, infatti, non significa assenza: Io vivo, e voi vivrete, afferma il Risorto (Gv 14,19), egli porta la vita in un mondo di peccato e di morte. Il Padre, infatti, ha inviato il Figlio affinché chiunque crede in lui non perisca ma viva. Gesù è il pane disceso dal cielo affinché chi ne mangia non muoia. E questo dono di vita Gesù lo afferma con chiarezza: Io sono il pane vivo disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo (Gv 6,50.51). La “vita eterna” non è soltanto quella dopo la morte, ma è la vita dopo la conversione e la nascita da Dio che sgorga dopo Dio in Cristo (cf Gv 1,13; 3,3; 17,3).

Il Verbo ha rivelato Dio come Amore e, quindi, la vita che nasce dal Verbo è luce d’amore che sfugge alle prese delle tenebre cioè alle potenze del male. L’Amore è la sostanza della vita che vive soltanto chi ama, altrimenti è morte: Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte (Gv 3,14). Giovanni ci fa comprendere il motivo per cui il mondo è in preda della morte. Vivere è perciò credere amando quel Dio che Gesù ha rivelato con la parola e con le opere donando la vita al mondo per testimoniare il suo Amore. Il Verbo è, dunque, persona e storia, Dio per l’uomo e Uomo per Dio, Luce da Luce che dona la Vita con la sua incarnazione, morte e glorificazione. La Vita Trinitaria è Amore ed è vita eterna offerta all’uomo per amare Dio e, in Dio, i fratelli in umanità.

È sublime verità quanto Giovanni ci rivela nella preghiera che Gesù rivolge al Padre prima del cammino doloroso e glorioso con cui ha vinto il mondo: Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto, e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato. E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro (Gv 17,25-26). Prima del martirio e della glorificazione, Gesù prega per la Chiesa dei credenti, chiedendo che i suoi discepoli vivano nella verità di Dio, santificati dalla fede nel Padre che egli ha loro rivelato.

All’interno della storia, la missione della Chiesa è di rivivere interamente il destino del suo Signore e Maestro nella misura in cui lo seguirà e lo servirà. Come prolungamento di Cristo nella storia, consapevole di essere serva e non padrona, seguirà Gesù lì dove egli è, collocata come lui tra gli uomini. Né Gesù né la sua Chiesa sono del mondo, pur restando nel mondo. La Chiesa, chiamata per essere mandata nel mondo, vive la fede in una situazione di missionarietà. Il Padre, primo missionario, invia il Figlio che, a sua volta invia i discepoli nel mondo; questo invio è l’origine e il fondamento della missione della Chiesa: Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi (Gv 20,21). Il mondo, grazie all’azione missionaria della Chiesa, può incontrarsi con Gesù per riconoscere in Lui la presenza viva di Dio nella storia degli uomini. Seguire Gesù significa amarlo e ascoltare la sua voce. Fede e amore contraddistinguono la comunità cristiana nel suo vivere all’interno della storia. I discepoli di Gesù si riconosceranno dall’amore che avranno gli uni per gli altri. Amore non solo come sentimento, ma soprattutto come comportamento. L’amore non è solo adempimento della legge che recita ama il prossimo tuo come te stesso, ma comandamento nuovo del vangelo creduto e vissuto. “Nuovo” non è il comandamento in sé, ma la qualità di quell’amore che nasce dal cuore di Dio ed è donato a noi dal Figlio: Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando (Gv 15,12-14). I discepoli non riusciranno ad amare altri se non saranno capaci di amarsi tra di loro.