Cattolici ed Ebrei insieme per il dialogo

Martedì 17 gennaio si celebra la 38^ Giornata del dialogo per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra Cattolici ed Ebrei, riflettendo, in questo anno, sul libro di Rut: “Per i prossimi cinque anni abbiamo scelto di proporre alla comune riflessione per la giornata di Dialogo ebraico cristiano un brano preso da cinque libri biblici, che nella Bibbia Ebraica costituiscono le cinque ‘megillot’ (i rotoli): Rut, Cantico dei Cantici, Qoelet, Lamentazioni, Ester”.

I commenti sono stai affidati al rabbino Alfonso Arbib, rabbino di Milano e presidente dell’Assemblea dei Rabbini d’Italia, ed a mons. Ambrogio Spreafico, vescovo di Frosinone-Veroli-Ferentino e presidente della Commissione Episcopale per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso. Nella presentazione del sussidio mons. Spreafico sottolinea che i documenti della Chiesa, dal Concilio Vaticano II, privilegiano questo rapporto, iniziando dalla Dichiarazione ‘Nostra Aetate’, che parla del ‘vincolo che lega spiritualmente’ cristiani ed ebrei, del ‘grande patrimonio spirituale comune’ agli uni e agli altri:

“L’alleanza con Israele non è qualcosa di caduco, ormai superata e abolita dalla nuova, ma permane nel suo valore. Il recente documento della Pontificia Commissione Biblica ‘Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana’ corregge una comune interpretazione del Nuovo Testamento quando afferma: ‘Il Nuovo Testamento non afferma mai che Israele è stato ripudiato. Fin dai primi tempi, la Chiesa ha ritenuto che gli ebrei restano testimoni importanti dell’economia divina della salvezza.

Essa comprende la propria esistenza come una partecipazione all’elezione di Israele e alla vocazione che resta, in primo luogo, quella di Israele, sebbene solo una piccola parte di Israele l’abbia accettata’… L’importanza della posizione del documento della Pontificia Commissione Biblica è visibile soprattutto là dove il testo affronta il problema del rapporto tra Primo e Nuovo Testamento”.

E di seguito mons. Spreafico ribadisce l’unità tra Primo e Secondo Testamento: “Non si comprende a fondo il patrimonio proprio dell’ebraismo se non cogliendo come il Primo Testamento è stato vissuto nella tradizione, così come non si coglie il cristianesimo se non alla luce del Nuovo Testamento e della tradizione della Chiesa. Ciò non sopprime il valore storico del Primo Testamento.

Ma la Parola di Dio è viva nella storia, è un libro che ha un valore nella misura in cui è reso vivo nella fede di coloro che lo leggono e lo interpretano. Si accenna oggi sempre più alla necessità di un dialogo teologico tra ebrei e cristiani. Sono stati fatti dei tentativi anche nel passato per definire da parte ebraica e da quella cristiana il senso del partner all’interno del disegno salvifico divino”.

Ed ha concluso la sua riflessione ribadendo che il dialogo con l’ebraismo è ineludibile: “Il cristianesimo si è definito nei secoli in maniera diversa dall’ebraismo, che ha una sua storia e una sua vita attuale in numerose comunità. L’esistenza cristiana e la sua stessa comprensione tuttavia portano in sé, nelle proprie radici, l’ebraismo vivente quale interlocutore essenziale. Per questo il dialogo ebraico cristiano è per la Chiesa ineludibile e addirittura si è posto come paradigma del dialogo interreligioso.

Il rapporto ebraico cristiano infatti è stato suscitatore involontario della Dichiarazione conciliare sulla relazione della Chiesa con le religioni. Si tratta quindi di un rapporto che è diventato in qualche modo paradigmatico. E’ anche emersa la peculiarità di tale rapporto rispetto a quello che la Chiesa intrattiene con le altre religioni”.

Ed ha ribadito il fatto che la memoria in questo dialogo è fondamentale: “La memoria è un aspetto essenziale della coscienza religiosa ebraico cristiana. L’imperativo ‘ricordati’ risuona frequentemente nella Bibbia come un invito a una coscienza vigile della propria realtà, fragilità e dipendenza da Dio. Soprattutto il credente non può non ricordare i benefici ricevuti e la forza del male presente nella storia.

Di fronte ad un’Europa in cui sembra più facile dimenticare o minimizzare la tragedia della shoà, la coscienza ebraico-cristiana porta in sè una memoria, che significa impegno concreto per aiutare a non dimenticare e ad agire con ogni mezzo per estirpare dalla cultura occidentale ogni pregiudizio non solo nei confronti degli ebrei, ma di tutte le minoranze. Da questa memoria deriva concretamente un impegno contro ogni forma di razzismo e di antisemitismo”.

Il rabbino Arbib ha approfondito il libro di Rut, concludendo sulla necessità del dialogo interreligioso: “Vorrei concludere con una brevissima osservazione sul dialogo interreligioso. Io credo che il libro di Rut ci possa indicare una delle direzioni in cui questo dialogo si può sviluppare, quella del chèsed, della solidarietà verso il prossimo che può essere comune alle varie religioni ma soprattutto all’ebraismo e al cristianesimo che vengono da una radice comune e che hanno nel principio ‘ama il prossimo tuo come te stesso’ un fondamento essenziale”.

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