Da Riga nasce una speranza per il mondo

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“Manifestare a parole e con azioni che il male non ha l’ultima parola della nostra storia”: è stato l’invito che papa Francesco ha rivolto, in un messaggio, ai circa 2000 giovani che fino al 1^ gennaio sono a Riga, in Lettonia, per il 39^ Incontro europeo promosso dalla comunità ecumenica di Taizé sul tema: ‘Insieme per aprire strade di speranza’.

Nel messaggio papa Francesco ha incoraggiato i giovani ortodossi, protestanti e cattolici a “lasciare entrare il Signore, che non delude mai, nei loro cuori e nella loro vita”, in modo da “affrontare il futuro con gioia e far fruttare capacità e talenti per il bene comune… Con queste giornate vissute all’insegna di una reale fraternità, voi esprimete il desiderio di essere protagonisti della storia, di non lasciare che siano gli altri a decidere del vostro futuro…

Oggi molte persone sono sconvolte, scoraggiate dalla violenza, da ingiustizie, sofferenza e divisioni. Hanno l’impressione che il male è più forte di tutto. Voi testimoniate con le parole e i fatti che non è così… E’ il tempo della misericordia per tutti e per ognuno, perché nessuno possa pensare di essere estraneo alla vicinanza di Dio e alla potenza della sua tenerezza”.

E nelle meditazioni frère Alois ha invitato i giovani ha riscoprire l’ospitalità come valore fondamentale e universale: “Tutti gli umani hanno sete di comunione, amicizia. Quando ne facciamo l’esperienza la nostra vita assume un senso più profondo. Vorremmo vivere una simile ospitalità del cuore non solo nei momenti eccezionali, ma nella nostra esistenza di tutti i giorni. Dapprima verso coloro che ci sono più vicini: prendere del tempo per loro, ascoltarli, e anche lasciarci accogliere da essi”.

Il livello successivo è aprire il proprio cuore alle difficoltà al vicino ed al povero: “Poi estendiamo l’ospitalità al di là di chi ci sta accanto. In questi giorni ascoltiamo la testimonianza di persone che vanno verso i più poveri. Queste persone ci dicono quanto esse siano felici di poterne aiutare altre, ma ci raccontano anche tutto quello che ricevono da loro. Sì, quando andiamo verso chi è più povero di noi, anche a mani vuote, ci è donata la gioia”.

Le nuove sfide invitano a dare risposte complesse per vincere la paura: “D’altronde in tutti i nostri paesi da molto tempo delle popolazioni di culture differenti vivono insieme. Anche qui creiamo dei contatti personali, dei ponti. Superiamo i pregiudizi. Anche con pochi mezzi, con quasi niente, possiamo incominciare. Andiamo verso gli altri, con grande semplicità”.

Quindi il cristiano non deve cedere allo scoraggiamento ma prendere ‘una forte decisione interiore’: “Essa consiste, per noi cristiani, nell’affondare le nostre radici più profondamente in Cristo Gesù. La fede, la fiducia in Dio, non può essere per noi una realtà marginale. Si tratta né più né meno di mettere sempre di nuovo il Cristo al centro della nostra vita”. Il Vangelo esige una radicalità, che non è irraggiungibile:

“Tutti possiamo incominciare e ricominciare a mettere in pratica questa parola di Cristo. Ciò è possibile, perché, ancor prima di chiederci chissà che cosa, Cristo ci prende accanto a sé. Egli ama ciascuno e ciascuna di noi di un amore incondizionato e anche folle. Anche i nostri errori non sminuiscono l’amore che ha per noi. Accogliamo Cristo, anche noi, con amore. Offriamogli ospitalità. Egli ci guarda con fiducia. Allora la paura lascia il posto al coraggio. L’impossibile diventa possibile”.

Ed ha raccontato il suo recente viaggio nel Benin: “Insieme per aprire strade di speranza. Lo porto dal Benin in Africa, dove in settembre abbiamo vissuto un incontro continentale. Con 7500 giovani provenienti da diversi paesi abbiamo fatto l’esperienza che la speranza nasce quando ci mettiamo insieme. Perché in Africa? Una ragione sta nella globalizzazione, nella interdipendenza tra paesi e continenti.

E vorremmo contribuire alla globalizzazione della fratellanza. Ma non è la ragione più profonda. Un altro motivo è quello di metterci maggiormente in ascolto dei giovani delle diverse parti del mondo e sostenerli nella propria fiducia in se stessi, nei loro paesi, nel futuro dei loro paesi”.

Però il vero motivo della realtà della comunità di Taizé è la ragione che: “Cristo è venuto per tutta l’umanità, che egli vuole per ogni essere umano la pienezza della vita. Ci riunisce tutti in una sola famiglia umana. Quello che vorrei trasmettere della tappa africana del nostro pellegrinaggio di fiducia è la vitalità dei giovani di quel continente, la loro capacità di perseverare nella fiducia, anche quando l’orizzonte si oscura.

E vorrei comunicare un invito che quei giovani africani rivolgono agli europei: ci chiedono di fare regnare maggior giustizia nelle relazioni economiche e politiche internazionali”.