L’ Avvento di Giovanni Battista

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Il vangelo di Giovanni narra tanti incontri umani di Gesù che si realizzano in profondità e si staccano dalle apparenze superficiali per scavare nell’intimità del cuore. Con la sua luce, Gesù rivela la cecità di chi si reputa illuminato senza accogliere Lui che è il Verbo – Luce.

Il Signore nutre sempre grande stima per i rapporti umani. Non si possono dimenticare i celebri incontri con Nicodemo, con la samaritana, con il cieco nato, con Zaccheo, con Marta e Maria, soprattutto con gli Apostoli, sia nel primo incontro della chiamata, sia nel discorso dell’ultima Cena, sia negli incontri pasquali. Con questi dialoghi, il Maestro s’impegna a “incarnarsi” nell’uomo, sempre nel sacrosanto rispetto di quella libertà avuta in dono da Dio. Negli incontri, con forte e dolce energia, Gesù spinge colui che interpella ad aprire il cuore per potersi rivelare. Soltanto allora sboccia il sublime dialogo d’amore che apre la strada alla verità.

Né l’incontro oculare può fare a meno della rivelazione di fede, né la rivelazione di fede può fare a meno dell’incontro oculare. Gesù così ci invita a vivere in profondità quel rapporto teandrico che ci rende capaci d’interpretare “i segni dei tempi” nelle coordinate storiche d’amore.

I quattro evangelisti aprono la narrazione della vita pubblica di Gesù partendo dal precursore Giovanni, figlio di Zaccaria e di Elisabetta. La sua nascita fu annunziata dall’angelo. Elisabetta, benché fosse sterile, lo concepisce nella vecchiaia, perché nulla è impossibile a Dio (Lc 1, 37). E’ l’unico uomo concepito nel peccato originale, ma ne è liberato prima della nascita. Quando Maria andò a far visita a Elisabetta, Giovanni fu santificato nel grembo della madre. La santificazione fu percepita con il segno del sussulto. La figura carismatica e profetica di Giovanni, già preconizzata da Isaia (40,3), è l’anello di congiunzione tra l’antica e la nuova Alleanza; tra l’umanità prima di Cristo e quella redenta che inizia con Cristo. Giovanni l’evangelista, dopo che nel Prologo canta il Verbo-Luce, scrive: Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce perché tutti credessero per mezzo di lui (1, 6-7). Credere nella luce è credere in Dio e accogliere il Figlio inviato da Lui. Il Battista è il personaggio preconizzato nella voce di una che grida nel deserto (Gv 1, 23) perché tutti si convertano e accolgano il Verbo-Luce.

Quando venne l’ora di iniziare la sua missione, il Precursore si ritirò nel deserto di Giuda, sulle rive del Giordano, vivendo un regime di vita austera. Dio lo aveva rivestito di tutte quelle grazie che sarebbero state necessarie per essere degno precursore del Messia. Lo stesso Gesù poi avrebbe affermato: Fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui (Mt 11,11).

Il Battista è il testimone di Cristo che rivela il Padre, suo compito è principalmente quello di preparare il cuore del popolo ad accogliere l’annunzio del Regno di Dio tramite il Messia. Ecco perché Giovanni lancia i suoi appelli alla conversione e alla purificazione in attesa di avere l’infusione della grazia da parte di Dio. D’ora in poi il destino dell’uomo si misurerà sull’unico criterio che soltanto Gesù è il Salvatore inviato dal Padre.

Il grido di Giovanni è sempre attuale. Egli annunzia che il Regno dei cieli è già presente e perciò invita alla conversione e all’accoglienza. Giovanni è pienamente cosciente di non essere la luce e di non essere il messia promesso ma soltanto una voce che grida nel deserto la necessità di essere pronti ad accogliere il Messia. Il suo battesimo, fatto di sola acqua, dovrà cedere il posto al battesimo in Spirito Santo e fuoco (Mt 3,11). Il fuoco simboleggia l’intervento sovrano dello Spirito di Dio che purifica le coscienze e consuma tutto ciò che non è purificato. Giovanni esige la penitenza e invita gli ascoltatori a operare l’integrale conversione della mente e della volontà. Ricevere il suo battesimo, soltanto esteriormente, non serve a salvarsi dalla minaccia del giorno del giudizio. Ai rappresentanti del giudaismo che lo interrogavano perché battezzasse, risponde: Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete (Gv 1, 26). Per farlo conoscere, il Battista dà al Messia il nome misterioso che lo pone al centro della storia e lo addita come il centro della stessa storia. Vede Gesù e subito lo indica: Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! (Gv 1, 29). Il termine, evidentemente, suscitava reazioni profonde, perché l’immagine dell’agnello era collegata con l’antica tradizione profetica d’Israele. Il Battista ricorda così una figura messianica ben conosciuta, quella dell’agnello di Dio che è chiara allusione al servo sofferente di YHWH che riempie le pagine delle promesse messianiche di Isaia. Giovanni, mentre battezza, indica che il Gesù di Nazareth che loro vedono è proprio lui l’agnello di Dio. I discepoli che accettano di seguire Gesù, chiamato Agnello di Dio, devono accettare il Messia come servo sofferente e non restare aggrappati al credere un messia trionfatore e condottiero politico.

Il vangelo di Giovanni ci tramanda che attorno al Battista si contempla un’atmosfera di vigilia nuziale, immagine questa che risale alla tradizione profetica dell’annunzio messianico. L’alleanza di YHWH con il suo popolo è vista come festa nuziale e alleanza d’amore e il Battista, riferendosi a questa tradizione nuziale, dice di se stesso: “Non sono io il Cristo”, ma: “Sono stato mandato avanti a lui”. Lo sposo è colui al quale appartiene la sposa; ma l’amico dello sposo, che è presente e lo ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è piena. Lui deve crescere; io, invece, diminuire” (Gv 3, 28-30).

In questa atmosfera nuziale, carica di tensione messianica, si armonizzano le due epoche salvifiche: quella della preparazione del Battista che volge lo sguardo verso il Messia ancora sconosciuto che gli viene incontro e quella dell’adempimento che si apre con Gesù che raccoglie attorno a sé il primo nucleo del “nuovo Israele” già preannunziato dai profeti. Tra l’una e l’atra c’è un intermezzo meraviglioso di testimonianze: Il Battista, Andrea, Simone e Natanaele. Giovanni fissa il suo sguardo amabile su Gesù e gli dona i suoi due discepoli. Questi, sollecitati dalle parole misteriose del Battista e curiosi di conoscere Gesù, lo seguono. Andrea, il mattino dopo, corre verso suo fratello Simone e, svegliandolo bruscamente, gli grida: Abbiamo trovato il Messia (1, 41). Trovare e invitare con un intreccio stupito di sguardi e di curiosità, sono i due atteggiamenti di chi ha scoperto un tesoro. I primi due discepoli Andrea e Simone, con un candore illuminato dalla meraviglia mista a speranza che quell’uomo sia il Messia, seguono Gesù finché non è lui a voltarsi e a chiedere loro: Che cosa cercate? Quasi intimiditi, chiedono: Rabbi, dove dimori? Con questo incontro interpersonale, raccontato da Giovanni dopo l’evento pasquale e avvenuto in semplicità di cuore e non in esposizione di dottrina, avviene il passaggio dall’Antico al Nuovo Testamento. 

Se tutti i profeti avevano annunziato la venuta del Messia, il Battista fu l’unico ad avere avuto il ruolo di annunziarlo già presente nel mondo e indicarlo alla folla nella sua identità fisica divino-umana. Giovanni prepara i suoi discepoli ad accogliere il Messia, non soltanto psicologicamente e culturalmente, ma, soprattutto, spiritualmente. I Giudei che rifiutano di credere sono all’opposto dei discepoli.

Il ruolo di Giovanni è di adempiere la missione affidatagli da Dio: essere precursore immediato di Cristo e orientare tutti a Lui. Analogo ruolo è la missione dei cristiani: rendere testimonianza a Cristo-Luce indicando la sua presenza in mezzo a noi come Emmanuele.

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