A Torino ‘il limite che non limita’ per la giornata della disabilità

Il 3 dicembre è ricorsa la ‘Giornata internazionale dei diritti delle persone con disabilità’ come stabilito dal ‘Programma di azione mondiale per le persone disabili’ adottato nel 1982 dall’Assemblea generale dell’ONU.

L’appuntamento ha offerto un’occasione per sensibilizzare l’opinione pubblica ai diritti e al benessere delle persone disabili e per promuovere in tutti gli ambiti sociali il dialogo sul diritto degli individui a una partecipazione piena ed attiva alla vita lavorativa, culturale, artistica e sportiva.

Secondo una recente indagine Istat vivono in Italia oltre 3.000.000 persone con gravi disabilità; oltre 200.000 adulti vivono in istituto o in Rsa. Meno di un disabile su cinque lavora, con ciò che ne deriva in termini di realizzazione personale e di mancato guadagno. Il 70% delle famiglie con persone disabili, non fruisce di alcun servizio a domicilio.

Spesso le famiglie gestiscono in quasi totale autonomia situazioni di grande difficoltà, rinunciando a volte anche al lavoro con tutte le ripercussioni economiche e sociali che ne possono derivare. Per riflettere sulla giornata a Torino si è tenuto il convegno diocesano per la Pastorale della Disabilità dal titolo ‘Il limite che non limita’, introdotto da mons. Cesare Nosiglia, che ha ringraziato i disabili ed i familiari per la testimonianza di vita, perché “queste persone valgono agli occhi di Dio e di tutti, più di ogni altra cosa al mondo, perché solo accanto a loro possiamo sperimentare cos’è l’amore vero, sincero e ci sentiamo piccoli e poveri.

Basta un loro sorriso, una stretta di mano forte, uno sguardo, un movimento anche impercettibile del volto per farci comprendere che si è stabilita tra noi una relazione profonda e vera”. Però questo ringraziamento non è sufficiente se non è accompagnato da una loro valorizzazione da parte delle istituzioni:

“E’ dunque una questione di giustizia prima che di carità o di assistenzialismo. La nostra voce di Chiesa e di uomini e donne di buona volontà deve alzarsi alta e forte in ogni sede e situazione per rivendicare i diritti inalienabili e propri di ogni persona disabile e quelli delle loro famiglie.

Niente è più importante di questo che segna la discriminante tra la via del dono di se stessi, che conduce a dare anche la vita per i fratelli, e quella egoistica e individualistica, propria di tanti messaggi edulcorati e paternalistici della nostra società che parlano dei poveri, malati e disabili, senza averne mai visto uno in faccia”.

Mons. Nosiglia ha parlato di diritti dei disabili e di valorizzare le risorse: “Non è vero che mancano le risorse, si tratta di saperle orientare e razionalizzare meglio con minori sprechi e minori dispersioni clientelistiche per dare le risposte mirate a chi ne ha veramente bisogno.

Un obiettivo che dobbiamo perseguire insieme è quello di far avvicinare i giovani al mondo dei disabili, come volontari e far sperimentare loro che qui sta il segreto della vera gioia della vita, quello che forse molti cercano invano nell’abbraccio di illusori paradisi artificiali ricchi di sensazioni forti, ma che in realtà vi lasciano poi vuoti, soli, tristi e annoiati, alla continua ricerca di un di più di amore e di speranza, che non troverete mai in queste esperienze”.

Poi ha rivolto lo sguardo all’accoglienza nella comunità cristiana: “Guardando la comunità cristiana in rapporto alle famiglie che hanno persone disabili, credo che un primo passo da compiere sia quello di aiutare queste famiglie a superare l’isolamento e la chiusura in se stesse che a volte caratterizza la loro vita.

Penso alla liturgia domenicale, alla catechesi, ai momenti di incontro e di festa della comunità dove, mi pare, spesso la presenza di persone con disabilità intellettive o fisiche sia tollerata più che accolta con gioia e valorizzata. La famiglia sente che attorno a sé non c’è quell’accoglienza veramente umana e fraterna che si aspetterebbe; c’è invece commiserazione e rispetto per la sua situazione, ma non affetto sincero e coinvolgente.

Non generalizzo, ovviamente, ma credo che questo sia il primo passo da compiere: aprire le nostre comunità ad una accoglienza meno formale e più sentita e diretta verso queste famiglie ed i loro cari”. La comunità cristiana deve essere attenta al grido delle famiglie con un disabile in casa, tracciando alcune vie:

“Una via è certamente quella di favorire il sorgere di gruppi di famiglie, che sostengano quelle con una persona disabile. Una rete di famiglie che vivano concretamente la loro solidarietà ed esprimano con l’amicizia la loro vicinanza in modo permanente e non solo occasionale. Questo è anche essenziale per il ‘dopo di noi’, come si usa dire, per il tempo in cui il disabile potrà restare solo, privo di quelle persone care, come sono i genitori, che lo hanno assistito con amore…

Ogni persona è un dono; ogni disabile, ogni persona sofferente o che vive qualche difficoltà, va considerata in se stessa come un unicum, un individuo che merita la massima attenzione e disponibilità per rispondere ai suoi specifici bisogni ed attese”. Mons. Nosiglia ha richiamato le parrocchie a non svolgere solamente un assistenzialismo caritativo, ma a perseguire le vie di integrazione dei disabili nella vita della comunità e della società, iniziando dall’abbattimento delle barriere architettoniche:

“L’azione delle comunità cristiane con le famiglie aventi persone diversamente abili va oltre quanto detto per arrivare ad un coinvolgimento relativo ai loro problemi di giustizia e di salvaguardia e promozione dei diritti di queste persone.

Quando parliamo di stato sociale non intendiamo solo richiamare l’impegno ad attivare una serie di servizi, quasi si trattasse di una benigna concessione da parte dello Stato verso i cittadini più svantaggiati e bisognosi di cure, ma intendiamo affermare la dignità di ogni persona come soggetto di diritti fondamentali, come quelli della salute e della qualità della vita, dell’accoglienza e della valorizzazione di ogni risorsa personale per il bene comune.

Questo bene comune nasce dal bene-agire e dal bene-essere di tutti. Se ci fosse anche solo una persona che non usufruisce di questo bene-essere, allora la società non sarebbe né giusta né pacifica”.

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