Firenze ha ricordato l’alluvione

Fare memoria “della devastazione che Firenze subì a causa della piena dell’Arno 50 anni fa porta a pensare innanzitutto alle vittime: 35 secondo gli elenchi ufficiali, probabilmente anche più; poi alle gravi sofferenze di tanti, di tutti i fiorentini in quei giorni:

patimenti materiali e morali, privazioni e angosce, perdita di beni e soprattutto di memorie di una vita, per non pochi il successivo sradicamento dai luoghi familiari. Alla sofferenza delle persone va aggiunta quella della città, le ferite inferte al suo volto, alla sua bellezza, la consapevolezza di una precarietà che da allora ci accompagna”.

In questo modo l’arcivescovo di Firenze, card. Giuseppe Betori, ha fatto memoria dell’alluvione che travolse la città nell’omelia della Celebrazione eucaristica, celebrata nella basilica di Santa Croce, insieme al card. Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città di Castello, mons. Luciano Monari, vescovo di Brescia, e mons. Diego Coletti (vescovo emerito di Como) oltre a molti vescovi toscani.

Nell’omelia il card Betori ha sottolineato lo slancio dei giovani intervenuti a salvare la città: “Ma in quei giorni si manifestarono anche fatti di segno positivo. Anzitutto la fierezza e la dignità dei fiorentini, la loro volontà di non darla vinta alle acque limacciose, il coraggio di affrontare il futuro per difendere l’identità di questa città.

Poi l’accorrere di tanti uomini e donne in nostro aiuto, soprattutto di giovani, che mostrarono una generosità commovente, ma anche la consapevolezza che perdere Firenze e i suoi tesori, di umanità e di arte, sarebbe stata una rovina irreparabile per l’umanità tutta. Ne scaturì una condivisione della sofferenza e una dedizione di solidarietà che si manifestarono per la prima volta nel nostro Paese, per poi riapparire, in forme sempre più organizzate, nelle altre catastrofi naturali in questi anni, anche in questi giorni nel funesto sisma dell’Appennino centrale, in Umbria, Marche, Lazio e Abruzzo.

Questi nostri fratelli ci sentano vicini, io sono nato in Umbria, e sappiano che possono contare sulla presenza operosa dei nostri volontari Il Paese tutto si senta impegnato a far rinascere quei luoghi con il volto che li ha connotati nei secoli”. Molti furono anche i giovani sacerdoti accorsi a Firenze, tra i quali:Betori, Bassetti, Scola, Coletti, Ambrosio, Marrucci e Castellani.

Lo stesso card. Betori ha raccontato il suo arrivo a Firenze, appena diciannovenne: “Il pastorale che per la prima volta ho usato a Firenze cinquanta anni fa era un badile: non è servito per appoggiarmi, ma per sostenere gli altri… Nella mia memoria è rimasta impressa la bellezza ferita, ma anche la forza, la dignità, il coraggio e la volontà dei fiorentini di rialzarsi…

Avevo da poco iniziato a Roma i miei studi di teologia alla Pontificia Università Gregoriana come alunno del Seminario Lombardo. Dopo le notizie terribili da Firenze, le vittime, la città devastata, lasciammo i libri e con un gruppo di dodici seminaristi e giovani preti partimmo. Il nostro rettore, monsignor Ferdinando Maggioni, vide in quell’esperienza un’attività formativa per noi…

Un’occasione concreta e non astratta di teologia sul campo, al popolo. Papa Francesco dice che la realtà deve venire prima delle idee e noi lo sperimentammo subito. Stare a fianco della gente smarrita è una lezione importante. E ancora oggi da arcivescovo mi piace considerare questo come il primo servizio fatto da un pastore per la sua gente, anche se quella volta non avevo in mano un pastorale, ma un bastone”.

Anche il venticinquenne card. Scola, allora presidente della Fuci ambrosiana, arrivò a Firenze con i suoi universitari: “Come universitari cattolici milanesi decidemmo di partire per dare una mano. Per 4 mesi assicurammo la nostra presenza. Si iniziò in Santo Spirito. Poi fummo trasferiti allo Spedale degli Innocenti, in piazza Santissima Annunziata, dove spalammo il fango riuscendo anche a recuperare preziosi fogli di alcuni manoscritti della biblioteca.

Venivamo da una certa esperienza di divisione tra giovani studenti cattolici e il fatto di lavorare insieme favorì la nascita di un’amicizia tra noi, con il superamento delle tensioni presenti nell’associazione… Ci interrogavamo con passione sul significato, persino culturale, in senso nobile, di un’azione caritativa di fronte al disastro dell’alluvione, impegnati a scoprire come la carità consenta quello sguardo che fu lo sguardo di Gesù sulla realtà del mondo.

Mi ricordo come la sera, con il buio che ci costringeva a interrompere il lavoro, stessimo insieme discutendo del più e del meno. E qui sgorgava una conoscenza nuova, una nuova capacità di fare cultura”. Anche mons. Gianni Ambrosio, ora vescovo di Piacenza-Bobbio, partecipò con gli scout romani ad aiutare i fiorentini:

“Studiavo teologia alla Gregoriana e seguivo il gruppo scout di una parrocchia romana. Con alcuni scout siamo partiti su un camion, di notte. Ricordo il freddo e le difficoltà del viaggio per le strade interrotte o bloccate, la periferia di Firenze dove l’acqua era giunta a un’altezza impensabile. Poi la fame e la scarsa organizzazione.

Ma soprattutto ho due sentimenti che mi sono rimasti impressi: un senso di desolazione nel vedere dal vivo la tragedia; e un richiamo di speranza di vita di fronte all’incredibile catena di solidarietà. Alla fine prevale quest’ultima immagine”.

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