Ricordare è ringraziare

Non è soltanto un quadro geografico, ma una prospettiva teologica, il viaggio di Gesù verso Gerusalemme descritto più volte dall’evangelista Luca nel suo Vangelo. Gerusalemme è il luogo dove accadranno i grandi eventi della salvezza: Passione per tutti, Morte-Risurrezione per tutti, Salvezza per tutti. La prima lettura, 2Re 5,14-17, e il vangelo, Lc 17,11-19, della Domenica XXVIII anno C, raccontano due guarigioni dalla lebbra. La prima guarigione è donata grazie all’umiltà, la seconda è offerta per la fede.

Naaman, un ufficiale siro, pagano, quindi, politeista, è guarito per la sua umile fiducia verso il vero Dio. Accogliendo l’indicazione di una ragazzina, acconsente all’invito del profeta Eliseo e scende nel fiume Giordano per lavarsi in acque meno nobili di quelle dell’Abana o del Parpar, fiumi di Damasco. Bagnatosi, Naaman si ritrova guarito e intuisce che nel miracolo c’era stata l’azione dell’unico vero Dio. Decide, allora, di fare professione di fede nel Dio di Eliseo e dice: Ecco, ora so che non c’è Dio su tutta la terra se non in Israele. Adesso accetta un dono dal tuo servo (5, 15). Usando i suoi metodi, Naaman vuole pagare ma Eliseo rifiuta, allora comprende che la relazione con Dio è un rapporto di fede maturata ed espressa con la gratitudine al dono gratuito.

Nel vangelo, Luca racconta che dieci lebbrosi vanno incontro a Gesù, si fermano a distanza, alzano la voce e invocano: Gesù, maestro, abbi pietà di noi! Gesù li vede, promette la guarigione per tutti e risponde puntando il dito sulla legge: Andate a presentarvi ai sacerdoti (v.12-14).  Tutti e dieci obbediscono e, mentre vanno, sono guariti. Poi, uno solo di loro torna indietro, s’inginocchia ai piedi di Gesù, loda Dio a gran voce, ringraziandolo (v. 15-16). Perché i nove ebrei non tornano a ringraziare e lo straniero sì? Tutti e dieci, all’inizio, chiamano Gesù per nome e riconoscono il suo ruolo salvifico.

Compiendo questo miracolo, Gesù infrange tutti gli steccati imposti dalla legge, si pone a contatto con il contagio della lebbra e, senza rimanerne intaccato, risana tutti e dieci. Dal comprendere il mistero salvifico del gesto, nasce la riconoscenza verso Gesù e il rendimento di grazie a Dio. Solo il samaritano, pur non essendo un ebreo, al di là dai confini d’Israele, ritorna per ringraziare; purificato, diviene credente. Ricevere un dono “gratis” comporta sempre rispondere con il “grazie” al dono: è segno di delicatezza e di umanità. Il pubblicano così vince in umanità.

Gli altri nove, pur appartenendo al popolo di Dio, pur conoscendo la Legge e i Profeti, perché non tornano a ringraziare? La fede vera è fondata sempre sull’umanità che rende visibile la verità del credere. Il samaritano, ringraziando e umiliandosi, dimostra di avere coscienza della propria povertà e di avere accolto in entusiasmo il dono della guarigione e della fede. Gesù, con l’espressione consueta rivolta ai sanati, gli dice: Alzati e va’; la tua fede ti ha salvato! (v. 19). “Alzati”, è il verbo della risurrezione, del cammino verso vita: dalla lebbra alla guarigione, dalla salvezza ricevuta alla testimonianza.

Nei due fatti possiamo intravedere la teologia dell’azione sacramentale. L’acqua, l’olio, il pane e il vino, l’imposizione delle mani, in se stessi non hanno nessuna capacità d’influire sull’anima. Tutti questi elementi, però, insieme ai gesti e alle parole, sono mezzi di cui si serve la volontà onnipotente di Dio per diventare segni espressivi ed efficaci della salvezza. Non fu l’acqua del Giordano a guarire Naaman dalla lebbra, ma l’azione di Dio, come fa nei sacramenti della Chiesa attraverso gli elementi della natura. L’incredulo guarda ai sacramenti e pensa alla magia, il vero credente percepisce che non è l’elemento sensibile a dare i benefici ma Dio stesso che, attraverso la loro visibilità materiare, vuole fare passare l’energia salvifica prodotta da Lui. L’efficacia sacramentale non si basa sulle virtù naturali delle parole o delle cose ma sulla potenza creatrice e sanatrice di Dio. La guarigione dalla lebbra è il segno del miracolo più grande: la salvezza mediante la fede. Guarigione e salvezza sono doni squisiti di Dio, ricco di misericordia.

Naaman, nelle acque del Giordano, è purificato e la sua riconoscenza andrà orientata a Dio con olocausti e sacrifici. Gesù invia i dieci lebbrosi verso i sacerdoti, ma poi rileva che solo il samaritano torna a rendere grazie e che la sua fede l’ha salvato. Fede, obbedienza, lode e rendimento di grazie sono l’espressione del credo insegnato da Gesù che porta salvezza.

Il samaritano guarito, quindi, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo… Ma Gesù osservò: “Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? (17, 15-17). Purtroppo, potrebbe ripetersi ancora la delusione di Gesù che riconosce solo in un “non credente”, la fede autentica che porta salvezza, mentre nei così detti “credenti” si verifica, talvolta, una pratica superficiale interessata all’utile e a ottenere benefici immediati, e, dopo averli ricevuti, continuare a vivere una fede disumanizzata e disumanizzante priva di “lode eucaristica”.

Nel Nuovo Testamento, eucharistéo è il verbo del “rendimento di grazie” più alto. L’eucaristia è la più grande espressione di ringraziamento e di glorificazione, è l’atteggiamento fondamentale del cristiano e il riconoscimento che tutto è dono e tutto è grazia di Dio che guarisce e salva anche i lontani più lontani.

Ringraziare per il dono ricevuto è gesto di umanità che sgorga dal cuore. Il cristiano che non sa riconoscere i doni ricevuti ed è incapace di gratitudine è un falso credente. La preghiera di rendimento di grazie deve portare i cristiani a incarnare nella quotidianità i sentimenti di fedeltà e di obbedienza al Padre espressi dal Figlio Gesù.

 

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