Il domenicano Cadoré ha aperto i lavori assembleari dei gesuiti

La 36^ Congregazione generale dei gesuiti, rispettando tutte le previsioni, ha accettato le dimissioni del generale Adolfo Nicolas; di conseguenza padre James Grummer ha assunto la responsabilità della Compagnia come Vicario generale. Il giorno precedente i 215 membri della #GC36 nella Chiesa del Gesù per aprire i lavori assembleari hanno celebrato l’Eucaristia, presieduta da p. Bruno Cadoré, maestro dell’ordine dei predicatori domenicani.

Durante l’Eucaristia, il maestro dei domenicani, nella sua omelia ispirandosi alle letture del giorno, ha portato all’attenzione dei presenti sulla richiesta di apostoli a Gesù: ‘Signore, aumenta in noi la fede’. Questo è l’atteggiamento da tenere all’inizio di questa congregazione generale: “E’ necessaria, inoltre, perché si tratta di capire che, anche si mira all’incredibile, si tratta di osare dire: ‘Siamo soltanto servitori. Abbiamo fatto quel che dovevamo fare’.

Un’assemblea come la vostra (…) si potrà certamente dedicare sia al compito di chiamare sempre la Compagnia ad osare l’audacia dell’ ‘improbabile’, che alla volontà evangelica di farlo con l’umiltà di quelli che sanno che, in questo servizio in cui l’umano impegna tutta la sua energia, ‘tutto dipende da Dio’. L’audacia per puntare all’improbabile è stata la caratteristica di Ignazio quando fondò la minima Compagnia di Gesù”.

P. Cadorè ha affermato che è possibile ancora far udire la Parola di Cristo se non viene meno l’audacia: “Tanti di voi potrebbero elencare le maledizioni del profeta che spiegano la forza con la quale egli interpella il suo Dio. Ancora oggi, il mondo sfigurato da quelli che accumulano quello che non è loro, che perseguitano in primo luogo il loro interesse, che costruiscono un mondo sul sangue di una moltitudine di dimenticati e manipolati, inventano sempre nuovi idoli.

Violenze che sfigurano il viso dell’umano nelle persone, le società, i popoli. Il più improbabile, in una situazione come questa, non è forse di rovesciare, con le nostre mani umane e nel limite delle nostre intelligenze e delle nostre capacità, queste violenze per raddrizzare un po’ il mondo. Bisogna, certo, osare cercare come rammendare quello che è strappato. Ma la vera audacia dell’improbabile è forse di fare sentire, al cuore di questo lavoro di ‘rammendo’, la voce di Colui che, contro ogni previsione, conduce il suo popolo e gli dà la forza di vivere con la sua fedeltà”.

E’ ancora possibile nel nostro tempo di crisi, mentre sperimentiamo la violenza in così tante forme?, ha chiesto il domenicano: “Mi sembra che sia la domanda che tormenta il profeta Abacuc (‘Fino a quando, o Eterno, griderò, senza che tu mi dia ascolto? Io grido a te: ‘Violenza!’ e tu non salvi?’). Che il Signore vi faccia la grazia, nelle vostre riflessioni e discernimenti, di lasciarvi guidare, generare, in quest’audacia di fare sentire tramite i vostri impegni, parole, solidarietà, la voce sempre inaspettate di Colui che spera nel mondo, rovescia la morte e stabilisce la vita, Colui che cercate di glorificare.

Quest’audacia è realista, non è ingenua, e l’apostolo Paolo, nella sua seconda lettera a Timoteo, ci aiuta a comprendere perché. E’ un’audacia realista, prima di tutto perché poggia su un dono originario, come afferma san Paolo ai romani: ‘Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te’, un invito che fa eco ad altre, formulate dall’apostolo (‘Non siate pigri nello zelo; siate invece ferventi nello spirito, servite il Signore’)”.

I discepoli hanno chiesto a Gesù di aumentare la propria fede e p. Cadoré ha insistito sul fatto che se la fede degli apostoli deve essere caratterizzata dall’audacia, essa deve essere allo stesso tempo la fede dell’umile servitore, la fede di una vita data veramente per gli altri: “Da dove veniva questa domanda? Come, alla nostra epoca, possiamo rispondere all’urgente necessità di vivere come degli uomini di fede, dei contemplativi in azione, degli uomini la cui vita sarà veramente data per gli altri? Vi ricordate che nel Vangelo di Luca, il brano che abbiamo sentito oggi fa seguito a un insegnamento di Gesù sulla vita fraterna.

E’ inevitabile che ci siano degli scandali e dovete stare in guardia per non trascinare nel peccato nessuno di ‘questi piccoli’. Poi parla del perdono senza tregua dato al fratello, una volta, sette volte… Ed a quel punto arriva la domanda degli apostoli! In fondo, è sempre la stessa cosa: come il Regno, l’improbabile non è mai lontano da te. Sì, certo, è la ricerca appassionata di aprire in questo mondo delle vie per la saggezza, dei percorsi dove la parola ed i progetti umani prenderanno un senso cercando di costruire un mondo accogliente per l’uomo.

Ma quello che può dare un fuoco interno a questa ricerca appassionata, è l’esperienza concreta, certo volte molto banale e spesso difficile, del perdono: l’esperienza di andare oltre l’offesa per dare di nuovo, senza condizione, la vita in abbondanza. Un’esperienza che fa scoprire che abbiamo dentro di noi una vita molto più forte, molto più bella di quella che pensavamo di possedere, una vita che trova la sua verità più piena quando si scioglie per offrirsi all’altro”.

Ed ha concluso richiamando l’esperienza di sant’Ignazio di Loyola: “Una tavola, tavola dei peccatori, tavola dell’accoglienza di tutti alla quale sono invitati i cechi e gli zoppi, farisei e pubblicani, adulteri e uomini di bene. Il vostro fondatore, Ignazio, pregava così: ‘Signor Gesù, insegnaci ad essere generosi, ad amarti come lo meriti, a dare senza contare, combattere senza preoccuparci delle ferite, lavorare senza cercare il riposo, dedicarci senza aspettare altre ricompense di quella di sapere che facciamo la tua Santa volontà’.

Non è questo un invito, ancora oggi, a metterci tutti al servizio di quella tavola? Tavola di Emmaus, dove il semplice servitore impara il suo mestiere lasciandosi guidare dal suo primo compagno, il Salvatore, Gesù Cristo. Signore, aumenta in noi la fede”. E padre Federico Lombardi ha ringraziato padre Adolfo Nicolas, preposito generale della Compagnia di Gesù, per gli insegnamenti lasciati:

“Lei ci ha esortato a non essere gesuiti ‘distratti’, ma a ‘sentire e gustare le cose interiormente’ ad andare al centro dei problemi, delle sfide apostoliche del nostro tempo, usando l’intelligenza, lo studio e il cuore per guardare il mondo con gli occhi di Dio, per saper condividere le gioie e le angosce, gli interrogativi dei nostri fratelli e sorelle, accompagnarli a cercare e trovare i segni della presenza e della volontà di Dio, i movimenti dello Spirito al di sotto della crosta superficiale, della figura esteriore di questo mondo globalizzato e frenetico, caratterizzato dalla nuova cultura digitale”.

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