22 settembre: tra le polemiche arriva il Fertility Day

‘Proteggi la tua fertilità. Per te. Per noi. Per tutti. #Fertility Day’: con questo slogan il 22 settembre il Ministero della Salute ha lanciato l’iniziativa del ‘Fertility Day’, una giornata per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sul tema della fertilità e della sua protezione, coinvolgendo giovani, insegnanti, famiglie, medici, professionisti, associazioni, società scientifiche e istituzioni locali.

Nel sito del ministero la giornata è così presentata: “Il Fertility Day si propone quale giornata dedicata alla salute sessuale e riproduttiva di donne e uomini, nonché di forte richiamo sul problema della denatalità, attraverso una serie di iniziative, informative e formative, rivolte alla popolazione e agli operatori sanitari”.

Tra le motivazioni principali all’istituzione di questa campagna il Ministero competente riporta gli ultimi dati Istat che affermano che il tasso di fecondità (vale a dire il numero medio di figli che partorisce ogni donna) in Italia è tra i più bassi in Europa, appena l’1,39%. Infatti il Ministero della Salute ha sottolineato che in Italia “la bassa soglia di sostituzione nella popolazione non consente di fornire un ricambio generazionale.

Il valore di 1,39 figli per donna, nel 2013, colloca il nostro Paese tra gli Stati europei con i più bassi livelli. Questo determina un progressivo invecchiamento della popolazione. In un passato relativamente recente la fecondità tardiva riguardava la nascita del terzo o quarto figlio. Negli ultimi anni la maternità ad età elevate accade sempre più frequentemente per la nascita del primogenito. Il peso della cura dei bambini è molto rilevante per le donne più istruite e con lavori di responsabilità che si confrontano con alti costi opportunità e si trovano a dover ridurre la loro attività lavorativa.

Il ritardo alla nascita del primo figlio implica un minor spazio di tempo, ancora disponibile, per raggiungere il numero desiderato di figli. La combinazione tra la persistente denatalità ed il progressivo aumento della longevità conducono a stimare che, nel 2050, la popolazione inattiva sarà in misura pari all’84% di quella attiva. Questo fenomeno inciderà sulla disponibilità di risorse in grado di sostenere l’attuale sistema di welfare, per effetto della crescita della popolazione anziana inattiva e della diminuzione della popolazione in età attiva. Va evidenziato che la contrazione della fecondità riguarda tutti gli Stati UE.

Anche i Paesi anglosassoni, la Francia e i Paesi del nord Europa, che hanno attuato importanti politiche a sostegno della natalità, restano comunque al di sotto della soglia di sostituzione (2.1, comunemente definito ‘numero medio di figli per donna’, che consente a una nazione di fornire un ricambio generazionale) con differenze di pochi decimi di punto rispetto alla media UE, pure se registrano più alti tassi di natalità rispetto all’Italia o alla Germania”.

E nello scorso anno sono nati solo 486.000 bambini, record negativo dal 1861. Impietosa è la fotografia tracciata dal Censis che dice che in questo anno si avrà il 20% di bambini nati in meno nell’ultimo anno, una scuola pubblica con 35.000 classi e 68.000 insegnati in meno. Finora l’Italia ha contrastato la denatalità grazie all’apporto degli immigrati, che mostrano una maggiore propensione a fare figli; infatti le nascite da almeno un genitore straniero fanno registrare un costante aumento: +4% dal 2008 al 2015, a fronte di una riduzione del 15,4% delle nascite da entrambi i genitori italiani.

Dei 488.000 bambini nati in Italia nel 2015, anno in cui si è avuto il minor numero di nati dall’Unità d’Italia, solo 387.000 sono nati da entrambi i genitori italiani, mentre 73.000 (il 15%) hanno entrambi i genitori stranieri e 28.000 (quasi il 6%) hanno un genitore straniero. Gli alunni stranieri nella scuola (pubblica e privata) nel 2015 erano 805.800, il 9,1% del totale.

Per questa ragione il demografo Gian Carlo Blangiardo, docente all’Università Bicocca di Milano, ha affermato che il ‘taglio’ dell’iniziativa ministeriale non è solo sanitaria, ma in fondo investe anche il futuro dell’Italia, perché, paragonando i tassi di natalità dei primi tre mesi del 2015 con quelli dello stesso periodo di tempo del 2016, si assiste ad un ulteriore calo del 4% delle nascite: “Ciò significa che se la tendenza dovesse persistere anche nel resto dell’anno in corso, avremmo un nuovo record negativo. Possiamo stimare circa 460.000 nati: un nuovo record al ribasso”.

Ed al recente Meeting dell’Amicizia fra i popoli, svoltosi a Rimini, ha riportato le politiche per la natalità adottate negli Stati europei: “La Francia ha raggiunto di 2 figli per donna, che garantisce il ricambio generazionale, attraverso interventi in buona parte di natura economica: hanno il quoziente familiare e aiuti a chi mette al mondo il terzo figlio. Ci sono poi i Paesi del Nord (mi riferisco a quelli scandinavi, al Regno Unito e all’Olanda), che forniscono forme di assistenza sul piano della cura e coinvolgono anche i papà in merito ad interventi per conciliare famiglia e lavoro. La Germania sta implementando gli interventi di natura economica e fiscale. Soltanto noi rimaniamo inerti o quasi dinanzi a questa realtà”.

In tal senso ha concordato anche il prof. Prof. Alessandro Rosina, professore ordinario di Demografia e Statistica sociale nella Facoltà di Economia dell’Università Cattolica di Milano, direttore del centro di ricerca LSA (Laboratorio di statistica applicata) e curatore del Rapporto giovani dell’Istituto G. Toniolo: “Nel 2013 avevamo già toccato il record negativo di nascite, scendendo sotto il punto più basso dall’Unità. Nel 2014 però siamo riusciti a far peggio. Nel 2015 siamo scesi poi ancora più in basso, scivolando sotto la soglia del mezzo milione di nati in Italia e che corrisponde a meno della metà di quanti nascevano negli anni ’60.

Se quel periodo è passato alla storia come baby boom, oggi siamo all’estremo opposto: dall’effervescenza demografica di un paese che ritrovava la voglia di scommettere sul proprio futuro siamo passati ad una fase di arroccamento su un presente indefinito… La conseguenza è che la generazione dei nati nel 2015 è la più ristretta di sempre in termini assoluti, ma ancor più in termini relativi. Lo squilibrio è tale che non solo i 65enni, ma anche i 75enni hanno un peso demografico maggiore rispetto ai nuovi nati.

Produciamo ogni anno più pensionati che nuovi nati (542.000 nuovi pensionati nel 2014). Se non invertiamo con urgenza la rotta restituendo vitalità al paese rischiamo di entrare in una trappola demografica. Quando, infatti, la fecondità rimane a lungo su livelli molto bassi si innescano meccanismi che tendono a portare ad un riadattamento strutturale verso il basso… Inoltre, quando la natalità rimane bassa per oltre tre decadi va ad erodere anche la base della potenziali madri.

Le donne oggi tra i 25 e i 35 anni, nella fase della vita più feconda, non appartengono più alle abbondanti generazioni del baby boom, ma sono nate quando la fecondità era già scesa sotto i due figli per donna. Questo significa che se anche il numero medio di figli per donna rimanesse costante, il numero delle nascite andrebbe comunque a diminuire perché le madri sono sempre di meno”.

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