Terremoto: mons. D’Ercole invita a non perdere la speranza

Sabato 27 agosto ad Ascoli Piceno mons. Giovanni D’Ercole, insieme al vescovo di Rieti, mons. Domenico Pompili e l’arcivescovo de L’Aquila, mons. Giuseppe Petrocchi (originario di Ascoli Piceno), hanno concelebrato i funerali solenni per le 35 vittime marchigiane del terremoto, alla presenza del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, dei presidenti di Senato e Camera, Grasso e Boldrini, e quello del Consiglio, Matteo Renzi.

La domanda che si fa pressante in questi giorni è quella di chiedere a Dio il senso di questi eventi; mons. D’Ercole, nell’omelia, ha ripreso la domanda di tanta gente, ‘E adesso, Signore, che si fa?’: “Quante volte, nel silenzio agitato delle mie notti di veglia e d’attesa, ho diretto a Dio la stessa domanda che mi sono sentito ripetere da voi in questi giorni.

A nome mio, nel nome di questa nostra gente tradita dal ballo distruttore della terra: e adesso che si fa? mi sono rivolto a Dio Padre, suscitato dall’angoscia, dall’avvilimento di esseri umani derubati dell’ultima loro speranza… Mi è venuto subito in mente l’avventura di Giobbe, questo giusto perseguitato dal male, profeta che mai s’arrese nel rinfacciare a Dio le sue domande. L

a polvere è tutto ciò che è rimasto a questa gente, Signore, dopo la tragedia. Tutto sembra diventato polvere: il terremoto ha accomunato paesi fratelli da Amatrice ad Arquata, un tempo parte della stessa diocesi”. Accogliendo una richiesta dei suoi fedeli nell’omelia mons. D’Ercole non ha ripetuto parole di circostanza: “Ci sta anche che in queste giornate così drammatiche qualcuno direttamente o nei social mi dica questo, nel momento in cui le parole inciampano.

Anzi, ditemelo, fratelli e figli miei! Diciamoglielo tutti assieme a Gesù Cristo: ‘Signore sono le solite cose. Qui abbiamo perso tutto o quasi e tu dove stai?’ Apparentemente non c’è risposta. Eppure, cari amici, se guardate appena sotto le lacrime, nessuno più di noi può testimoniare che il terremoto, come la malattia il dolore e la morte, possono strapparci tutto eccetto l’umile coraggio della fede… Le ‘solite-cose’ possono essere la scialuppa di salvataggio per non affogare nella disperazione e mai come ora possono ridare luce alla nostra speranza. Senza questa sorgente di speranza che è la fede, saremmo sul lastrico della miseria più nera”.

E pur in questa giornata di lutto nazionale ha voluto offrire parole di speranza e consolazione: “Le torri campanarie, che hanno dettato i ritmi dei giorni e delle stagioni, sono crollate, non suonano più. Polvere, tutto ormai è polvere. Eppure, sotto macerie c’e’ qualcosa che ci dice che le nostre campane torneranno a suonare, ritroveranno il suono del mattino di Pasqua. Un terremoto è la fine: un boia notturno venuto a strapparci di dosso la vita. La nostra terra, però, è popolata di gente che non si scoraggia… Le nostre origini sono contadine.

In natura arare è come un terremoto per la terra: si spacca, è ferita, ne esce frantumata in zolle. L’aratro ferisce ma è lo strumento-primo per la nuova semina: si ara per preparare la terra a un nuovo raccolto. I sismologi tentano di prevedere il terremoto, ma solo la fede ci aiuta come superarlo. La fede, la nostra difficile fede, ci indica come riprendere il cammino: con i piedi per terra e lo sguardo al cielo… E’ saggio dialogare con la natura e non provocarla indebitamente”.

Poi si è rivolto ai giovani con un appello, invitandoli a non perdere la speranza: “Non abbiate paura di gridare la vostra sofferenza, ma non perdete coraggio. Insieme ricostruiremo le nostre case e chiese; insieme soprattutto ridaremo vita alle nostre comunità, a partire proprio dalle nostre tradizioni e dalle macerie della morte. Insieme!”

Il vescovo di Ascoli Piceno ha citato lo scrittore Giovannino Guareschi e il suo personaggio letterario Don Camillo nell’episodio in cui fa una predica dopo un’alluvione, in quanto i cittadini si rivolsero a Dio per ‘chiedergli conto’ di quella tragedia. Mons. D’Ercole ha citato queste parole di don Camillo: “Le acque escono tumultuose dal letto del fiume e tutto travolgono: ma un giorno esse torneranno placate nel loro alveo e ritornerà a splendere il sole.

E se, alla fine, voi avrete perso ogni cosa, sarete ancora ricchi se non avrete perso la fede in Dio. Ma chi avrà dubitato della bontà e della giustizia di Dio sarà povero e miserabile anche se avrà salvato ogni sua cosa… Don Camillo parlò a lungo nella chiesa devastata e deserta e intanto la gente, immobile sull’argine, guardava il campanile. E continuò ancora a guardarlo e, quando dal campanile vennero i rintocchi dell’Elevazione, le donne si inginocchiarono sulla terra bagnata e gli uomini abbassarono il capo.

La campana suonò ancora per la Benedizione. Adesso che in chiesa tutto era finito, la gente si muoveva e chiacchierava a bassa voce: ma era una scusa per sentire ancora le campane”. La citazione è servita al vescovo per sottolineare che Dio è intriso nella vita umana, perché è pieno di misericordia: “Dio pare tacere, le nostre sembrano chiamate senza risposta. Dio è Padre misericordioso: non scappa dalle responsabilità, il grido degli angosciati gli fa vibrare le viscere.

Non teme l’imprecare dell’uomo, non s’arrabatta nell’ira. Porge l’inimmaginabile della sua Croce a disposizione di chi vorrà tentare l’attraversata del fiume della vita, fatto di lutto, di lamento, di pianto e d’amarezza”. Inoltre il vescovo ha ricordato Giorgia e Giulia, le due sorelline, una sopravvissuta e l’altra morta che sono diventate tra i simboli del sisma: “La più grande Giulia purtroppo morta, ma ritrovata in una posizione protettiva su Giorgia che sembrava spaesata con la bocca piena di macerie.

Morte e vita erano abbracciate, ma ha vinto la vita: Giorgia. Anzi, dalla morte è rinata la vita perché chi esce dal terremoto è come se nascesse di nuovo… Il terremoto può essere una guerra e bisogna guardare diversamente ad esso. E avere fede in Dio”.

E la gente, rivolgendo la preghiera a sant’Emidio, non perde la speranza di una sua protezione: “RicordateVi che, troncatoVi dal busto il capo, lo porta teste in mano sino all’Oratorio del Monte, dove miracolosamente voleste riposare in pace; e per tutti i vostri Trionfi, ricevetemi sotto il vostro Patrocinio e liberatemi dai flagelli, meritati con i miei peccati e, specialmente, dalla peste, dalla carestia e dai terremoti”.

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