Padre Marano, testimone della Chiesa in Burundi

“Assicurare la partecipazione inclusiva dei cittadini nel processo di pace e risolvere tutte le problematiche pacificamente è la via che assicura la stabilità”: così è stato scritto nel messaggio pubblicato al termine della visita effettuata in Burundi da una delegazione del Simposio delle Conferenze Episcopali di Africa e Madagascar (SECAM/SCEAM), in un appello al governo e ai leader della Chiesa del Burundi, perché trovino il modo di risolvere in modo pacifico la gravissima crisi che da più di un anno scuote il Paese.

La crisi politica burundese è nata dopo che il presidente, Pierre Nkurunziza, ha annunciato di voler presentarsi per ottenere un terzo mandato, in violazione della Costituzione e degli accordi di pace di Arusha. Dopo la rielezione di Nkurunziza, nell’agosto 2015, la situazione è peggiorata, al punto che il Burundi vive sull’orlo della guerra civile mentre la repressione poliziesca si è accentuata. Oltre 270.000 burundesi sono fuggiti all’estero.

Il governo ha avviato un ‘dialogo nazionale’ che però esclude le forze dell’opposizione, che hanno un reale seguito popolare. Nel messaggio il SECAM ha auspicato che “Unione Africana, Unione Europea e Nazioni Unite esercitino maggiori pressioni per bloccare la proliferazione delle armi leggere nei Paesi che stanno vivendo una forte crisi politica”. Infatti la crisi politica ha spinto almeno 240.000 burundesi a rifugiarsi all’estero: “La maggior parte sono stati accolti in campi profughi in Rwanda, Repubblica Democratica del Congo, Uganda e Tanzania. Piccoli gruppi di rifugiati burundesi si sono recati in Kenya ed altri in Europa”.

Il saveriano padre Claudio Marano, missionario fino a pochi mesi fa a Bujumbura, dove ha fondato nel 1990 il ‘Centro giovani Kamenge’ per proporre ai ragazzi la via della pace e della convivenza (nel 2002 ha ricevuto il premio Nobel alternativo per la pace), ci ha raccontato la situazione: “E’ uno stato di violenza che il Burundi vive da 55 anni. Lo Stato è grande come Piemonte e Liguria, messe insieme, e dopo la liberazione ha avuto solo dittature, massacri e guerre; sono stati uccisi 500.000 persone.

Dopo un periodo di 10 anni di pace, lo stato di guerra sembra riprendere piede e ritorna in auge il fatto che Tutsi ed Hutu continuano a massacrarsi tra loro. Da fine aprile, quando il precedente presidente ha ripreso il potere, perché non ha accettato la Costituzione perché gli dava solamente due mandati invece di tre, nel Paese ci sono circa 100 morti ogni settimana e 6000 giovani in prigione; mentre 400.000 persone sono fuggite all’estero:

è una situazione molto tragica che può peggiorare da un momento all’altro e diventare una guerra effettiva. Attualmente agiscono più di 20 gruppi di ribelli, in quanto sono all’opposizione; a livello dittatoriale agisce il presidente con il suo partito. Il presidente ed i ribelli non vogliono dialogare tra loro e la guerra cade sulla testa dei giovani e della popolazione”.

Ci può spiegare perché il tema del terzo mandato è il leit-motiv negativo che coinvolge tutto il continente africano nelle guerre civili?
“Probabilmente la questione del terzo mandato nasce da una questione culturale, dove il capo-tribù è a vita. Da qui si pensa che a livello democratico la cosa non possa funzionare con una democrazia, tipo occidentale, perché non rientra nell’ambito della loro cultura. Nessuno è riuscito mai a discutere su questa impostazione (si può anche vedere gli esempi della Repubblica Democratica del Congo, del Rwanda e dell’Uganda, paesi chiamati alle urne entro il 2017). Questi tre esempi possa fare leggere una situazione di fatto che quell’africano al potere, come un capo-tribù, vuole essere al potere come i suoi avi per tutta la vita”.

In questa situazione del Paese quale è l’azione della Chiesa?
“In teoria la Chiesa dovrebbe cercare di far capire come il potere sia al servizio della popolazione; però la Chiesa fa solo un po’, perché gli africani sono gli ultimi arrivati come cristiani. In Burundi i primi tre missionari cristiani (che poi sono stati uccisi) sono arrivati circa 150 anni fa e gli abitanti ancora non riescono a comprendere che Cristo si vive, oltre che nella messa, in tutti i momenti sociali della vita. Questo è un grande dramma per la Chiesa locale ed africana: riuscire a testimoniare Cristo in tutta la sua vita, quindi nelle opere sociali, nella scuola, nel lavoro”.

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