Torino apre la Porta Santa al Santuario della Consolata

Le celebrazioni della festa della Consolata, Patrona della diocesi, si sono aperte lunedì scorso con l’apertura della Porta Santa del Santuario, la ‘quarta’ Porta Santa della diocesi, dopo quelle della Cattedrale, aperta il 13 dicembre scorso, della chiesa Grande del Cottolengo, il 20 dicembre, e del carcere minorile ‘Ferrante Aporti’, lo scorso 31 gennaio nella festa di don Bosco.

Nell’omelia mons. Cesare Nosiglia ha affidato la città alla Madonna: “Ci affidiamo a lei, Madre amorevole e vigile, pronta ad intervenire per la gioia ed il bene dei suoi figli. Per questo accogliamo il suo invito che ha rivolto ai servi della casa di due giovani sposi di Cana, al cui matrimonio era stata invitata insieme a suo Figlio. Maria, ci racconta il Vangelo, accortasi che non c’era più vino in tavola, segnala la cosa a Gesù e poi dice ai servi: ‘Fate quello che lui, il Figlio mio, vi dirà’.

Gesù compie il miracolo e tramuta l’acqua in vino per la gioia e l’unione degli sposi e dei commensali. L’intercessione della Madre di Dio ci rivela la sua premurosa cura per le nostre famiglie e comunità e apre il nostro cuore alla fede in Cristo. Ma la condizione per avere grazia, vita e gioia è che facciamo quello che egli ci dice”.

Quindi ha invitato, in questo tempo di crisi, i torinesi ad avere speranza in Gesù, come ha fatto Maria: “Maria ha cercato e trovato il regno di Dio nella fede, nel servizio di Dio e nella continua obbedienza alla sua volontà. Per questo sa anche preoccuparsi, ed in modo efficace, delle necessità materiali degli sposi di Cana. Perché la fede e l’amore di Dio, se riempiono il cuore, lo aprono anche all’amore verso gli altri, fino farsi carico di quella prossimità che promuove un concreto sostegno verso chi sappiamo nel bisogno.

Ciò significa pure inserire il proprio agire in quell’orizzonte del bene per tutti, che è anche il bene di ciascuno. La crisi può diventare pertanto un’opportunità, se aiuta le nostre famiglie e comunità ad interrogarsi seriamente sul proprio stile di vita, sull’uso dei soldi e delle proprie risorse economiche, sul vivere ogni giorno con sobrietà, sul senso del limite, sull’apertura alla prossimità”.

Maria e Gesù hanno realizzato uno stile di vita, improntato alla semplicità ed attento alle relazioni personali: “Egli ci insegna che le relazioni buone e sincere tra le persone danno gusto e speranza alla vita, sono il più bel dono che possiamo avere e fare ogni giorno a chi ci è vicino o incontriamo in famiglia, sul lavoro, nel concreto degli ambienti e delle situazioni.

Questa prossimità, come la chiama Gesù, rivela uno stile di vita che mette l’incontro e le relazioni con le persone al primo posto rispetto ai propri affari, alle esigenze e necessità personali, alle risorse di cui si dispone per se stessi: tutto viene condiviso e gratuitamente offerto. L’attaccamento smodato ai soldi e ai beni materiali genera individualismo, egoismo e chiusura del cuore alle necessità degli altri, ricerca del proprio tornaconto a scapito anche dei doveri di giustizia e solidarietà…

Non è questa un’educazione facile e immediata da conseguire, perché ogni persona è indotta a cerchiare il proprio territorio di influenza, lo spazio vitale delle sue proprietà, sia personali, che familiari o di gruppo e comunità, e impedisce a chiunque di entrarvi per paura di doverlo condividere con altri”.

La festa si è conclusa con la processione nelle vie cittadine al termine della quale l’arcivescovo ha invitato i cittadini ad abbattere i muri dell’indifferenza ed ad affidarsi alla misericordia di Dio come ha fatto Maria: “Maria ci insegna ad avere speranza in Dio, che vuole il bene di tutti i suoi figli.

Sì, il bene non è sconfitto e anche se il male sembra più forte, dobbiamo credere fermamente che il bene vincerà e sta già vincendo nella responsabilità e nell’impegno costante di tante persone, famiglie e comunità. Sono coloro che vivono in modo alternativo e testimoniano ogni giorno la bellezza e la positività di scelte ‘contro corrente’…

Noi cristiani, insieme ad ogni credente delle altre religioni e ad ogni uomo di buona volontà, dobbiamo proclamare con forza che Dio è Amore che salva, Padre misericordioso che desidera vedere i suoi figli riconoscersi tra loro come fratelli, disposti a mettere i propri talenti a servizio gli uni degli altri, per costruire una città fraterna e solidale.

Abbattiamo dunque i muri di indifferenza e di separazione che esistono tra poveri e benestanti,tra il Centro e le periferie, tra credenti e non, tra italiani e immigrati,tra chi segue questo o quel movimento politico o culturale.

E operiamo insieme giorno per giorno nel tessuto concreto della nostra società, affinché prevalga la cultura del dialogo e dell’incontro rispetto a quella dello scarto e dell’individualismo, soprattutto verso chi è in difficoltà e povertà, perché i suoi diritti di giustizia ed equità siano rispettati e promossi”.

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