Papa Francesco rilancia il servizio del laicato

Il clericalismo – afferma Papa Francesco nella Lettera al Presidente della Pontificia Commissione per l’America Latina, card. Marc Ouellet – è «un elemento che considero frutto di un modo sbagliato di vivere l’ecclesiologia proposta dal Vaticano II». Un atteggiamento che «non solo annulla la personalità dei cristiani, ma tende anche a sminuire e a sottovalutare la grazia battesimale che lo Spirito Santo ha posto nel cuore della nostra gente». Nelle parole del Pontefice – seppur rivolte in modo particolare ai fedeli latinoamericani – «il clericalismo porta a una omologazione del laicato», limitandone gli sforzi e le iniziative, e dimenticando «che la visibilità e la sacramentalità della Chiesa appartengono a tutto il popolo di Dio (cfr. Lumen gentium, nn. 9-14), e non solo a pochi eletti e illuminati».

Il laici – per specifica vocazione – lavorando nella vita pubblica, sono immersi nelle cose del mondo. «Oggigiorno – ricorda Papa Francesco – molte nostre città sono diventate veri luoghi di sopravvivenza. Luoghi in cui sembra essersi insediata la cultura dello scarto, che lascia poco spazio alla speranza. Lì troviamo i nostri fratelli [i laici, ndr], immersi in queste lotte, con le loro famiglie, che cercano non solo di sopravvivere, ma che, tra contraddizioni e ingiustizie, cercano il Signore e desiderano rendergli testimonianza».

Il Pontefice ricorda ai latinoamericani – ed evidentemente a tutto il mondo, visto che il clericalismo non è un problema esclusivo d’oltre oceano! – che «non è mai il pastore a dover dire al laico quello che deve fare e dire, lui lo sa tanto e meglio di noi. Non è il pastore a dover stabilire quello che i fedeli devono dire nei diversi ambiti». Il laico impegnato non è soltanto colui che lavora nelle opere della Chiesa, in parrocchia, in diocesi… c’è ancora un di più che, secondo Bergoglio, va rintracciato nel mondo, come cristiano impegnato nella vita quotidiana e pubblica. «Senza rendercene conto, abbiamo generato un’élite laicale credendo che sono laici impegnati solo quelli che lavorano in cose “dei preti”, e abbiamo dimenticato, trascurandolo, il credente che molte volte brucia la sua speranza nella lotta quotidiana per vivere la fede. Sono queste le situazioni che il clericalismo non può vedere, perché è più preoccupato a dominare spazi che a generare processi».

Nel testo della lettera, il Pontefice riconosce al laico la sua specifica identità ecclesiale, e pertanto, poiché attivo nella vita sociale, pubblica e politica, «ha bisogno di nuove forme di organizzazione e di celebrazione della fede». È illogico, e persino impossibile – dichiara infine Papa Francesco –, «pensare che noi come pastori dovremmo avere il monopolio delle soluzioni per le molteplici sfide che la vita contemporanea ci presenta. Al contrario, dobbiamo stare dalla parte della nostra gente, accompagnandola nelle sue ricerche e stimolando quell’immaginazione capace di rispondere alla problematica attuale».

Un esplicito riconoscimento da Parte di Papa Francesco alla testimonianza e alla vita del fedele battezzato laico, messa a tema dal Concilio Vaticano II e probabilmente non del tutto realizzata nel presente. Un altro rischio – a parere di chi scrive – andrebbe però attenzionato. Talvolta, infatti, il laico diventa “protagonista” di una triste metamorfosi ministeriale: vive l’esperienza del battezzato laico indossando (metaforicamente in quanto alla materia, e realmente quanto alla forma) l’abito talare del sacerdote. Questo accade soprattutto quando il laico non è sufficientemente preparato, e forte delle proprie capacità (più o meno criteriate), riesce solo a scimmiottare una vocazione che gli appartiene solo in parte (con il “sacerdozio comune”).

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