Il Consiglio d’Europa invita l’Italia a non ostacolare l’aborto

Secondo il Consiglio d’Europa, l’Italia violerebbe il diritto alla salute ostacolando l’aborto previsto dalla Legge 194. Il ricorso, presentato dalla Cgil, mette in luce le difficoltà delle donne nell’ottenere l’accesso ai servizi di interruzione della gravidanza. Che siano «dati vecchi e risalenti al 2013» – come affermato dal ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, rispondendo alla denuncia – dovrebbe importare poco, quando è in gioco la vita di una creatura umana. C’è da dire anche che l’Italia è attualmente uno dei paesi con il numero minore di nascite; i dati Istat del 2015 hanno registrato, infatti, un notevole calo di natalità: meno di 500mila bambini.

«Colpisce – afferma Giovanni Ramonda, responsabile generale della Comunità Papa Giovanni XXIII – il fatto che a sollevare la questione sia stata la Cgil: ma sono coscienti al sindacato che se non si riprende a mettere al mondo figli tra un po’ crollerà tutto il sistema previdenziale e di tutela dei lavoratori che i nostri padri hanno messo in piedi con grandi sacrifici? A parte il fatto che il diritto all’obiezione di coscienza va sempre garantito quando ci sono in ballo questioni di importanza vitale, e il sindacato dovrebbe essere in prima linea nel tutelare questo diritto, qui la questione vera non è aumentare gli aborti ma al contrario rimuovere le cause che ancora oggi inducono a sopprimere 100 mila bambini mentre sono ancora nel ventre materno».

Nel “mercato” del terzo millennio non c’è più differenza tra le “cose” e una “vita umana”, «le cose – affermava Papa Francesco, già nel settembre 2013 – hanno un prezzo e sono vendibili, ma le persone hanno una dignità, valgono più delle cose e non hanno prezzo. Tante volte, ci troviamo in situazioni dove vediamo che quello che costa di meno è la vita. Per questo l’attenzione alla vita umana nella sua totalità è diventata negli ultimi tempi una vera e propria priorità del Magistero della Chiesa, particolarmente a quella maggiormente indifesa, cioè al disabile, all’ammalato, al nascituro, al bambino, all’anziano, che è la vita più indifesa».

La pratica dell’aborto – spesso legata a storie di emarginazione o di povertà – oggi è diventata una normalissima e comoda prassi risolutiva. È la dignità e l’importanza della persona che in questi ultimi tempi ha perduto valore e consistenza. «I medici, in particolare, ¬– affermava Papa Benedetto XVI nel 2011 – non possono venire meno al grave compito di difendere dall’inganno la coscienza di molte donne che pensano di trovare nell’aborto la soluzione a difficoltà familiari, economiche, sociali, o a problemi di salute del loro bambino. Specialmente in quest’ultima situazione, la donna viene spesso convinta, a volte dagli stessi medici, che l’aborto rappresenta non solo una scelta moralmente lecita, ma persino un doveroso atto “terapeutico” per evitare sofferenze al bambino e alla sua famiglia, e un “ingiusto” peso alla società».

È il senso della vita che, per certi versi e in alcuni ambiti sociali, si è eclissato e ha attenuato – ricorda ancora Benedetto XVI – la «comune percezione della gravità morale dell’aborto e di altre forme di attentati contro la vita umana».

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