Don Artime ha visitato la Liberia, vinta l’ebola

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Agli inizi di febbraio il rettor maggiore dei salesiani, don Ángel Artime ha visitato la Liberia ed ha celebrato la festa di don Bosco a Matadi, un quartiere di Monrovia, dove ha benedetto i bambini e consegnato un pozzo per l’acqua potabile costruito con la collaborazione dei Cooperatori Salesiani.

In questo quartiere opera un salesiano tolentinate, don Nicola Ciarapica, a cui ci siamo rivolti per farci raccontare l’avvenimento: “Con lui abbiamo sperimentato quello spirito di famiglia che don Bosco sapeva e voleva si creasse nelle nostre presenze. Ha conquistato la nostra confidenza e simpatia, Quale modo migliore di questo per celebrare la festa di don Bosco. Alle sei di sera, come è nostra abitudine, si è unito a noi a pregare il Rosario passeggiando su e giù per il campo di pallacanestro. Abbiamo ringraziato la Vergine Ausiliatrice per la sua continua Protezione Materna e in modo particolare per averi tenuto sotto il suo manto durante il contagio Ebola.

Subito dopo, in cappella don Angel ha presieduto la cerimonia della Promessa di 9 Cooperatori Salesiani facendo nascere a Matadi un centro locale di Cooperatori. Alla fine della giornata, dopo la cena condivisa con i salesiani delle due comunità in Liberia ed i salesiani cooperatori, come don Bosco usava fare, ci ha dato la Buona Notte. Celebrando con noi la festa di don Bosco, don Angel ci ha arricchito con la sua amicizia, ci ha ricaricato di coraggio e di dedizione con la sua stima, ci ha contagiati della paternità di don Bosco con la sua testimonianza”.

Finalmente la Liberia senza più nessun caso di ebola: quale è la situazione?
“L’Unicef ha classificato i tassi della mortalità infantile sotto i 5 anni del Paese tra i cinque più alti al mondo. Il 40% dei bambini sotto i 5 anni soffre di ritardi nella crescita causati dalla malnutrizione. Il numero dei bambini orfani a causa del recente micidiale contagio del Virus Ebola va ad aggiungersi agli oltre 200.000 bambini orfani a causa della brutale guerra civile durata 14 anni, a causa dell’HIV/AIDS e di altre malattie.

Più di 300.000 bambini liberiani tra i 6 e gli 11 anni non frequentano la scuola; e inoltre due terzi degli iscritti hanno insegnanti non qualificati. Il maggior numero di coloro che sono fuori dal processo educativo sono coloro che provengono da genitori indigenti. Assistiamo ancora al fatto che il 25% dei ragazzi ed il 32% delle ragazze abbandona la scuola durante il primo ciclo scolastico ed il 20% dei giovani tra i 15 e i 24 anni sono analfabeti”.

Allora come può rinascere la speranza?
“Quando dopo 4 mesi dall’inizio il contagio dell’Ebola che si stava diffondendo sempre di più e non c’erano né possibilità mediche, nè preparazione e abilità umane per poter aiutare, ci si è posti la domanda se lasciare e ritornare quando la situazione sarebbe cambiata, o se rimanere anche contro ogni buon senso e contro ogni speranza, i Salesiani hanno deciso rimanere nel posto vicino alla popolazione. Questo è stato il primo passo per non far morire la speranza.

La presenza ha poi generato la collaborazione con i giovani della Parrocchia e dell’Oratorio che ha portato alla informazione, prevenzione, distribuzione di cibo, mappatura e controllo del quartiere per isolare eventuali casi, assistere economicamente e fisica con cibo e medicine alle molte famiglie in necessità. Abbiamo potuto sensibilizzare tanti benefattori anche da fuori nazione e fare da tramite tra loro e i bisognosi.

Siamo testimoni che la Speranza non è morta, che la Speranza cresce attraverso questa vicinanza, solidarietà, contributo di tanti. Sapere e constatare che non si è soli ad affrontare situazioni pericolose, difficili come quella attraverso cui siamo passati, è motivo per continuare e non mollare”.

Quale è l’aiuto offerto dalla Chiesa alla popolazione?
“La Chiesa cattolica in Liberia non ha molto seguito. I cristiani sono la maggioranza ma i cattolici sono solo un 5-6 % a Monrovia. Come tutte le altre istituzioni e organizzazioni anche la Chiesa Cattolica Liberiana come istituzione è stata presa di … ‘sorpresa’ e impreparata dal diffondersi in modo non controllato del contagio. Casi di contagio e morti si sono manifestati già a maggio giugno in scuole cattoliche.

A luglio scorso tutti e tre i medici Ospedalieri di San Giovanni e le tre Suore che organizzavano e lavoravano nell’Ospedale cattolico San Giuseppe hanno preso l’Ebola! La Chiesa cattolica, attraverso le parrocchie e i suoi fedeli, ha condiviso tutto con la popolazione … dal panico, alle perdite di vita umane, alla disponibilità per i soccorsi, istruzione, prevenzione aiuti economici… La Chiesa ha modificato e adattato le celebrazioni di sacramenti… capite che non si poteva più permettere la distribuzione della comunione in bocca, che non si poteva più scambiarsi il segno della pace, che non si poteva amministrare le unzioni…

Per le confessioni e le benedizioni, anche per osservare le regole imposte dall’emergenza, si consigliava di evitare i contatti e mantenere la distanza di un metro… Molto aiuto morale si è potuto fare attraverso telefonini e nuovi mezzi di comunicazione. C’è stata una grande collaborazione con le Chiese europee e americane, che hanno fornito supporto economico e mezzi tecnici per far fronte alle tante necessità di cibo e sanitarie.

Mentre l’ospedale cattolico è stato chiuso la Chiesa ha mantenuto funzionanti le 7 Cliniche sanitarie nel Paese. Ora anche la Chiesa sta tornando alla normalità, ma come prima preoccupazione ha quella di preparare personale e attrezzare il settore Sanitario e Ospedaliero e quello di far funzionare il settore educativo”.
Quale è l’impegno della Chiesa locale per la famiglia?
“La famiglia in Liberia è in una situazione di particolare bisogno e attenzione, basta pensare che quando i due partner arrivano al matrimonio, ognuno porta uno o due figli magari avuti da partners diversi… Il numero di madri e padri single è molto superiore alle famiglie regolari. Questo già prima del contagio.

Inoltre, il contagio dell’ebola ha attaccato tanti valori della famiglia … pensate per esempio al fatto che una mamma non vorrebbe lasciare il proprio figlio malato e non vuole consegnarlo, o i figlio vorrebbero curare a casa i loro genitori anziani e dar loro una sepoltura piuttosto che farlo finire in un inceneritore.

O pensate a cosa si può provare prima di avere rapporti con l’altro partner sopravvissuto all’ebola ma che conserva il virus per almeno tre mesi ancora. C’è bisogno di attenzioni particolari e programmi pastorali, che sono purtroppo ancora carenti per formare famiglie cristiane anche in vista della formazione delle nuove generazioni.

E’ una situazione complicata anche dal fatto che la maggioranza dei matrimoni e delle unioni sono tra partners di differente religione e culto. Il pregare insieme, il partecipare alla liturgia insieme è un importante elemento per formare e rendere stabili i nuclei familiari. Per ora ci si preoccupa molto di seguire le nuove coppie tramite i corsi prematrimoniali. La chiesa locale è pienamente cosciente che la famiglia e la famiglia cristiana rimane uno delle priorità pastorali da tenere presente nei piani pastorali dei prossimi anni”.

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