Mons. Castellucci: dialogo tra Chiesa e Città

In occasione della festività di san Geminiano (31 gennaio), patrono della città di Modena, mons. Erio Castellucci ha scritto la sua prima lettera alla città, ‘L’essere umano prima delle categorie’: “Una lettera in cui ci chiediamo in primo luogo qual è il contributo che i cittadini cristiani possono dare alla città, prima ancora che riflettere su cosa fare insieme”.

Innanzitutto il neo vescovo ha chiesto alla città quale può essere il contributo della Chiesa nello sviluppo della stessa: “La risposta è semplice: continuando a svolgere la sua missione pastorale nella fedeltà al Vangelo. E’ semplice, però solo in teoria, perché in pratica le persone appartenenti alla Chiesa, ossia i battezzati, cadono spesso nei peccati, nei compromessi, nella ricerca dei propri interessi, talvolta persino nell’illegalità e nel reato.

Come scrive Giovanni Paolo II, dunque, per ‘rifare il tessuto cristiano della società umana, la condizione è che si rifaccia il tessuto cristiano delle stesse comunità ecclesiali’ (Christifideles Laici 34). La Chiesa non può indicare credibilmente alla Città le strade da percorrere, se contemporaneamente non percorre quelle stesse strade al suo interno.

Chiesa e mondo, del resto, non sono due grandezze parallele, ma si intrecciano: la Chiesa è quella parte di mondo che ‘guarda con fede a Gesù’ come al suo Signore. I cristiani sono davvero tali se, all’interno di uno Stato libero e democratico quale è il nostro, sono prima di tutto cittadini onesti.

E credo allora che, con tutti i suoi difetti, la comunità ecclesiale incida positivamente sulla comunità civile”. Riprendendo le lettere di san Paolo mons. Castellucci ha ricordato la vita delle comunità cristiane delle origini: “Di fronte a questi muri, i cristiani non si scoraggiarono e testimoniarono che ‘in Cristo’ tutti siamo uno. Era una testimonianza prima dei fatti che delle parole.

Nelle case, dove allora si riunivano, non potendo costruire chiese e strutture, come avviene ancora oggi nelle tante situazioni di persecuzione religiosa, i battezzati cominciarono a definirsi tra di loro ‘fratelli’ e ‘sorelle’. Le distinzioni tra ebreo, greco, schiavo, libero, maschio e femmina vennero subordinate all’unità data dall’unico battesimo, aperto a tutti e non riservato solo ad alcuni”.

Quindi ha ribadito che occorre testimoniare con umiltà e fermezza: “Attraverso questa esperienza, fondata sull’abbattimento dei muri da parte di Gesù (muri che emarginavano bambini, donne, schiavi, malati, peccatori e stranieri) le prime comunità cristiane compresero ancora meglio il significato della creazione, per cui su ogni essere umano è impressa l’immagine e somiglianza di Dio e il significato della redenzione, per cui ogni essere umano, senza distinzione, è unito a Cristo e salvato da lui.

Con umiltà e fermezza i cristiani inserirono nelle società antiche il valore della dignità della persona umana e la sua priorità rispetto a tutte le distinzioni di ruoli e condizioni, il primato del sostantivo rispetto all’aggettivo. Umiltà e fermezza: questo è lo stile evangelico”. Ribadendo che la Chiesa è una realtà ‘variegata’, formata da laici e sacerdoti, ha richiamato ciascuno alle proprie competenze:

“Come ha chiarito definitivamente il Concilio Vaticano II, mentre ai pastori compete la formazione delle comunità cristiane attraverso la predicazione, la celebrazione e la guida pastorale, ai laici compete l’impegno diretto nei diversi settori della vita sociale.

Non si può chiedere ai pastori, come talvolta avviene, di sostituirsi ai laici: sul fenomeno migratorio come sulle unioni civili, per accennare ancora ai due temi oggi più caldi, spetta ai laici cristiani entrare nei diversi luoghi in cui si svolge il dibattito: dalla famiglia ai partiti, dalla scuola al mondo del lavoro, dalla cultura al volontariato.

Ai pastori spetta formare le comunità ai valori di fondo, fondati sulla rivelazione e sostenuti dalla ragione, che sono alla base delle mentalità e delle prassi e sfociano nelle leggi e nelle normative”. Concludendo il messaggio il vescovo ha ribadito che il sostantivo è più importante dell’aggettivo: “Il sostantivo ‘essere umano’ è più importante delle sue specificazioni: cittadino o straniero, uomo o donna, cristiano o musulmano, bianco o nero, povero o ricco, sano o malato, nascituro o nato, giovane o vecchio, santo o peccatore.

Se dimentichiamo questo principio, fondamento della civiltà occidentale nata anche con l’apporto del cristianesimo, retrocediamo anziché progredire. Questo principio è servito soprattutto a proteggere gli esseri umani più deboli e riconoscere loro uguali diritti”. Quindi ha affrontato i nodi più attuali nel dibattito civile, l’immigrazione e le unioni civili:

“Nel dibattito sull’immigrazione, occorre tenere presente la priorità dell’ ‘essere umano’ sullo ‘straniero’, specialmente quanto è rifugiato e quindi in una situazione particolarmente debole e sofferente; dentro a questa priorità va favorita l’inclusione o integrazione sociale, in un contesto di piena legalità e adesione alla Costituzione italiana e alle leggi del nostro Stato.

La Città non può respingere per principio chi proviene da fuori, ma deve favorire, come sta facendo, un processo educativo che comporta l’alleanza tra istituzioni pubbliche e private, famiglie, scuole, parrocchie, volontariato. La Chiesa quindi fa e può continuare a fare molto per l’accoglienza e l’integrazione, contribuendovi attraverso la sua grande e spesso poco appariscente opera educativa, verso i cristiani e verso i non cristiani.

Anche nel dibattito sulle unioni civili e sui temi in genere ad esso collegate, come il gender o le unioni omosessuali, è necessario comporre il riconoscimento dei cosiddetti ‘diritti civili’, in modo che non vi siano discriminazioni individuali, tenendo però presenti le parti più deboli: la famiglia fondata sul matrimonio e i bambini.

La famiglia sposata, infatti, appare oggi in alcuni casi socialmente penalizzata rispetto alle coppie conviventi; dai tempi antichi, invece, le legislazioni avevano favorito l’unione stabile tra un uomo e una donna, in vista dell’accoglienza ed educazione dei figli e di una trasmissione ordinata del patrimonio: non quindi per motivi religiosi, ma per motivi sociali.

I bambini poi, per crescere e maturare, richiedono entrambe le figure parentali, maschio e femmina: è necessario mettere loro, come parte più fragile, al centro dell’attenzione e farne il perno dei ‘diritti’ anche quando si tratta dell’adozione”.

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