Dal cuore di Dio al cuore dell’ uomo ?

Tocca sempre il cuore, l’amore a Dio e ai fratelli. Questa esperienza è solo possibile quando il cuore è profondamente trasformato dal tocco dell’umanità e della grazia, altrimenti si esaurisce in parole o in gesti soltanto esteriori di un cerimoniale asettico e pomposo o di un chiassoso spettacolo religioso. Nel vangelo di Marco 7,1-23, Gesù, rivendicando il primato assoluto della parola di Dio, strappando le maschere dell’insincerità e promuovendo il risveglio della coscienza, ci mette in guardia da un amore fatto di osservanze superficiali comandate da sole tradizioni umane e preoccupate soltanto della pulizia delle mani invece che della nobiltà del cuore e della purezza dell’anima. C’è, infatti, il pericolo di soccombere all’ipocrisia che, spezzando l’unità della persona, ammette una vita doppia e divisa. È chiaro che la pulizia esteriore deve essere sempre salvaguardata. E, in effetti, è l’onore a Dio con le sole labbra senza il palpito del cuore che è condannato; è il culto vuoto e senz’anima, difforme dalla vita, che è rigettato.

Gesù, prevenendo il pericolo di una legge integra ma fredda e senza vita, detesta la farisaica religiosità rigida e irrespirabile tutta centrata sull’osservanza legalistica come mezzo di salvezza, deformando così il dialogo con Dio, per cui la fede diventa mero rito ed esteriorità. Nella serrata dialettica con scribi e farisei, gelosi custodi  della tradizione, il Maestro contesta e condanna il vacuo formalismo per esaltare l’interiorità. Quella di Gesù non è soltanto affermazione di principio, perché non ci può essere osservanza della legge senza le opere e senza la coerenza di vita con quel che si crede e si professa. Il legalismo esteriore può degenerare in formalismo deteriore. Il destino dell’uomo si gioca passando dallo sclerotico tradizionalismo giuridico alla dinamica creatività del cuore. Gesù confuta e smaschera il falso atteggiamento dei farisei legalisti e formalisti chiamandoli, con il linguaggio di Isaia, ipocriti. In altre parole, Gesù contesta la mancanza di sincerità, di coerenza e di operosità; denuncia l’atteggiamento di chi si ritiene soddisfatto di certe osservanze legali che toccano soltanto la parte esteriore dell’uomo.

Tra il formalismo dei farisei e la dottrina del Maestro corre un abisso. Gesù, infatti, va oltre il legalismo e, facendo appello all’unità della persona umana e all’indissolubilità tra amore di Dio e quello del prossimo, esige che i suoi seguaci siano “Vangeli viventi”. Tutto l’insegnamento di Gesù richiama l’attenzione sul cuore: Dal di dentro, infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intensioni cattive (Mc 7,21). La contaminazione del male deriva da quello che esce dall’interno dell’uomo. Gesù fa un elenco impietoso di quello che esce dalle intenzioni cattive: impudicizia, adulterio, furto, invidia, calunnia, superbia, cupidigia. Con la chiara consapevolezza della coscienza che esamina, rileva e, insieme, si lascia ricreare dalla misericordiosa onnipotenza di Dio, la grazia di Cristo ci guarisce e ci salva.

Accogliere la volontà di Dio esige che il cuore si modelli secondo il suo amore. Il punto di partenza, quindi, è costituito dal cuore dell’uomo, unico centro di risposta a Dio. San Giacomo paragona la parola di Dio a un seme deposto all’interno del nostro cuore e destinato a crescere e produrre frutti di salvezza. Diversamente, ci illudiamo perché cadiamo nello stato farisaico, nell’esteriorità dell’ascolto superficiale e sterile. Il monito dell’apostolo è deciso: Accogliete con docilità la parola che è stata seminata in voi e che può salvare le vostre anime. Siate di quelli che mettono in pratica la Parola e non soltanto ascoltatori, illudendo voi stessi (1,21-22). Soltanto l’accoglienza docile della Parola e il legame con Dio si risolvono nell’amore concreto. L’Apostolo, infatti, ammonisce che la fede senza le opere è morta (Gc 2,17). Non basta, dunque, rispettare il precetto festivo o fare l’elemosina, per poi vivere la vita di fede al di fuori della luce del Vangelo.

Culto e mancanza d’amore stridono e distruggono. I santi segni della divina Liturgia sono veri se si esprimono con l’epifania della vita. La costituzione liturgica Sacrosanctum Concilium del concilio Vaticano II afferma con chiarezza che la liturgia spinge i fedeli, nutriti dei «sacramenti pasquali», a vivere «in perfetta unione», poi domanda che «esprimano nella vita quanto hanno ricevuto con la fede» (n. 10). Rigenerati in Cristo, l’Eucaristia è il passaggio dalla schiavitù del cuore, alla sua liberazione, dall’impossibilità di amare concependo intenzioni buone non contaminate, alla capacità di essere intatti e di vivere il vangelo.

Sant’Agostino afferma: «Siamo veramente beati se quello che ascoltiamo, o cantiamo, lo mettiamo anche in pratica. Infatti, il nostro ascoltare rappresenta la semina, mentre nell’opera abbiamo il frutto del seme. Premesso ciò, vorrei esortarvi a non andare in chiesa e poi restare senza frutto, ascoltare cioè tante belle verità, senza poi muovervi ad agire» (Dai Discorsi, 23,A,1). Si diventa farisei quando alla verità dell’“essere” si sostituisce la vacuità dell’“apparire” che vanifica il rinnovamento, sterilizza la fede, frantuma la spiritualità.

Il legalismo e il ritualismo possono, tutt’al più, far sorgere gli scrupoli. Invece, l’amore, la giustizia e l’umiltà danno al vero credente quel tormento fecondo che fa fiorire, maturare e salvare. Un idolo vuoto non può durare a lungo perché non ha vita. Chi continua a mentire rende se stesso idolo vuoto.

Oggi c’è il pericolo che la folla dei così detti credenti si entusiasmi più per gli spettacoli religiosi che per la testimonianza della fede, si esalti più al canto di Jesus Christus superstar che per l’acclamazione pasquale:

Christus heri et hodie, Finis et Principium;

Christus Alpha et Omega.

Ipsi gloria in saecula!

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