Il priore di Dumenza parla di Benedetto da Norcia: un uomo, un monaco, un santo (2^ parte)

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L’11 luglio si è ricordato un grande uomo che il beato papa Paolo VI ha voluto come patrono dell’Europa: san Benedetto. Completiamo il rittratto di questo santo ponendo ad uno dei suoi ‘figli’, fra’ Luca Antonio Fallica, priore del monastero benedettino di Dumenza, in provincia di Varese, delle domande su un santo che ancora oggi, a distanza di molti secoli, affascina molte persone. La Regola è il miglior testamento di San Benedetto. Quali sono gli elementi che la rendono ancora oggi così attuale?

“Una Regola nasce ovviamente in un contesto storico preciso, segnato oltre tutto da elementi culturali, sociali, religiosi, ma anche economici e politici, contingenti e circoscritti, che inevitabilmente il procedere della storia oltrepasserà e modificherà. Di conseguenza, anche nella regola di Benedetto, che nasce nel VI secolo, ci sono molti elementi che possono essere compresi soltanto se collocati nel contesto in cui sono maturati, e che non possono essere vissuti per così dire ‘alla lettera’, secondo una prospettiva che potremmo definire fondamentalista.

Nonostante questi aspetti, la Regola di Benedetto non ha perso attualità, neppure al giorno di oggi, così come è rimasta viva e attuale nelle epoche precedenti alla nostra, e comunque anch’esse successive e diverse rispetto al tempo originaria in cui nasce. Il motivo credo stia proprio nel fatto che la Regola stessa, al suo interno, offre un criterio di interpretazione che rende impossibile una lettura letterale e fondamentalista. Questo criterio che in latino san Benedetto chiamerebbe ‘discretio’, noi potremmo definirlo ‘principio o criterio di discernimento’.

San Benedetto stesso, in qualche modo, chiede di vivere la sua Regola non attenendosi scrupolosamente alla sua lettera, ma di interpretarla con discernimento, adattandola alle diverse situazioni di comunità differenti. Lui probabilmente pensava a comunità del suo tempo, ma questo principio ha consentito di mantenere viva e attuale la Regola anche per comunità di epoche successive e molto lontane tra loro. È interessante a questo proposito ricordare come san Benedetto, al capitolo primo della Regola, definisca i monaci cenobiti: sono coloro che ‘prestano servizio sotto una regola e un abate’.

Insieme a un principio ‘oggettivo’ – la regola – c’è un principio ‘soggettivo’ – l’abate – che interpreta e modella la regola sulla base delle esigenze e delle caratteristiche della sua comunità. Senza dimenticare che al capitolo terzo Benedetto chiede all’abate di decidere dopo aver sentito il consiglio di tutti i fratelli radunati in Capitolo, anche del più giovane e inesperto. Infine, proprio a conclusione della Regola, nell’ultimo capitolo, il settantatreesimo, definisce la sua una ‘regola minima scritta per principianti’, che deve essere letta e vissuta facendo riferimento agli scritti dell’Antico e del Nuovo Testamento, dei Padri della Chiesa e degli altri autori monastici che la precedono. Come dire: Benedetto non assolutizza la sua Regola ma la inserisce nella luce della Parola di Dio e di una tradizione vivente. Ed è questa tradizione, viva e non morta, non nostalgica ma aperta profeticamente al futuro, a renderla ancora attuale”.

San Benedetto è un patrono d’Europa. Cosa questa Europa dovrebbe apprendere dal suo patrono?
“San Benedetto, proprio perché innamorato di Dio, teso a cercare il suo volto, animato dall’unico desiderio di non anteporre nulla all’amore di Cristo, vivendo questo primato di Dio ha potuto scoprire, riconoscere e servire la verità della persona umana. Il suo è un vero umanesimo perché fondato sulla centralità dell’esperienza di Dio.

Ci sono tanti passi della sua Regola che si potrebbero citare e che mostrano come il suo cercare Dio sopra ogni cosa lo porti, in modo molto concreto e sollecito, a porre grande attenzione, a prendersi cura con misericordia e compassione, delle tante differenti situazioni personali che c’erano tra i suoi fratelli: giovani e anziani, sani e malati, forti e deboli, sapienti e analfabeti, romani e barbari…

E’ stato Paolo VI a proclamare san Benedetto patrono d’Europa, e in uno dei suoi discorsi rivolti ai monaci egli parafrasava in modo molto efficace un’espressione con cui san Gregorio Magno descrive nei Dialoghi il ritirarsi in solitudine di Benedetto, in uno dei periodi in cui egli conduce vita eremitica a Subiaco. Gregorio scrive che Benedetto ‘abitò con se stesso’ e questo habitare secum il beato Paolo VI lo traduceva con l’immagine dell’ ‘uomo recuperato a se stesso’.

San Benedetto ci propone in fondo una via concreta perché l’uomo sia recuperato a se stesso, ricordando che la persona umana è veramente se stessa quando riconosce e valorizza la sua insopprimibile apertura al trascendente, che appartiene costitutivamente al suo essere. Vorrei ricordare poi un secondo elemento dell’esperienza di Benedetto oggi molto attuale. Anche la sua vita si colloca in un momento di grande transizione: il mondo romano sta finendo sotto la spinta delle popolazioni barbariche che lo penetrano in modo diverso, e dall’incontro di questi due mondi culturali nascerà una nuova sintesi.

I monaci, che troveranno nella regola di Benedetto il fondamento della loro vita, daranno un contributo non indifferente alla elaborazione di questa nuova sintesi. Probabilmente la loro testimonianza può offrire dei criteri di discernimento ai popoli europei di oggi, che sono chiamati anch’essi, in questa epoca che torna a essere di grande e per alcuni aspetti drammatica transizione, a integrare i flussi migratori e a elaborare una nuova sintesi nell’incontro con altre tradizioni culturali e religiose”.

Lungo il corso dei secoli Benedetto ha affascinato moltissime generazioni di cristiani. Quale è la caratteristica, l’elemento che più di ogni altro ha spinto e spinge uomini e donne a percorrere la stessa avventura del patrono d’Europa?
“Quando, al capitolo 58 della Regola, Benedetto offre criteri di discernimento per saggiare l’autenticità di una vocazione monastica, in fondo propone un unico grande criterio: occorre verificare se il novizio ‘cerca veramente Dio’. Credo che questo sia l’elemento che più di altri continua ad affascinare della sua proposta: egli offre una via concreta per cercare Dio nella verità e nella concretezza della propria vita, illuminata dalla parola di Dio, sostenuta dalla preghiera, accompagnata dalla comunione fraterna.

Forse ci possono essere tanti elementi diversi che inizialmente possono attrarre, ma ultimamente ciò che deve rimanere al fondamento di tutto è questo desiderio di cercare Dio. Non è tanto la vita monastica a dover affascinare e attrarre, ma Dio stesso e il suo mistero. La vita monastica si propone umilmente come una vita tra le altre possibili per cercare e incontrare questo Dio che ci attrae a sé a alla comunione con la bellezza del suo mistero”.

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