Un accordo storico, ma con qualche problema. E poi ancora in difesa della famiglia. La giornata di Papa Francesco

Mentre Papa Francesco incontrava le delegate della Conference Internationale Catholique du Guidisme, e avvertiva che il mondo è ormai pieno di ideologie contrarie alla natura e al disegno di Dio sulla famiglia e sul matrimonio, poco lontano, sempre nel Palazzo Apostolico, la Santa Sede firmava uno storico accordo con lo Stato di Palestina. Storico, perché l’accordo porta con sé il riconoscimento dello Stato di Palestina – nome tra l’altro già utilizzato dal Vaticano dal 2012, quando le Nazioni Unite accolsero la Palestina tra gli Stati osservatori e non membri. Ma storico anche perché l’accordo è il primo ad avere un riferimento così chiaro alla possibilità dell’obiezione di coscienza, e si propone di essere un modello per altri accordi che la Santa Sede siglerà eventualmente con Stati a maggioranza islamica.

Ma è anche un accordo che crea frizioni diplomatiche. Israele fa subito conoscere il suo disappunto per il riconoscimento ufficiale dello Stato di Palestina, avverte che lo leggerà attentamente e che il contenuto dell’accordo potrebbe anche andare a toccare le relazioni tra Santa Sede e Israele, perché è un accordo considerato ‘a senso unico’ e non rispettoso del punto di vista dello Stato di Israele.

Ma è anche un accordo in cui c’è il riconoscimento esplicito della libertà di religione e di coscienza, come pure della libertà della Chiesa non solo nei luoghi di culto ma anche nelle attività caritative e sociali, nell’insegnamento, nei mezzi di comunicazione, e in generale nella vita pubblica. D’altro canto, la Palestina si trova riconosciuto come Stato da una parte terza, e può far valere questo riconoscimento nei consessi internazionali, e in particolare nei negoziati con Israele, che ora sono fermi.

Da vedere come reagirà la comunità internazionale, e in che modo la Santa Sede conta di ricucire lo strappo con Israele. Anche perché l’accordo è stato presentato anche con il chiaro intento che possa essere uno stimolo per la fine del conflitto israelo-palestinese, un tema che a Papa Francesco sta molto a cuore. Così tanto che il 9 giugno convocò una giornata di preghiera in Vaticano, cui parteciparono l’allora presidente israeliano Shimon Peres e il presidente palestinese Abu Mazen.

Tutto è in mano alla Segreteria di Stato, guidata dal Cardinal Pietro Parolin, che ha fatto di una certa prudenza diplomatica il suo marchio di fabbrica. Se la Santa Sede si è esposta così tanto sul tema, ci sarà un lato positivo. Perché quando ci sono state possibilità di frizioni dure, la Segreteria di Stato ha invece avuto un atteggiamento imperniato sulla prudenza assoluta: la mediazione in Venezuela, richiesta dalle forze politiche, non ha avuto luogo; il conflitto in Ucraina sembra dimenticato, e non è nemmeno rientrato nell’agenda ufficiale dell’incontro con il metropolita della Chiesa ortodossa Hilarion, che pure si era scagliato contro la Chiesa ucraina durante il sinodo del 2014, in un intervento politico e del tutto fuori tema; su Cuba, non si fa mai riferimento ai prigionieri politici cubani.

Ma c’è anche una diplomazia della verità, portata avanti dal Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, che ha saputo prendere posizioni forti. Lo ha fatto con due dichiarazioni sul tema dell’estremismo islamico, la prima ad agosto 2014, quando la minaccia dell’ISIS imperversava senza che nessuno prendesse una posizione netta. E lo ha fatto successivamente, per spiegare che sì, il dialogo con l’Islam è ancora possibile. Ma poi, in occasione di questo inizio Ramadan, ha stilato un messaggio dal tema “Cristiani e musulmani insieme per contrastare la violenza perpetrata in nome della religione”. Messaggio in cui si legge che la violenza è anche causata dalla “esponsabilità di coloro che hanno il compito dell’educazione: le famiglie, le scuole, i testi scolastici, le guide religiose, il discorso religioso, i media. La violenza e il terrorismo nascono prima nella mente delle persone deviate, successivamente vengono perpetrate sul campo”. Per questo, viene chiesto al mondo musulmano di non avere alcuna ambiguità nell’educazione.

Anche Papa Francesco, su alcuni temi, ha deciso di non essere per niente ambiguo. In primis, sul tema della famiglia. Da quando ha attaccato la colonizzazione ideologica durante il viaggio nelle Filippine, Papa Francesco ha difeso con toni crescenti la famiglia tradizionale. Oggi, alle Delegate della “Conférence Internationale Catholique du Guidisme” ricevute nel cinquantesimo dalla fondazione dell’Organizzazione, ha sottolineato che “siamo in un mondo in cui si diffondono le ideologie più contrarie alla natura e al disegno di Dio sulla famiglia e sul matrimonio”. E poi, “oggi è molto importante che la donna sia adeguatamente valorizzata, e che possa prendere pienamente il posto che le spetta, sia nella Chiesa sia nella società”.

Ha detto il Papa: “In alcuni Paesi, dove la donna è ancora in posizione di inferiorità, e persino sfruttata e maltrattata, voi siete chiamate certamente a svolgere un ruolo notevole di promozione e di educazione. Vi domando anche di non dimenticare la necessaria ed esplicita apertura della vostra pedagogia alla possibilità di una vita consacrata al Signore, di cui il movimento delle guide è stato tanto fecondo nella sua storia”.

Compito dei cristiani è, ha spiegato Francesco, “annunciare agli altri, con la testimonianza della nostra vita, che incontrare Gesù ci rende felici; che incontrare Gesù ci libera e ci guarisce; che incontrare Gesù ci apre agli altri e ci spinge ad annunciarlo, in particolare ai più poveri, a coloro che sono più lontani, più soli e abbandonati. C’è sempre stata nelle associazioni cattoliche delle guide questa tradizione di incontro con Cristo e di apertura gioiosa e generosa alle necessità del prossimo, e vi invito a conservare e sviluppare ancora di più questa preziosa eredità”.

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