Il Crocifisso di Tor Vergata rosso per la protesta

Nessun altro confronto potrebbe essere più stridente. Giornata mondiale della gioventù del 2000, a Tor Vergata due milioni di giovani insieme a Giovanni Paolo II, una notte di preghiera che nessuno dimentica. Al centro, un crocifisso di bronzo, maestoso e sofferente insieme, le braccia spalancate, il costato aperto, il segno della speranza che non muore. La testimonianza comune del papa e dei giovani dei 5 continenti che passarono insieme sotto quella scultura. Undici anni dopo. Il crocifisso non ha più luce, collocato nel cortile della chiesa di Santa Maria Alacoque, a pochi passi dal luogo del raduno del 2000. L’altra mattina i parrocchiani lo hanno ritrovato tutto coperto di vernice rossa: un po’ di colore su una superficie annerita dal tempo e dall’incuria. Sorpresa, stupore, il tam tam sulle responsabilità, poi l’ammissione.

L’autore del gesto è il papà di quel crocifisso, il “Morto e risorto” della Gmg del 2000: lo scultore Stefano Pierotti, originario di Pietrasanta, un anno di lavoro all’epoca per realizzare il simbolo del Giubileo dei giovani. E poi dieci anni di battaglia per dare a quell’opera la dignità che merita. Fino all’ultimo gesto. L’altra notte è arrivato a Roma intorno alle 2: scala, vernice, la luce di una piccola pila da minatore, il resto è sotto gli occhi di tutti. Un atto d’amore, ha detto, un modo per attirare l’attenzione su una tipica storia italiana. E c’è da credergli, perché il Crocifisso di Tor Vergata da anni è al centro di rimpalli per niente edificanti. Dopo la Gmg del 2000 rimase abbandonato sul luogo dell’evento per quasi due anni: intemperie, vandalismi, a due passi una discarica improvvisata. Colpito con spranghe, scheggiato, abbandonato da chi invece avrebbe dovuto custodirlo come uno degli oggetti più preziosi. In un primo momento, il Vicariato di Roma e l’allora Comitato per il Giubileo del 2000 aveva promesso di collocarlo nella nuova chiesa di Tor Tre Teste progettata dall’archistar Richard Meier. Poi, tutto cadde nel vuoto: le sollecitazioni dell’artista furono respinte con stizza anche da ecclesiastici, le denunce inascoltate, il crocifisso gestito di fatto dall’allora provveditore alle opere pubbliche del Lazio Angelo Balducci, la stessa persona coinvolta qualche anno dopo nell’inchiesta sugli appalti al G8 della Maddalena e sulla cricca del costruttore Diego Anemone. Un legame strettissimo.

Nel 2003, quando Korazym riuscì a creare un caso mediatico sulla vicenda, il crocifisso venne spostato in fretta e furia in un deposito nel quartiere romano di Settebagni, di proprietà dello stesso Anemone. Il resto è storia recente. Nonostante le richieste dell’artista, non si trova una chiesa per ospitare la scultura, ma la parrocchia di Santa Maria Alacoque. Nel 2006, il “Morto e risorto” viene collocato vicino al sagrato, senza alcun intervento di restauro. L’opera è sfigurata, annerita, ricoperta di escrementi di piccioni, senza un dito, scheggiata come nel 2003. Non ci sono soldi, è il solito ritornello. Per l’artista Pierotti, l’ennesima umiliazione e una ferita ancora aperta. “Ho scritto lettere, inviato mail, proposto una nuova sistemazione più idonea per la luce per disporlo su una parete e sotto un arco di travertino. Per tutta risposta mi è stato chiesto se per caso avessi uno sponsor”. In Vicariato e in parrocchia nessun commento. A parlare oggi è solo il rosso.

 

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