Dulcis Iesu memoria

Questo celebre inno, capolavoro della poesia e della pietà medievale, risale alla fine del secolo XII, l’età d’oro della “mistica nuziale” diffusa in Occidente sotto l’influsso della predicazione di san Bernardo a cui l’inno è attribuito per lo spirito e l’ardore di cui è permeato. Si tratta di alcune strofe di un noto poema anonimo dal titolo Iubilus Rhythmicus de Nomine Jesu: esse sono state scelte e adattate per celebrare la Solennità della Trasfigurazione di nostro Signore, la Festa di Cristo Re e quella del Sacratissimo Cuore di Gesù.

Il termine Jubilus significa “non dire dicendo”, dare espressione a ciò che è “ineffabile”. Nello Jubilus la voce cede il posto all’afasia, vale a dire all’incapacità di esprimere con le sole parole. Sant’Agostino, nello sperimentare questo sublime stato d’animo, afferma che Dio è quell’ineffabile che non riesci a esprimere se non con il canto del giubilo. Il Vescovo d’Ippona argomenta così: «Intendere senza poter spiegare a parole ciò che con il cuore si canta… Il giubilo è un certo suono che significa che il cuore vuol dare alla luce ciò che non può essere detto. E a chi conviene questo giubilo se non al Dio ineffabile? Ineffabile è ciò che non può esser detto e, se non puoi dirlo, ma neppure puoi tacerlo, che ti resta se non giubilare, in modo che il cuore si apra a una gioia senza parole, e la gioia si dilati immensamente ben al di là dei limiti delle sillabe? Bene cantate a lui nel giubilo». (Esposizione sui salmi, Sal 32, II,D.1,8). E nel commento al Salmo 99, così scrive: «Il giubilo è la voce di un cuore inondato di gioia; di un cuore che, per quanto gli riesce, vuole esprimere i suoi sentimenti… Quand’è dunque che noi giubiliamo? Quando lodiamo ciò che è ineffabile» (ivi, Sal 99,4,5).

L’inno nasce nel momento storico in cui, anche per il moltiplicarsi dei commentari al Cantico dei Cantici, s’intraprendeva un nuovo itinerario per la ricerca di Dio, riscoprendo la dimensione degli affectus, cioè, attraverso l’uso dei linguaggi affettivi umani, forti e soavi, si esprimeva l’amore di Dio, quell’amore spirituale che procurava dolcezza, dulcedo e piacere, delectatio. Tutto lo Iubilus è articolato da una serie di semplici e appassionate invocazioni al Signore contemplato come dolcezza d’ineffabile ricordo. Scaturito dalle fibre più intime di un cuore ricco di squisita sensibilità spirituale, l’inno canta l’affascinante itinerario della vita cristiana. È tutto un quieto delirio espresso con immagini di consolante misericordia, di ricerca ardente e inebriante d’amore. Soavità e tenerezza, fragranza e dolcezza s’intrecciano con la pace, la luce e la gioia. Il canto di quest’inno spalanca il cuore per respirare la vita dell’essenza divina, per essere capaci di gustare assaporando la dolcezza della natura divina, per dilettarsi della piena conoscenza mistica di Dio, tra memoria, presenza e desiderio.

La dolcezza del ricordo di Gesù è sorgente d’intima gioia per la presenza più dolce del miele e di ogni altra cosa. Queste soavi parole sono espressioni non di un vago ricordo del passato, ma della presenza reale nel Mistero di Cristo: Gesù è il Vivente, il Presente, l’Eterno nel tempo che suscita dolcezza al solo pensarci. È memoria gustosa che riempie il cuore dell’ebbrezza d’amore. Memoria e presenza tessono il dialogo intenso e sublime tra il Maestro e il discepolo:

Dulcis Iesu memoria,

dans vera cordi gaudia,

sed super mel et omnia

eius dulcis praesentia.

È il grido struggente del cuore, nello stupore dell’estasi d’amore che ricrea, redime e divinizza. Non c’è nulla di più soave, nulla di più gioioso, nulla di più dolce che cantare, ascoltare e ricordare Gesù, il Figlio di Dio:

Nil canitur suavius,

auditur nil iucundius,

nil cogitatur dulcius

quam Iesus Dei Filius.

Gesù è dolcezza del cuore, è fonte viva, è luce alla mente perché è Amore, Vita e Verità. Nell’esperienza umana non c’è nulla che possa appagare il desiderio d’amore per lui, spegnere la sete del divino, vedere e gustare la luce della verità:

Iesu, dulcedo cordium,

fons veri, lumen mentium,

excedis omne gaudium

et omne desiderium.

Quando il cuore è ricolmo di Dio, la verità risplende sul volto e nella vita. Tutto diventa vano e opaco perché tutto è nulla senza Cristo. Vale la pena vivere, soltanto per gustare la sua sublime presenza. La comunione con Lui abilita a riconoscerlo e a fare esperienza come il Tutto di ogni esistenza personale e comunitaria. Per questo occorre che il Dono dello Spirito abbia affinato l’anima sino a donare la visione dell’universo mistico inondato di Luce infinita. È questa un’immersione nella spiritualità della trasfigurazione che è la vera teologia spirituale radicata nelle Sante Scritture:

Quando cor nostrum visitas,

tunc lucet ei veritas,

mundi vilescit vanitas

et intus fervet caritas.

La conoscenza di Cristo non è l’effetto di una spremuta di cervello, non è sentimento passivo o gesto vagamente emozionale. Non ci sono parole, né dette né scritte, che possano esprimere l’ineffabilità dell’amore di Dio. Solo l’esperienza viva e vissuta, è capace di saper cantare il mistico incontro cor ad cor con il Verbo-Luce fatto Carne della nostra umana natura. Si tratta dell’esperienza teandrica di due cuori che s’incontrano in duetto sponsale di mistico amore. Il Dio inaccessibile si rivela agli occhi spirituali nell’interiorità dell’anima, dove la scarsa luce è dilatata dalla Grazia divina sino a immergersi nell’eterna Luce increata:

Nec lingua valet dicere,

nec littera exprimere,

expertus potest credere

quid sit Jesum diligere.

L’ultima strofa dell’inno canta parole di gloria alla Trinità beata. Il canto della preghiera liturgica è espressione di purissima lode. Non è, perciò, gesto estetico-coreografico ma esigenza di purissimo amore. Ogni cosa creata rivela la gloria del suo Creatore e la creatura, immersa in Dio, risponde con il canto di glorificazione al Padre per il Figlio nello Spirito. La sovrabbondanza del cuore, ricolmo di Dio e traboccante d’amore, apre gli occhi dell’orante al dono e canta le meraviglie di Chi offre il dono. La contemplazione delle opere meravigliose di Dio conduce il mistico a vivere in atteggiamento d’esaltazione dossologica:

Laudes tibi nos pangimus,

dilectus es qui Filius,

quem Patris atque Spiritus

splendor revelat inclitus.

Amen.

L’Amen, che sigilla la chiusura dell’Inno, deriva da una radice della lingua ebraica. L’acclamazione indica certezza, fermezza, solidità sicura. Amen è la grande parola che impegna perché proclama vero ciò che si è detto e afferma il proprio accordo con qualcuno (cf 1Re 1,36). Chi dice Amen s’impegna per compiere una missione (cf Ger 11,5), si assume la responsabilità di un giuramento (cf Num 5,22). L’assemblea d’Israele usa quest’acclamazione per confermare il rinnovamento dell’Alleanza. Dio stesso è chiamato Dio dell’Amen (Is 65,16). Nel Nuovo Testamento, l’Amen per eccellenza di Dio è Cristo Gesù. In Lui il Padre realizza pienamente le sue promesse, è Lui la stessa Parola del vero Dio, è Lui il testimone fedele e vero (cf 2Cor 1,19-20; Ap 3,14). Gesù Cristo è l’Amen di Dio all’umanità e, allo stesso tempo, l’Amen dell’umanità a Dio e san Paolo lo afferma: Infatti, tutte le promesse di Dio in lui sono “sì”. Per questo attraverso di lui sale a Dio il nostro “Amen” per la sua gloria. (2Cor 1,20). Nell’Apocalisse, l’Amen in contrappunto con l’Alleluia, sigilla i Cantici degli eletti nella Liturgia del cielo (cf Ap 19,22).

Nella partecipazione alla Divina Liturgia, il credere col cuore fa esplodere sulle labbra il canto dell’Amen! Sant’Agostino lo afferma in suo sermone: «Il vostro Amen è la vostra firma, il vostro assenso e il vostro impegno» (Sermone contro i Pelagiani, 3). Da sempre, l’Amen è pronunziato dopo le preghiere. L’Amen, in contrappunto col Credo, è professione di fede comunitaria proclamata, testimoniata e perciò cantata in entusiasmo, come atto d’amore personale, cosciente, libero, gratuito. All’adesione interiore di fede con il cuore, corrisponde la professione esterna di fede con la bocca (cf Rm 10,10).

La struttura trinitaria dell’Anafora si chiude con il trionfo glorificativo dell’Amen dossologico che è acclamazione di tutta l’assemblea. Quell’Amen che sgorga dal cuore, il credente lo pronuncia, con ineffabile amore, prima di ricevere con la bocca il Corpo e il Sangue preziosi di Cristo Gesù. Cuore e bocca: l’Amore è Mistero, esprimere l’Amore è cantare il Mistero.

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