Le antifone del batticuore

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Il tempo dell’Avvento rivela il misterioso intreccio di compresenza tra passato, presente e futuro: Gesù è venuto, viene e verrà. Solo nel presente venire-restare, l’uomo può scorgere i segni della sua presenza e sognare il suo ritorno nella gloria quando verrà nella sua carne gloriosa e farà risplendere il corpo della sua Chiesa nell’eternità.

La quarta Antifona Maggiore richiama ancora il re Davide, dalla cui casa regale fiorisce il vero Davide di cui il figlio di Iesse era promessa e figura:

 

O Chiave di Davide,

scettro della casa d’Israele,

che apri, e nessuno può chiudere,

chiudi, e nessuno può aprire:

vieni,

libera l’uomo prigioniero

che giace nelle tenebre e nell’ombra di morte.

 

I due simboli della chiave e dello scettro indicano che il Figlio di Maria tiene lo Scettro e la Chiave di Dio. Già Isaia aveva profetizzato: Gli porrò sulla spalla la chiave della casa di Davide: se egli apre, nessuno chiuderà; se egli chiude, nessuno potrà aprire. Lo conficcherò come un piolo in luogo solido e sarà un trono di gloria per la casa di suo padre (Is 22,22-23). Fa da contrappunto Giovanni quando, nell’Apocalisse, scrive alla chiesa di Filadelfia: Così parla il Santo, il Veritiero, Colui che ha la Chiave di Davide: quando egli apre nessuno chiude e quando chiude nessuno apre (Ap 3,7).

Nell’antichità pagana e biblica, la chiave racchiude in sé il simbolo del potere, dell’amministrazione e della piena responsabilità. La consegna delle chiavi era simbolo d’autorità sul palazzo regale. L’Emmanuele è la Chiave del segreto di Dio. La storia del mondo è un mistero, nessuno ne possiede la chiave se non Lui solo, in Lui, infatti, tutti i misteri diventano verità e vita, in Lui il mistero di Dio diventa patrimonio per l’umanità. È Cristo, infatti, l’unico mediatore tra l’uomo e Dio. Per Lui, con Lui e in Lui i battezzati hanno accesso al Padre. Nessuno può andare al Padre se non per mezzo di Lui (cf Gv 14,6). Si può entrare nei pascoli divini passando per Lui che è la Porta, guidati da Lui che è il buon Pastore (cf Gv 10,9). Cristo è la Chiave che apre il senso recondito delle Sante Scritture. Solo Lui può aprire il libro chiuso con i sette sigilli (cf Ap 5,1-9). A Pietro dirà: A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli (Mt 16,19). L’Antifona ha il chiaro riferimento al sacramento della riconciliazione. L’immagine della chiave in tempo d’Avvento vuole ricordare che Cristo, con la sua venuta, è la chiave che, secondo la profezia di Isaia, fa uscire dal carcere i prigionieri, vittime del peccato. Il Salvatore Gesù non viene per condannare ma per liberare l’uomo prigioniero delle tenebre dell’errore e della morte e condurlo a vivere nella libertà che è gioia di redenzione.

Sole e splendore sono le immagini della quinta Antifona:

 

O Astro che sorgi,

splendore della luce eterna

sole di giustizia:

vieni,

illumina chi giace nelle tenebre

e nell’ombra di morte.

L’Oriente, nel linguaggio biblico, è il punto astronomico da dove ogni giorno arrivano agli uomini la luce e il calore del sole: da lì sorge il Sole di Salvezza. Immagine, questa, tipicamente natalizia. Nella Divina Liturgia orientale, l’Epifania è chiamata “Festa della Luce”. Zaccaria, nel suo cantico, profeticamente proclama: Grazie alla tenerezza e misericordia del nostro Dio, ci visiterà un sole che sorge dall’alto, per risplendere su quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra di morte e dirigere i nostri passi sulla via della pace (Lc 1,78-79).

La luce è stata sempre considerata attributo divino: Dio è Luce e in lui non c’è tenebra alcuna (1Gv 1,5). Quando nasce il Messia, il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse (Is 9,1). Giovanni presenta l’avvento di Cristo nel mondo con il simbolo della luce: Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo (Gv 1,9). Sarà poi lo stesso Gesù che si autodefinirà: Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (Gv 8,12).

Cristo, Sole di giustizia, è Splendore della gloria del Padre. Sant’Ambrogio nel suo inno in aurora così canta: Splendor paternae gloriae / De luce lucem proferens / Lux lucis et fons luminis / Diem dies illuminans. La cascata di luce della prima strofa pervade tutte le altre otto dilatandosi in splendore. Il santo vescovo, profeta e poeta, trasforma in poesia e in canto il Verbo-Luce che ha ascoltato e contemplato lasciandosene trasfigurare.

La luce è all’inizio della creazione è la prima creatura che rivela la realtà creata. Restando al di là di tutto quanto illumina, penetra il creato, lo vivifica, lo modella, lo perfeziona e lo impreziosisce. La luce è all’inizio della redenzione: In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini (Gv 1, 1.4).

Il Mistero di Natale e di Pasqua è Mistero di Luce in Splendore. Isaia invita Gerusalemme ad ammantarsi di luce per ricevere lo splendore della gloria del Signore: Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te (Is 60,1). Questo grido, nell’oggi della storia, è sempre rilanciato verso la nuova Gerusalemme! È il grido-luce che trafigge e annienta ogni tenebra di notte e di morte per portarci speranza, vita e gioia.

La sesta Antifona è ricca delle immagini di un regno aperto a tutti e nel quale tutti siamo riuniti in Cristo:

 

O Re delle genti,

atteso da tutte le nazioni,

pietra angolare che riunisci i popoli in uno,

vieni,

e salva l’uomo che hai formato dalla terra.

 

Il Messia appare come un Re intorno a cui tutte le genti trovano unità, armonia e concordia. Nel mondo pagano, la figura del re apparteneva alla sfera del divino. Il re, considerato incarnazione della divinità, aveva privilegi speciali e tutti i suoi atti erano ritenuti divini. Per i giudei, invece, nessun uomo, anche se re, poteva usurpare il posto di Dio. Il re, dopo l’intronizzazione, sarà chiamato “figlio di Dio”: Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio (2Sam 7,14). Ogni re della dinastia di Davide sarà un’immagine del re ideale. Questa formula di adozione esprime anche il messianismo regale. Anche i Salmi non mancano di parlare del trionfo del futuro Messia. Dio lo ha dichiarato “suo figlio”, secondo una formula familiare dell’antico Oriente applicata, dalla tradizione e dalla liturgia, alla generazione eterna del Verbo: Egli mi ha detto: “Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato. Chiedimi e ti darò in eredità le genti e in tuo dominio le terre più lontane” (Sal 2,7-8).

Il profeta dell’universalità del Regno messianico è Isaia che vede il Messia in luce trionfale. Egli è Re del povero, dell’umile, del peccatore. Il Messia deve compiere nella casa dei popoli la stessa funzione che ha la pietra angolare: da essa scaturisce tutta la costruzione. La sua vocazione è di assicurare compattezza all’edificio, tenendo insieme le sue strutture. Isaia, infatti, profetizza: Così dice il Signore Dio: “ Ecco, io pongo una pietra in Sion, una pietra scelta, angolare, preziosa, saldamente fondata: chi crede non si turberà (Is 28,16). Stretti a questa pietra viva, anche noi, pietre vive, siamo impiegati per la costruzione dell’edificio spirituale che è la Chiesa di Cristo (cfr 1Pt 2,4). Pietra angolare è il Messia, il Re delle genti, su di Lui è fondata la Chiesa, in Lui la Chiesa vive e cresce. Lo afferma Pietro nella sua prima Lettera: Avvicinandovi a lui, pietra viva, rifiutata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio, quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale, per un sacerdozio santo e per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, mediante Gesù Cristo (2,4).

I cristiani, pietre vive, come lui, si costruiscono come dimora spirituale, in cui, attraverso Cristo, rendono a Dio il vero culto. In Cristo, le separazioni, le inimicizie, le differenze, le estraneità, sono annullate nell’unità di un “solo corpo”.

La supplica finale dell’Antifona invoca la venuta del Re atteso e chiede salvezza per l’uomo di fango rivestito di regalità divina. (cf Giuseppe Liberto Il racconto dell’ Avvento Ed. Feeria Comunità di San Leolino).

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