IOR, nessuna attività di riciclaggio. E i fondi tornano in Vaticano.

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Proviamo ad immaginare una scena del delitto alla Agatha Christie. Tutti in una stanza a individuare il colpevole di un omicidio. Chi subito dichiara di non conoscere nessuno degli inquilini e di non essere stato nella casa al momento del delitto. Chi viene accusato e posto sotto processo. Chi cerca mandanti e arma del delitto. Ma con un colpo di scena rientra a casa la persona che si credeva fosse stata uccisa. Il “rimpatrio dei fondi”, confermato dall’Istituto per le Opere di Religione (IOR), con un comunicato del 18 novembre, può apparire meno drammatico. Sono tuttavia diversi gli elementi che meritano una riflessione, considerati l’impatto mediatico che la vicenda ha avuto per circa cinque anni, la pendenza di procedimenti penali, il danno anche di immagine subiti in ultima analisi dalla Santa Sede.

Tutta la storia inizia con un sequestro preventivo adottato dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma nel 2010, in quanto lo IOR non avrebbe fornito le informazioni necessarie al Credito Artigiano (ora Credito Valtellinese) per attuare gli obblighi di “adeguata verifica rafforzata” (vale a dire l’identificazione del titolare e dell’origine dei fondi) previsti dalla normativa antiriciclaggio italiana, e applicati allo IOR, che in una lettera della Banca d’Italia alle banche italiane è qualificato come un ente situato in un paese non europeo, che sempre la Banca d’Italia, nella stessa lettera considera a regime antiriciclaggio “non equivalente” a quello italiano.

I fatti sono quindi noti. Dopo l’adozione della Legge n. CXXVII, nel mese di giugno 2011 la Procura adotta un decreto di revoca del sequestro preventivo, che secondo l’ordinamento penale italiano è adottato quando “risultano mancanti, anche per fatti sopravvenuti, le condizioni di applicabilità”. Nonostante ciò, come precisa il comunicato dello IOR, “i fondi sono rimasti vincolati a causa di irrisolte questioni connesse all’adeguata verifica”.

Per quasi quattro anni i fondi sono quindi rimasti fermi in Italia, per poi essere “rimpatriati” in questi giorni. Cosa è accaduto nel frattempo? Molte cose. Ma forse possiamo racchiudere gli eventi in due fasi o “stagioni”.

La “prima stagione” è quella segnata da soluzioni dettate dall’emergenza, dettate dall’urgenza di risolvere problemi concreti (come il sequestro dei fondi in Italia), orientate ad una politica bilaterale (come mostra la scelta di soli italiani nei ruoli chiave dello IOR e nella neo nata Autorità di Informazione Finanziaria), e per così dire carismatica (che si concretizzava nel conferimento di un mandato forte a singole persone ai vertici dello IOR). Questa impostazione non ha prodotto i risultati attesi.

Sarebbe quindi maturata la consapevolezza della necessità di un cambiamento, e si è entrati quindi nella “seconda stagione”, caratterizzata da una politica della sostenibilità nel lungo periodo (concretizzata in due riforme della Legge n. CXXVII, la prima nel 2012 e la seconda nel 2013), orientata ad una politica più internazionale (come mostra la richiesta di un programma di verifica da parte del Comitato MONEYVAL del Consiglio d’Europa, e il coinvolgimento di non italiani ai vertici dello IOR e dell’AIF), e istituzionale (come mostra il consolidamento del quadro istituzionale e giuridico).

Con tali premesse appare quindi chiaro il tenore del comunicato dello IOR, secondo il quale: “Il rimpatrio dei fondi è stato ora reso esecutivo anche per effetto dell’introduzione da parte della Santa Sede, avvenuta nel 2013, di un solido sistema di prevenzione e contrasto del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo, e di vigilanza. Sistema riconosciuto dal Comitato MONEYVAL del Consiglio d’Europa nel dicembre 2013.”

Rimane da chiedersi se le “questioni connesse all’adeguata verifica”, che non hanno consentito il “rimpatrio dei fondi” potevano essere risolte prima, considerato anche il coinvolgimento nello IOR negli ultimi due anni, molto pubblicizzato, di consulenti esterni. Se la presa di posizione del Credito Artigiano (ora Credito Valtellinese) fosse obiettiva oppure condizionata dal contesto storico del 2009-2010. E soprattutto quali fossero gli elementi di sospetto, dal momento che, secondo quanto è stato riportato nei media, gli utenti dello IOR implicati sarebbero esclusivamente soggetti ecclesiastici, e non laici. Fatto singolare, se si pensa che si era nel periodo 2008-2010, e solo successivamente sarebbe stata proclamata la “tolleranza zero” verso i cosiddetti conti laici.

Che conclusioni trarre? Difficile dirlo. Colpisce oggi ripensare oggi alla retorica del “passo indietro” alimentata da alcuni media proprio nella fase in cui avveniva un deciso cambio di politiche, di soluzioni tecniche e di uomini, che in tempi relativamente brevi avrebbero prodotto risultati a livello internazionali, e posto le premesse per risolvere quello che appariva o che veniva fatto apparire come il “caso dei casi”, ossia il sequestro preventivo dei fondi dello IOR. Una soluzione istituzionale quindi, se è vero, come trapelato sempre nei media, il rimpatri dei fondi è passato anche per la collaborazione tra l’AIF e l’UIF.

A fronte quindi dell’avallo di Moneyval, e di paesi sia europei sia non europei, rispettabili sul piano della lotta al riciclaggio e al finanziamento del terrorismo, quali Germania, Stati Uniti, Gran Bretagna o Francia, per quanto ancora sarà considerato a regime “non equivalente” dalla Banca d’Italia il sistema antiriciclaggio vaticano? Proprio questo il punto forse interessante da seguire nei prossimi mesi.

Resta di fatto che la politica internazionale della Santa Sede non era un atto provocatorio né ostile all’Italia, ma anzi una scelta basata su una chiara responsabilità e sulla consapevolezza che il rispetto, anche da parte dell’Italia, poteva essere un punto di arrivo, e non di partenza, dando prova di notevoli riforme e in tempi brevi, e soprattutto poste in chiaro le rispettive sfere di autonomia e di sovranità, anche nel settore finanziario.

Questa forse la notizia, ossia quella di una vicenda che dopo le stagioni delle politiche carismatiche il carosello dei consulenti esterni – certamente utili, ma sempre esterni – viene risolta in maniera istituzionale, coerente al sistema antiriciclaggio interno, e rispettosa del sistema antiriciclaggio della controparte.

Tornando all’immagine iniziale, resta ora in piedi un processo penale presso il Tribunale di Roma a carico di alcuni dirigenti dello IOR per presunte attività di riciclaggio che inizialmente si ritenevano connesse proprio ai fondi prima dissequestrati, e ora rimpatriati. Un processo che fu anche mediatico e a danno non solo dello IOR ma della stessa Santa Sede.

La risposta della Santa Sede è stata quella dell’apertura e della trasparenza, difendendo tuttavia le proprie prerogative sovrane. Come l’imputato del Processo di Kafka, che “non aveva più scelta, se accettare o rifiutare il processo, vi era dentro e doveva difendersi.”

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