Papa Francesco torna sui temi della famiglia e tanto altro con il movimento Schoenstatt

Un grande affresco sulla famiglia quello che Papa Francesco ha offerto ai membri del movimento apostolico Schoenstatt che celebra cento anni di vita. sabato mattina nell’ aula Paolo Vi in Vaticano si è svolta una vera festa della famiglia. All’incontro hanno partecipato circa 7.500 persone, è stato animato da un dialogo dei presenti col Pontefice e da testimonianze e video di comunità, sposi, famiglie e giovani provenienti da una cinquantina di Paesi. Il Papa è tornato sui temi che anno animato il sinodo e stigmatiza una brutta tendenza solciologicoa; quella di  considerare la famiglia come una “associazione”.

Il movimento di Schoenstatt nesce nel 1914  grazie a padre Josef Kentenich, che diede vita all’iniziativa con un gruppo di giovani seminaristi, attraverso un atto chiamato “Alleanza d’Amore con Maria”. Con la Seconda Guerra Mondiale, l’esperienza si rafforzò e, dopo un duro periodo d’internato nel campo di concentramento di Dachau, padre Kentenich “partì verso quelle che erano le periferie del mondo di allora, Argentina, Brasile, Cile, Uruguay e Sudafrica, per servire la Chiesa”, come ha ricordato nei saluti il Superiore dei padri di Schoenstatt, padre Heinrich Walter. Nel tempo il movimento si è esteso in tutto il mondo.

Ecco le parole del Papa in risposta alle domande poste da alcuni del movimento:

All’interno del problema che voi toccate nel fare le domande, c’è una cosa molto triste, molto dolorosa… Penso che la famiglia cristiana, la famiglia, il matrimonio, non sia mai stato tanto attaccato come in questo momento. Attaccati direttamente o attaccato di fatto. Può essere che mi sbagli… Gli studiosi della Chiesa, ce lo potranno dire. Ma che la famiglia sia colpita, che la famiglia venga colpita e che la famiglia venga imbastardita, come – va bene – è un modo di associazione… Si può chiamare famiglia tutto, no? Quante famiglie sono ferite, quanti matrimoni rotti, quanto relativismo nella concezione del Sacramento del Matrimonio. In questo momento, da un punto di vista sociologico e dal punto di vista dei valori umani, come appunto del Sacramento cattolico, del Sacramento cristiano, c’è una crisi della famiglia, crisi perché la bastonato da tutte le parti e che lasciano molto ferita! Quindi è chiaro che non c’è altra scelta da fare..

Quindi la tua domanda: “Che possiamo fare?”. “Si possiamo fare un bel discorso, delle dichiarazioni di principio… Questo bisogna farlo, certo! Con le idee chiare: “Guardate, quello che stanno proponendo non è un matrimonio! E’ una associazione. Ma non è matrimonio! E’ necessario, a volte, dire le cose molto chiare e questo dobbiamo dirlo! La pastorale aiuta, ma solamente in questo è necessario che sia “corpo a corpo”. Quindi accompagnare. E questo significa anche perdere il tempo. Il più grande maestro del perdere il tempo è Gesù! Ha perso il tempo accompagnando, per far maturare la coscienza, per curare le ferite, per insegnare… Accompagnare è fare un cammino insieme. Evidentemente è stato svaluto il Sacramento del Matrimonio e dal Sacramento si sta passando al rito: la riduzione del Sacramento ad un rito! Quindi si fa del Sacramento un fatto sociale: sì religioso, certo devono essere battezzati, ma il forte è il rito… Quante volte ho incontrato nella vita pastorale, gente che convive: “Perché non vi sposate?; “No! Bisogna fare la festa, non abbiamo soldi…”. Il sociale copre la cosa fondamentale, che è l’unione con Dio. In Buenos Aires mi ricordo che ad un parroco venne l’idea di celebrare il matrimonio a qualsiasi ora: perché normalmente si fa il giovedì, il venerdì il matrimonio civile e il sabato il matrimonio sacramentale… Chiaro che non si poteva far fronte ad entrambi i momenti: c’era, per esempio, un festeggiamento nel primo… E molti, molti religiosi, per favorire questo: all’ora che vogliono… Terminata la cerimonia civile, passavano per la parrocchia per il matrimonio ecclesiastico… E’ un esempio di facilitare. Facilitare la preparazione, perché non si può preparare fidanzati al matrimonio con due incontri, con due conferenze… Questo è un peccato di omissione da parte nostra, dei sacerdoti e dei laici che normalmente siamo interessati a salvare la famiglia. La preparazione al matrimonio deve essere più lenta, bisogna accompagnare i fidanziati a questo “corpo a corpo” e prepararli, facendoli comprendere quello che stanno facendo. Molti non sanno quello che fanno! Si sposano senza sapere cosa significhino le cose che promettono: “Sì, sì! Tutto va bene!”. Ma non hanno presa coscienza che è “per sempre”… Questo metterlo in alto. Questa cultura del provvisorio, che stiamo vivendo non solo nella famiglia, ma anche tra i sacerdoti… Mi diceva un vescovo che gli si presentò un ragazzo eccellente che gli disse: “Vorrei essere un sacerdote, ma solo per 10 anni. E poi vorrei….”. E’ la cultura del provvisorio. E’ a tempo! Il “per sempre” è come se si dimenticasse! E’ necessario recuperare molte cose nelle famiglie ferite di oggi. Molte cose! Ma non bisogna scandalizzarsi di ciò che  avviene in famiglia, di niente… Drammi familiari, distruzione delle famiglie, i bambini… Nel Sinodo, un vescovo si è fatto questa domanda: “Sono coscienti i sacerdoti di quello che soffre un bambino quando i genitori si separano?”. Sono le prime vittime! Come accompagnare i bambini, come aiutarli affinché i genitori che si separano non usino come ostaggi i bambini! Quante psicologie pseudo patologica, persone che distruggono con la lingua gli altri, viene dall’essere stati educati da un papà che parlava male della mamma e da una mamma che parlava male del padre. Sono cose alle cui bisogna avvicinarsi, in ciascuna famiglia, e accompagnarle. Che abbiano coscienza di quello che fanno. Ci sono situazioni diverse oggi, no? Non si sposano, prendono la loro casa, hanno il loro fidanzato, la loro fidanzata ma non si sposano… Una mamma mi chiedeva: “Padre, cosa posso fare perché mio figlio che ha 32 anni si sposi?”; “Prima di tutto che abbia una fidanzata, signora!”; “Sì, sì! Ha una fidanzata, però non si sposa!”; “Allora, signora, se ha una fidanzata e non si sposa, non gli stiri mai la camicia! Vedrà che così si sposa!”. Quanti non si sposano; quanti convivono completamente, o –  come ho visto nella mia stessa famiglia – convivenze part-time, da lunedì a venerdì con la mia fidanzata e da venerdì a domenica con la mia famiglia… Sono nuove forme, totalmente distruttive e limitative della grandezza dell’amore del matrimonio. Ci sono tante convivenze, separazione e divorzi: per questo la chiave di come aiutare è “corpo a corpo”, accompagnando e non facendo proselitismo, perché questo non porta ad alcuno risultato. Accompagnare con pazienza, pazienza; una parola oggi, una domani… Vi suggerisco questo.

Risposta 2

La verità è che Maria è Colei che sa trasformare una stalla per animali nella casa di Gesù, con poche fasce e una montagna di tenerezza. Ed è anche capace di far saltare un bambino nel seno di sua madre, come ascoltiamo nel Vangelo. E’ capace di darci l’allegria di Gesù. Maria è fondamentalmente madre. “Ma, Madre è poca cosa; no, Maria è Regina, è Signora…”. Maria è madre. Perché? Perché ti ha portato Gesù. Vi racconto un aneddoto molto doloroso per me. Sarà stato negli anni ’80, in Belgio, dove ero andato per una riunione. Buoni cattolici, lavoratori. Mi invitarono a cena per un matrimonio. Vari figli. Cattolici. Erano professori di teologia, studiavano molto, e per il tanto studiare, avevano un po’ di febbre in testa, no? E allora, ad un certo punto della conversazione parlavano di Gesù – molto bene, eh? Veramente una teologia, una cristologia, molto ben fatta – e alla fine mi dissero: “Noi, conoscendo già Gesù così, non abbiamo bisogno di Maria, per questo non abbiamo devozione mariana”. Io rimasi gelato, questo mi rese triste, mi fece stare male. Come a dire che il demonio sotto una forma “migliore” toglie ciò che è meglio. Paolo dice che si traveste da angelo della luce. Ed è una Maria senza maternità. Maria è madre, primo, non si può concepire nessun altro titolo di Maria che non sia “la Madre”. Lei è Madre, perché genera Gesù e ci aiuta con la forza dello Spirito Santo, perché Gesù nasca e cresca in noi. E’ Colei che continuamente ci sta dando la vita. E’ Madre della Chiesa. E’ maternità. Non abbiamo il diritto – e se lo facciamo, ci sbagliamo – ad avere una psicologia da orfani. Ossia il cristiano non ha diritto di essere orfano. Ha una Madre! Abbiamo una Madre! Un anziano predicatore, con grande vivacità, parlando a questi tipi con psicologia da orfani, terminò il suo sermone dicendo: “Bene, quello che non vuole Maria come Madre, l’abbia come suocera!” Madre. E’ una madre, che non solo ci dà la vita, ma che ci educa nella fede. E’ diverso cercare di crescere nella fede senza l’aiuto di Maria. E’ un’altra cosa. E’ come crescere nella fede, sì, nella Chiesa sì, ma in una Chiesa orfanotrofio, no? Una Chiesa senza Maria è un orfanotrofio. Quindi lei ci educa, ci fa crescere, ci accompagna, tocca le coscienze. Come sa toccare la coscienza per il pentimento. A me piace – ancora oggi lo faccio, quando ho un po’ di tempo – leggere le storie di San Alfonso Maria de Liguori – sono cose di altri tempi: il modo di raccontare… ma sono verità – dove racconta, dopo ogni capitolo, una storia edificante di come Maria… Nel Sud d’Italia – non so se in Calabria o in Sicilia – c’è la devozione alla Vergine dei mandarini, in una zona dove ci sono molti mandarini, no? E sono devoti della Vergine dei mandarini i cialtroni, i ladri. Questi sono devoti. E dicono che la Vergine dei mandarini li ama e la pregano, perché quando andranno in Cielo – Lei guarda la coda della gente che arriva, no? – quando vedrà uno di loro, gli farà così con la mano e dirà loro di non passare e di nascondersi. E nella notte, quando sarà buio e non ci sarà San Pietro gli aprirà la porta! E’ un modo molto folcloristico e molto popolare, di una verità molto grande, no, di una teologia molto grande: una madre si prende cura di suo figlio fino alla fine e cerca di salvargli la vita fino alla fine. Da qui la tesi di San Alfonso Maria de Liguori che un devoto di Maria non si condanna, no. Però, questa è l’ultima, no? Per tutta la vita sa toccare le coscienze – sa toccare le coscienze, no? – ci accompagna in questo, ci aiuta. Maria è quella che aiuta a far “discendere” Gesù. Nella discesa di Gesù lo porta dal Cielo a convivere con noi. E’ Colei che vede, si prende cura, avverte, c’è. C’è una cosa che a me arriva molto. La prima antifona mariana occidentale è copiata da una orientale che dice: “Sotto la tua protezione, cerchiamo rifugio Santa Madre di Dio”. E’ la prima, la più antica di Occidente. Questa però viene da una vecchia tradizione, che i mistici russi, i monaci russi, esprimono così: “Nei momenti di turbolenza spirituale, non ci resta altro che cercare rifugio sotto il manto della Santa Madre di Dio”, quella che protegge, quella che difende. Ricordiamo dell’Apocalisse: “Quella che esce con il bimbo in braccio, correndo, perché il drago non divori il bambino”. Per tanto che conosciamo Gesù, nessuno può dire di essere tanto maturo da prescindere da Maria. Nessuno può prescindere dalla sua Madre. Noi argentini quando incontriamo una persona che mostra segni di cattiveria, ha un brutto comportamento, un po’ per mancanza – perché non le vuole bene o perché l’ha abbandonato – dell’affetto di sua madre, abbiamo una parola forte, che non è una brutta parola, ma è un aggettivo forte, gli diciamo: “Questa persona è un orfano”. Il cristiano non può essere un orfano, perché ha Maria come Madre.   

Risposta 3

Parto da una frase di Papa Benedetto XVI: “La Chiesa non cresce per proselitismo, ma per attrazione”. L’attrazione la dà la testimonianza. Primo consiglio: testimonianza. Vivere in modo tale che negli altri vinca voglia di vivere, come noi! Testimonianza, non c’è altro! Non c’è altro! Vivere in modo che altri si interessino e chiedano: “Perché?”. E’ la testimonianza, il cammino della testimonianza non c’è nulla che lo supera… Testimonianza in tutto. Noi non siamo salvatori di nessuno, siamo trasmettitori di qualcuno che ci salvò a tutti e questo possiamo trasmetterlo soltanto se assumiamo nella nostra vita, nella nostra carne e nella nostra storia la vita di questo qualcuno che si chiama Gesù. Essere testimoni: testimoni! E questo non soltanto nelle opere di carità. Certo che bisogna farle, perché è il protocollo con il quale ci giudicheranno tutti: è in Matteo 25… Quindi bene, testimonianza nelle opere di carità…Nel lavoro di promozione, di educazione, del fare cose per gli altri: non solo questo… Ma testimonianza di vita! Come vivo io? Ho una doppia vita: mi proclamo cristiano, ma vivo come pagano? La mondanità è spirituale, è lo spirito del mondo? Quella che Gesù condanna tanto: basta leggere il Vangelo di Giovanni e come si ripete questo. Io lo condivido più o meno con la mia fede cristiana? Metà e metà? Testimonianza: è afferrare tutto! E’ una scelta di vita. Scusate, io testimonio per questa è la conseguenza di una opzione di vita. Questo è il primo passo: se non testimonio non posso aiutare né un giovane, né un vecchio; nessuno! Evidentemente tutti noi vacilliamo, tutti siamo deboli, tutti abbiamo problemi e non sempre diamo una buona testimonianza; ma la capacità di umiliarci dentro, la capacità di chiedere perdono quando la nostra testimonianza non è quella che dovrebbe essere… Ma una testimonianza che abbia anche la capacità di farci muovere, di farci uscire, di andare in missione: che non è fare proselitismo, è aiutare, condividere e che vedano come lo facciamo e quello che facciamo. Io mi ripeto molto in questo: una Chiesa che non esce, è una Chiesa di snob (exquisitos); un movimento ecclesiale che non va in missione è un movimento di snob (exquisitos). E quindi anziché andare a cercare per attrarre, per aiutare o per dare testimonianza, passano il tempo a pettinare le bambole, in gruppetti: sono “parrucchieri spirituali”… Questo non va! Uscire, uscire da noi stessi. Una Chiesa, un movimento o una comunità chiusa si malata: ha tutte le malattie delle chiusure… Un movimento, una Chiesa, una comunità che esce, si sbaglia… Si sbaglia, ma è tanto bello chiedere perdono quando si sbaglia! Non abbiate paura! Uscire in missione; uscire in cammino. Siamo camminatori! Però attenzione, Santa Teresa lo avvisava: lungo il cammino, ci piace un bel posto e ci fermiamo lì e ci dimentichiamo che dobbiamo andare avanti… Non fermarci! Riposarci sì, ma poi andare avanti camminando. E camminatori, non erranti: perché si esce per dare qualcosa, si esce in missione, ma non si esce per fare giri su se stessi, come in un labirinto, che noi stessi non riusciamo a comprendere. Camminatori e non erranti! E lì, con la missione la preghiera. Nessuno può dire “Gesù Cristo è il Signore” se lo Spirito Santo non te lo ispira. E per questo è necessario pregare! E’ necessario riconoscere che hai lo Spirito Santo dentro e che è lo Spirito Santo stesso che ti dà forza per andare avanti. La preghiera: non lasciare mai la preghiera; la preghiera alla Vergine. E’ una cosa che nella confessione io sono solito domandare: “Bene, come va il tuo rapporto con la Vergine?”. Il Rosario, la preghiera: torniamo a quello che diciamo davanti alla Madre, perché la Madre mi cerchi, mi accompagni, mi dica dove è manca il vino… Sono cose che fa Lei. Preghiera, missione, uscita. E una cosa che voi giovani avete è la tentazione di stancarsi(affaticarsi). O perché non arrivano i risultati o perché lo spettacolo è finito e siete molto annoiati e cercare un’altra cosa… Al primo sintomo della stanchezza, della stanchezza nel cammino in qualsiasi forma, aprite la bocca per tempo, chiedete consiglio per tempo: “Mi sta succedendo questo: sono uscito con la quarta e ora sono in marcia indietro….”. La tentazione della stanchezza è molto sottile, perché dietro la tentazione della stanchezza di andare in missione, si nasconde l’egoismo. E si nasconde, in ultima istanza, lo spirito mondano di avere le comodità e di star bene, di passarsela bene e come si vuole. Quindi io ti direi: testimonianza affinché la luce brilli e, attraverso di noi, si vedano le cose belle fatte dal Padre attraverso. Quindi testimonianza, affinché vi chiedano perché vivete così; coerenza di vita; camminare, ma camminatori e non erranti; e guardarsi dalla tentazione della stanchezza. Non riesco a pensare ad altro… “Che consiglio ci dà per invitare i nostri amici a condividere una vita più piena in Cristo?” Credo che questo basti, no?

Risposta 4

Non ho la più pallida idea! Un po’ per la personalità, direi di essere un poco incosciente, no? Quindi l’incoscienza mi porta ad essere temerario. Non so spiegare quello che lei mi sta chiedendo. Non lo so. Sinceramente, no? Prego e mi abbandono. Però, mi costa pianificare. Non so… Queste due cose mi arrischio a dire, che il Signore mi ha dato la grazia di avere una grande fiducia, di abbandonarmi alla sua bontà, no? Incluso nei momenti di maggiore peccato. E siccome Egli non mi ha abbandonato, allora questo mi rende più fiducioso e mi fa andare avanti con Lui. Ho molta fiducia, so che Lui non mi abbandonerà. E prego, no? Questo sì, chiedo. Perché sono anche cosciente che tra tante cose cattive e tanti sbagli che ho fatto, quando non mi sono abbandonato al Signore e quando ho voluto controllare io il timone, ho voluto prendere quel cammino tanto spinoso dell’autosalvazione, come dire io mi salvo compiendo (facendo), no? Con il compimento! Compi e mento, no? Il compimento. Che era la salvezza dei dottori della legge, dei sadducei, questa gente che rendeva la vita impossibile a Gesù, no? Però, non so. Sinceramente, davvero, non saprei spiegarlo. Mi abbandono, prego. Però, mai viene a mancare. Lui non manca. Lui non manca. E ho visto che Lui è capace, non dico attraverso di me, ma attraverso la gente, di fare miracoli. Ho visto miracoli che il Signore fa attraverso la gente che prende questo cammino, quello dell’abbandonarsi nelle sue mani, no? Una cosa che direi, pure, – quando dico di essere un poco incosciente, no? -: l’audacia. L’audacia è una grazia. Il coraggio. San Paolo parlava di due grandi attitudini, che deve avere il cristiano per predicare Gesù Cristo: il coraggio e la pazienza. Ossia, il coraggio di andare avanti e la pazienza di sopportare il peso del lavoro. E’ curioso: quello che si dà nella vita apostolica, bisogna – bisogna – darlo anche nell’adorazione. Una preghiera senza coraggio è un’orazione inconsistente, che non serve. Ricordiamo Abramo, quando da buon ebreo mercanteggiò con Dio: “Sono 45, sono 40, sono 30, sono 20…” Ha la faccia tosta! Ha coraggio nella preghiera. Ricordiamo Mosè, quando Dio gli disse: “Guarda questo popolo, io non lo sopporto più, lo distruggerò; però tu stai tranquillo, perché ti metterò a capo di un popolo migliore”. “No, no. Se cancellerai questo popolo, cancellerai anche me”. Coraggio, eh? Nella preghiera, con coraggio. Pregare con coraggio. “Tutto quello che voi chiedete nel mio nome, se lo chiederete con fede e crederete di ottenerlo, lo avrete già”. Chi prega così? Siamo flosci. Il coraggio, no? La pazienza. Sopportare le contraddizioni, sopportare gli insuccessi nella vita, i dolori, le malattie, le situazioni dure della vita. A me ha impressionato che il vostro padre generale superiore, o direttore generale, abbia fatto riferimento alla incomprensione, che ha dovuto soffrire padre Kentenich e al rifiuto. Questo è il segno che un cristiano va avanti, quando il Signore gli fa attraversare la prova del rifiuto. E’ il segno, infatti, dei profeti. I falsi profeti non sono mai stati rifiutati, perché dicevano ai re o alla gente quello che volevano ascoltare. E quinti tutti: “Ah! Che bello!” e niente più. Il rifiuto, no? Lì sta la pazienza: sopportare nella vita fino ad essere messo da parte, rifiutato, senza vendicarsi con la lingua, con la calunnia, con la diffamazione. E poi, una cosa che è inevitabile, non vedere… Mi si chiedeva quale fosse il mio segreto. Non so, ma mi aiuta non guardare le cose dal centro – c’è un solo centro: Gesù Cristo – piuttosto guardare le cose dalla periferia, no? Dove si vedono più chiare, no? Quando uno si chiude in un piccolo mondo – il mondo del movimento, della parrocchia, dell’arcivescovato, o qui, il mondo della Curia – allora non afferra la verità. Sì, forse la afferra in teoria, ma non afferra la realtà della verità in Gesù. La verità si afferra meglio dalla periferia piuttosto che dal centro. Questo mi aiuta. Non so se sia il mio segreto o meno, però certamente… Mi ricordo che appena è cambiata la concezione del mondo, la visione cosmica del mondo, da Magellano in avanti – una cosa era vedere il mondo da Madrid o Lisbona e un’altra era vederlo dallo Stretto di Magellano – lì cominciarono a capire un’altra cosa, no? Quella rivoluzione che fa comprendere la realtà da un altro punto di vista. Lo stesso succede a noi. Se restiamo rinchiusi nel nostro piccolo mondo, che ci difende e tutto, non finiamo di capire e non finiamo di sapere quale sia la vera situazione di una verità. Mi dicevano… In questi giorni ho avuto un grande incontro con l’Associazione internazionale di diritto penale. Uno di loro, parlando delle esperienze – parlavamo in privato in quel momento – mi diceva: “A volte, padre, quando vado in carcere, mi capita di piangere insieme ad un carcerato”. E allora, qui c’è un esempio: lui vede la realtà del diritto, di quello che deve giudicare, come penalista, ma anche della piaga che si trova lì. Questa realtà la vede là, la vede meglio. Per me è la cosa più bella di questi giorni, che un giudice ti dica che ha avuto la grazia, ha la grazia a volte di piangere con un carcerato. Andare verso la periferia, no? Quindi, le direi una sana incoscienza, ossia che Dio fa le cose; pregare e abbandonarsi; coraggio e pazienza; e andare nella periferia. Non so se questo sia il mio segreto, però è quello che mi viene di dirti di quello che mi capita.

Risposta 5

E questo è rinnovare la Chiesa. Rinnovare la Chiesa non è fare un cambiamento qui, un cambiamento lì… Bisogna farlo perché la vita sempre cambia e quindi è necessario adattarsi. Però questo non è il rinnovamento. Qui stesso è una cosa pubblica, per questo ho il coraggio di dirlo “Bisogna rinnovare la Curia”; “Si sta rinnovando la Curia; la Banca Vaticana, è necessario rinnovarlo”. Tutti questi sono rinnovamenti esterni: questo è quello che dicono quotidianamente… E’ curioso, nessuno parla del rinnovamento del cuore. Non capiscono nulla di quello che significa rinnovamento della Chiesa: che è la santità, che è il rinnovando il cuore di ognuno.  Quello che mi aiuta – che è stata la tua domanda – è la libertà di spirito, la preghiera è che si preghi di più e lasci che lo Spirito Santo attui questa santa libertà di spirito, che lo porta a fare cose che danno un frutto enorme. Libertà di spirito! Che non è lo stesso di …. ; non è lo stesso! La libertà di spirito presuppone fedeltà e presuppone preghiera. Quando uno non prega, non ha questa liberta! Quello che prega ha libertà di spirito. La libertà di spirito non è non incapsularse – dico “incapsularse” e bisogna comprenderlo bene – in direttiva o cose che non si apprezzano… Torneremmo un’altra volta ad una caricatura dei dottori della legge, che sono così accurati, accurati nel compimento dei Dieci Comandamenti, che ne hanno inventati altri 600… Per essere ancora più accurati. Ma questo non aiuta!  Questo ti porta certamente a chiudersi, a incapsularti. Quando l’Apostolo elabora – a qualcuno di voi non piace, ma io lo dico… – quando l’Apostolo crede che stia facendo una buona elaborazione, le cose vanno avanti? Si sbaglia. E’ un funzionario, questo deve farlo un impresario… Noi dobbiamo fare questo cose? Sì! Però queste non sono le priorità, se non al servizio dell’altro, della libertà dello spirito, della preghiera, della vocazione, dello zelo apostolico, dell’uscire… A volte, ho visto, in alcune conferenze episcopali o in alcuni episcopato che hanno incaricati per qualsiasi cosa, per tutto, non scappa niente… Tutto perfettamente funzionante, tutto ben organizzato, ma mancano in alcune cose che potrebbero fare con la metà, con meno funzionalismo e più zelo apostolico, più libertà interiore, più preghiera… Questa libertà interiore, questo coraggio di uscire: Avanti! Questo del funzionalismo (burocrazia) perché ci aiuti lo ho spiegato bene nell’Evangelii Gaudium: potete verificare lì quello che intendo dire… Quando un cammino – ci aiuta certo – è vero? Quando si decentra. Il centro è uno solo: Gesù Cristo! Quando metto al centro il mio metodo pastorale, il mio cammino pastorale, il mio modo di attuarlo, decentro Gesù Cristo. Tutta la spiritualità, tutto il carisma nella Chiesa, i più diversi e i più ricchi, deve essere decentrati: al centro c’è Signore! Per questo quando Paolo, nella Prima Lettera ai Corinzi, parla del carisma, di questa cosa così bella del corpo, della Chiesa, come termina? Però voglio spiegarvelo ancora meglio… Termina parlando dell’amore e cioè quello che viene da Dio, il più proprio di Dio e che ci insegna ad imitarlo. Non dimenticate questo e fatevi molto domanda: “Io sono una decentrato in questo sentire o sto nel centro come persona o come movimento o come carisma?”. In castigliano – scusate, se parlo la mia lingua “porteña” (di Buenos Aires) – lo chiamiamo “figuretinos”…Il centro è solo Gesù! Sempre l’Apostolo è un decentrato, perché è servitore; è al servizio del centro. Il carisma decentrato non dice: “noi” o “io”; dice “Gesù”; “Gesù ed io”; “Gesù mi chiede…”; “Devo far questo per Gesù”. E’ sempre al centro! Sto orbitando nella persona di Gesù. Non vi dimenticate! Un movimento, un carisma necessariamente deve essere decentrato. Poi, una cosa che oggi ci viene chiesta, quando parliamo delle guerre. Stiamo soffrendo di disaccordi sempre più grandi: con la chiave del disaccordo possiamo rileggere tutta la domanda che voi avete fatto: disaccordi familiari, disaccordi testimoniali, disaccordi nell’annuncio della Parola e del messaggio; disaccordi di famiglia, di guerra. Il disaccordo è la divisione ed è l’arma che il demonio ha… Tra parentesi vi dico che il demonio esiste, se qualcuno avesse dei dubbi… Esiste! Esiste e attrae: il cammino è il disaccordo, che porta alla lotta, all’inimicizia… Babele, no? La Chiesa è il tempio di pietra viva, che edifica lo Spirito Santo e il demonio edifica questo altro tempio della superbia e dell’orgoglio, che crea disaccordi, perché non si comprende… E’ Babele, no? Da questo dobbiamo lavoro per creare una cultura dell’incontro! Una cultura che ci aiuta ad incontrarci, come famiglia, come movimento, come Chiesa, come parrocchia… Sempre ricercare come incontrarci. Solo vi raccomando di fare una cosa, una cosa bella, se volete farla, in questo giorni, perché altrimenti se ne va dalla testa e si dimentica: che prendiate il Libro della Genesi, la storia di Giuseppe e i suoi fratelli. Come tutte le storie dolorose, di tradimento, di invidia di disaccordo, finisce in una storia di incontro che fa sì che il popolo – per 400 anni – cresca e si rafforzi. Cultura dell’incontro! Leggete la storia di Giuseppe, sono vari capitoli della Genesi: vi sarà utile a comprendere quello che si intende con questo. Cultura dell’incontro e cultura dell’alleanza: Dio ci ha scelto, ci ha promesso e, nel mezzo, ha fatto un’alleanza con il suo popolo. Ad Abramo dice: “Cammina che io di darò quello che ti devo dare” e poca a poco gli dice che la discendenza che avrà, sarà ….: la promessa. Lo sceglie con una promessa. Arrivato il momento, gli dice: “Ora, alleanza”. E le diverse alleanze che fa con il suo popolo sono quelle che consolidano questo cammino di promessa e di incontro. Cultura dell’incontro e cultura dell’alleanza. E questo crea solidarietà: solidarietà ecclesiale. Sapete che è una delle parole che disuso. Come tutti gli anni, la Accademia Reale di Spagna si riunisce per vedere quali siano le parole nuove che nascono, perché siamo una lingua viva – e questo succede con tutte le lingue vive – e alcune parole spariscono perché sono morte, muoiono, non si usano: essendo una lingua viva, ha anche parole morte. Quella che è sul punto di morire, perché la vogliono uccidere, la vogliono cancellare dal dizionario è la parola “solidarietà”. E “alleanza” significa “solidarietà”; significa creazioni di legami, non distruzione di legami! E oggigiorno stiamo vivendo in questa cultura del provvisorio, che è una cultura di distruzione di legami. Parliamo dei problemi della famiglia, per esempio: si distruggono i legami, invece di creare legami. Perché? Perché stiamo vivendo la cultura del provvisorio, del disaccordo, della incapacità di fare alleanza. Quindi cultura dell’incontro. Questo crea una unità che non è bugiarda: è l’unità della santità! Voglio concludere con questo. Era molto comune nel popolo eletto nella Bibbia rinnovare l’alleanza, compiere il rinnovamento dell’alleanza: si rinnovava un’alleanza in quella festa o in quell’altra o dopo aver vinto una battaglia o essere stati liberati… Venuto di Gesù, non serviva rinnovare la alleanza: lui stesso partecipa a questo rinnovamento nell’Eucaristia. Quando celebriamo l’Eucaristia celebriamo il rinnovamento dell’alleanza e non solo simbolicamente, ma in modo molto profondo, molto reale. E’ la presenza stessa di Dio che rinnova l’alleanza con noi. Però non usiamo dirlo spesso perché altrimenti ci va via dalla testa, perché non è tanto di moda: il rinnovamento dell’alleanza nel Sacramento della Riconciliazione. Questo non lo dimenticate mai! Non dimenticatelo mai! Quando non mi confesso, perché non mi serve dirlo al sacerdote, qualcosa andrà male…. Questo rinnovamento dell’alleanza nell’Eucaristia e nel Sacramento della penitenza e della Riconciliazione ci porta alla santità, sempre attraverso questa cultura dell’incontro, con questa solidarietà e con questa creazione di legami. Questo è quello che vi ho detto: in questo mondo di disaccordi, di diffamazione, di calunnia, di distruzione attraverso la lingua, quello che ci porta avanti è questa cultura dell’incontro, rinnovando l’alleanza. E’ chiaro, nessuno può educarsi da solo, ha bisogno che la madre lo educhi: così che la madre lo segua sempre, camminando avanti, in questo rinnovamento dell’alleanza. Grazie

Fonte. Il sismografo

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