Pakistan: Asia Bibi condannata

Come purtroppo ormai sappiamo giovedì 16 ottobre l’Alta corte di Lahore ha confermato in appello, al termine di un’udienza durata alcune ore, la pena capitale comminata in primo grado ad Asia Bibi, madre cristiana di cinque figli a processo per blasfemia e da anni nel braccio della morte (1930 giorni). E l’Istituto di studi politici San Pio V l’ha insignita del Premio speciale per la libertà religiosa.

La società civile pakistana ha manifestato preoccupazione per il verdetto, giunto al termine di almeno cinque rinvii nei mesi scorsi, esprimendo solidarietà; attivisti e organizzazioni pro diritti umani in tutto il mondo chiedono giustizia per la donna, diventata simbolo della lotta contro la ‘legge nera’ in Pakistan. Ora gli avvocati annunciano il ricorso alla Corte suprema, terzo e ultimo grado di giudizio, dove auspicano che la sentenza possa essere ribaltata.

Intanto il movimento Christian Solidarity Worldwide (Csw) ha lanciato un appello alla Corte suprema pakistana perché acceleri i tempi del processo, chiedendo al contempo sicurezza e garanzie per lei, che in carcere è stata minacciata di morte. In Pakistan i ricorsi alla Corte Suprema, che vanno presentati entro 30 giorni dal verdetto di appello, sono esaminati in media tre anni dopo l’avvenuta registrazione.

Il movimento per la libertà religiosa nel mondo auspica che “la Corte Suprema del Pakistan faccia davvero giustizia in questo caso, e che prevalga lo stato di diritto. Asia Bibi ha subito condizioni massacranti in quasi cinque anni di detenzione nel braccio della morte, in gran parte trascorsi in isolamento. La sua salute ha sofferto e ha avuto anche severe restrizioni per i visitatori. Il caso in appello ha subito molti rinvii e non sono mancati messaggi intimidatori a giudici e avvocati”.

Il ricorso della difesa, di cui fa parte il cristiano Naeem Shakir, è stato respinto dal collegio presieduto dal giudice Anwar ul Haq: “Il giudice ha ritenuto valide e credibili le accuse delle due donne musulmane (due sorelle) che hanno testimoniato sulla presunta blasfemia commessa da Asia. Sono quelle con cui Asia aveva avuto l’alterco e da cui è nato il caso. La giustizia è sempre in mano agli estremisti”, ha spiegato l’avvocato all’agenzia Fides, non nascondendo la sua amarezza e delusione.

Ora il marito di Asia incaricherà i legali di fare appello alla Corte Suprema, terzo e ultimo grado di giudizio in Pakistan. La donna, che ha cinque figli, ha sempre respinto le accuse. I fatti risalgono al 2009. Il 14 giugno di quell’anno Asia era andata a prendere dell’acqua da un pozzo per ristorarsi dopo il lavoro nei campi e poi l’aveva offerta alle donne musulmane che l’avevano aiutata, ma loro, indignate, l’hanno accusata di aver inquinato la fonte in quanto infedele e l’hanno denunciata per insulti al profeta Maometto.

Solo cinque giorni dopo, il 19 giugno, il mullah musulmano Qari Muhammad Sallam ha formalizzato l’accusa davanti alla polizia. Per la liberazione di Asia Bibi, dopo la prima condanna a morte. si era mossa la comunità internazionale ed erano state raccolte più di 400.000 firme. Anche papa Benedetto XVI aveva lanciato pubblicamente un appello per la donna.

In Pakistan le leggi sulla blasfemia sono state introdotte nel 1982 e nel 1986, con l’intento di proteggere l’Islam e la sensibilità religiosa della maggioranza musulmana, formulate in termini vaghi e applicate arbitrariamente da parte della polizia e della magistratura tanto da equivalere a minacce e persecuzioni delle minoranze religiose e dei musulmani stessi.

In particolare, secondo la sezione 295 del codice penale pachistano, “chi con parole, sia pronunciate che scritte, o con rappresentazione visibile, o con qualsiasi imputazione, alludendo o insinuando, direttamente o indirettamente, contamina il sacro nome del profeta Maometto (pace su di lui) è punito con la morte o il carcere a vita, ed è altresì suscettibile di multa”.

Il vescovo di Islamabad/Rawalpindi Rufin Anthony ha parlato di ‘decisione straziante’ dei giudici e ha lanciato un appello ai fedeli di tutto il mondo, perché ‘si uniscano alla preghiera per Asia Bibi e le altre vittime di blasfemia’. Inoltre la decisione, adottata da una corte d’appello del Pakistan, di confermare la condanna a morte nei confronti di Asia Bibi, una donna cristiana giudicata colpevole di blasfemia, è per Amnesty International un atto di ‘grave ingiustizia’:

“Questa è una grave ingiustizia. Asia Bibi non avrebbe mai dovuto essere processata, tanto meno condannata a morte. L’idea che potrebbe pagare con la vita un litigio è raggelante… Sussistono gravi preoccupazioni sull’equità del processo di Asia Bibi e le sue condizioni fisiche e mentali si sono fortemente deteriorate negli anni che ha trascorso, in quasi totale isolamento, nel braccio della morte. Dovrebbe essere rilasciata immediatamente e la sua condanna dovrebbe essere annullata”, ha dichiarato David Griffiths, vicedirettore per l’Asia e il Pacifico di Amnesty International.

Amnesty International ha ricordato che, per aver preso le difese di Asia Bibi e criticato le leggi sulla blasfemia, il 4 gennaio 2011 il governatore dello stato del Punjab, Salmaan Taseer, era stato ucciso da una delle sue guardie del corpo. Stessa sorte era stata riservata a un altro esponente istituzionale contrario a quelle leggi, il ministro per le minoranze Shahbaz Bhatti, ucciso dai talebani pakistani il 2 marzo 2011.

Ed il fratello di Shahbaz Bhatti, Paul Bhatti, leader dell’Apma (All Pakistan Minorities Alliance, che da sempre si batte in difesa delle minoranze religiose) ha detto che è una notizia molto triste e dolorosa: “In ogni modo, io ho comunque ancora speranza, in quanto questa non è una fase definitiva: ci sono altre fasi in cui si può fare ricorso…

Serve un gruppo di avvocati che possa gestire, discutere e portare alla Corte delle prove nuove, perché anche se queste due sorelle hanno testimoniato contro Asia, ci sono tanti altri punti da cui lei potrebbe essere prosciolta”. Infatti ad Asia Bibi ora resta solo la Corte suprema e l’avvocato Gill è ancora fiducioso:

“Ho promesso di fare tutto quanto in mio potere per aiutare Asia Bibi. Quindi non abbiamo altra scelta che ricorrere in secondo appello alla Corte suprema del Pakistan… Ci vorranno come minimo altri due anni, durante i quali Asia Bibi dovrà restare in prigione. Non ho ancora parlato con lei, per la famiglia è stato un duro colpo”. Il Presidente del Pakistan ha sempre il ‘potere’ di concedere la grazia, anche se in passato ha concesso ampio spazio a gruppi estremisti ed ha approvato la legge sulla blasfemia.

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