Il cardinale Bertone: in Papa Francesco c’è molto spirito salesiano

Il Cardinale Tarcisio Bertone compie oggi 80 anni. Vi riproponiamo parte di una intervista che ha concesso a Korazym nello scorso settembre per preparare il centenario di Don Bosco.

Eminenza, Lei ha lavorato per tre Papi. E la presenza dei salesiani in Vaticano è sempre stata speciale. A partire dal quel rapporto speciale tra San Giovanni Bosco e Pio XI, anzi con Achille Ratti. Pio XI lo ha canonizzato nel 1934…esattamente 80 anni fa.

Tra i miei scritti c’è un articolo molto documentato sulla collaborazione dei salesiani con la Santa Sede ed è curioso notare che prima ancora che i salesiani prendessero casa in Vaticano diversi di loro erano stati nominati vescovi (il primo fu il cardinal Cagliero, vivente Don Bosco), o chiamati a ricoprire uffici di responsabilità nella Curia Romana fino ai più alti gradi. Alcuni sono stati persino nominati Delegati Apostolici in Paesi dell’America Latina.

Prima di Don Achille Ratti, Don Bosco è stato visitato da Don Giuseppe Sarto, che dopo l’austero pranzo a Valdocco, ha cercato una trattoria nella periferia di Torino per rifocillarsi. Pio XI è rimasto entusiasta di Don Bosco e delle sue opere, giungendo a canonizzarlo nel giorno di Pasqua del 1934. Successivamente nel 1937 affidò ai salesiani la Tipografia poliglotta e l’ amministrazione dell’Osservatore Romano.

La tipografia. Un sogno pontificio antico che diventa moderno con i salesiani, L’ Osservatore Romano, il servizio fotografico, a cui si aggiunse la Libreria editrice, sono le braccia di Don Bosco per il Papa.

Don Bosco ha avuto sempre una particolare attenzione ai mezzi di comunicazione sociale e ha fondato varie tipografie impiegate alla pubblicazione di libri e di scritti soprattutto per i giovani e per la cultura popolare, era un apostolo della cultura popolare. Penso ai libri scolastici, penso alla SEI (Società Editrice Internazionale di Torino). E ha fondato una collana intitolata “Letture cattoliche”, un mensile chiamato poi “Meridiano 12”, vero mezzo di diffusione di cultura, che purtroppo non esiste più. Quindi tipografia ed editrice andavano di pari passo, in modo speciale per i libri scolastici che hanno sostenuto le scuole cattoliche e non cattoliche per decenni. Così con questa peculiare forma di collaborazione, nella Città del Vaticano, i salesiani diffondono l’insegnamento dei Papi e la dottrina cattolica, con un alto livello di aggiornamento dei mezzi tecnici di comunicazione. La professionalità dei direttori e delle maestranze è comprovata dalla qualità delle pubblicazioni nelle varie lingue, universalmente apprezzate.

Una volta in visita a Torino Giovanni Paolo II ricordò che a differenza di sant’Ignazio che non voleva che i gesuiti diventassero vescovi, don Bosco non poneva limiti: se ve lo chiedono accettate!  Pensa che Ignazio avrebbe dovuto imparare da San Giovanni Bosco?

Ogni santo ha il suo carisma e la sua impostazione della consacrazione religiosa e del servizio della Chiesa. Col tempo, vista la necessità della Chiesa, anche diversi gesuiti accettano e ricevono l’ordinazione episcopale. Lo stesso Papa Bergoglio ne è un esempio. D’altra parte, a volte i superiori generali degli Istituti di Vita Consacrata (non solo i gesuiti) resistono alla nomina episcopale dei loro membri perché ne vengono impoveriti gli Istituti stessi, anche se per una più grande dilatazione di servizio alle Chiese locali.

Don Bosco iniziò a Porta Palazzo, dai ragazzi poveri. Oggi a Porta Palazzo ci sono gli immigrati clandestini. Sembra che non sia cambiato molto nonostante l’impegno sociale ed evangelico dei santi. Lei ha girato il mondo anche come segretario di stato, cosa è mancato, o cosa manca, all’impegno dei cristiani?

Non si può dire che in generale l’impegno dei cristiani sia mancato nei confronti dei popoli che vediamo in grande mobilità. Anzi, l’impegno della Chiesa è aumentato grandemente nel corso degli anni e specialmente nell’ultimo secolo con una mole di attività caritative e formative di promozione umana, di educazione, di assistenza sanitaria che non ha eguali nel panorama della comunità internazionale (e molte nate sul ceppo della spiritualità di Don Bosco). Purtroppo, i focolai di guerre, lo sfruttamento egoistico delle risorse naturali, i conflitti a livello locale, si sono moltiplicati in progressione geometrica impedendo la pacifica convivenza, l’equa distribuzione dei beni della terra, un patto di cooperazione tra le religioni e le etnie, aumentando la miseria, i motivi di dissidio e l’intolleranza. In questo quadro così preoccupante è indubbio che l’impegno dei cristiani, soprattutto di coloro che hanno responsabilità politiche e amministrative, è ineludibile e prioritario per motivazioni etiche e più profondamente religiose. Da non dimenticare e da applicare concretamente è l’enciclica Caritas in veritate di Benedetto XVI, un manifesto dell’impegno di cristiani, che oltre a denunciare i deficit di giustizia e solidarietà, traccia il percorso da seguire per recuperare il rispetto della dignità delle persone, dei popoli e della natura.

Don Bosco fu missionario tra gli italiani immigrati in Argentina. Pensa che ci sia un po’ di salesianità anche nel gesuita Bergoglio?

Ricordiamo che il giovane Jorge Bergoglio ha avuto un rapporto familiare con i primi salesiani di Buenos Aires ed egli stesso cita colui che lo ha battezzato e poi lo ha seguito: il salesiano Don Enrique Pezzoli. All’ età di tredici anni, prima di entrare nella Compagnia di Gesù, ha passato un anno come interno al collegio salesiano Colegio Wilfrid Barón de los Santos Ángeles a Ramos Mejía, nel Gran Buenos Aires. Ha rievocato in una famosa lettera  questa straordinaria esperienza formativa: una lettera del 1990 scritta al salesiano Cayetano Bruno, lo storico della Chiesa argentina. Mi sembra che ci siano dei tratti di affinità molto marcati. Don Bosco parte dalla periferia, cerca i ragazzi sbandati e i ragazzi di strada, sta insieme a loro e donerà la vita a loro. Papa Bergoglio ci invita continuamente non solo a dialogare, ma a stare con la gente, anzi a camminare insieme. Pensiamo alla cultura dell’incontro, al rispetto e all’amore che ha per ogni persona, specialmente per quella più debole e bisognosa, e quindi a rifiutare la cultura dello scarto. Bisogna dire che nell’originalità creazionale di Dio, ci sono dei tratti comuni che si trasmettono di generazione in generazione attraverso i santi e attraverso i doni che lo Spirito continua ad elargire alla sua Chiesa.

Siamo vicini al Sinodo sulla Famiglia. Mamma Margherita e don Bosco. Un sacerdote e sua madre. Un carisma salesiano da riscoprire anche per i sacerdoti che provengono da una famiglia disastrata?

Ho conosciuto ottimi sacerdoti provenienti da famiglie divise o non credenti.  Il percorso vocazionale di alcuni è stato irto di difficoltà e di resistenze che a poco a poco sono state superate per la ferma volontà  dei candidati al sacerdozio e per il progressivo avvicinamento dei familiari alla Chiesa, madre misericordiosa, e al senso concreto di tale vocazione orientata- come dice Papa Francesco- a costruire ponti, a favorire l’incontro, la riconciliazione e la comprensione vicendevole. E non di rado sono state le mamme ad accompagnare i figli in queste situazioni, a mediare fruttuosamente, e a smussare le opposizioni.

Una domanda finale è per il futuro. La famiglia salesiana deve affrontare anche momenti difficili. Cosa vede lei di necessario per i prossimi 200 anni e più?

Si tratta di conservare lo spirito di Don Bosco che è partito dalla periferia della città di Torino pre-industriale , che si è misurato con le grandi periferie delle metropoli del mondo, con i ragazzi abbandonati, i ragazzi di strada, i ragazzi bisognosi di formazione, e quindi con quello spirito di fraternità e di solidarietà con il quale ha cercato di trasformarli in onesti cittadini e buoni cristiani. Certo una cura speciale va data alla formazione cristiana dei cattolici, senza annacquare la formazione proprio come ha detto Papa Francesco. Ma naturalmente nella espansione della Congregazione salesiana e nella successione dei tempi si è passati dalla cerchia dei cristiani alla molteplicità delle persone delle varie religioni di tutto il mondo, e quindi alla interiorizzazione di questo carisma anche da parte dei membri di altre religioni. É interessante constatare che il carisma salesiano si impianta bene in ogni cultura. Faccio un esempio: il Presidente della Mongolia ha chiesto alla Suore Salesiane di fondare un’università e ai salesiani di aprire una scuola professionale. La Mongolia non conta più che alcune centinaia di cristiani. Del resto ormai ci sono moltissimi istituti salesiani in tanti paesi islamici o buddisti. E a proposito di dialogo mi piace ricordare un salesiano giapponese che è stato sottosegretario del Pontificio Consiglio del dialogo interreligioso, don Giovanni Bosco Masayuki Shirieda. Insieme alla missionarietà c’è allora questo senso dell’universalità che è nel progetto di Papa Francesco e che si collega bene con l’esperienza salesiana: una reattività spontanea, immediata, fa accogliere facilmente il metodo salesiano e innestarlo con frutto in ogni cultura.

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