Buonomo: la diplomazia pontificia e le grandi questioni mondiali

A Pordenone per la presentazione del volume del cardinale Tarcisio Bertone “La diplomazia pontificia in un mondo globalizzato”, pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana – che fa da anteprima alla manifestazione “La LEV a Pordenone”, in programma nella città friulana dal 20 al 25 ottobre prossimi -, il professor Vincenzo Buonomo affronta in questa intervista i grandi problemi che oggi riguardano la comunità internazionale. Buonomo è ordinario di Diritto internazionale e direttore del Corso di laurea in Giurisprudenza presso la Pontificia Università Lateranense di Roma, esperto giuridico delle delegazioni della Santa Sede che partecipano alle riunioni e alle conferenze dell’ONU, della FAO, del Consiglio d’Europa e dell’OSCE, autore di monografie e saggi di diritto internazionale, diritti umani e cooperazione internazionale, e, nel gennaio di quest’anno, è stato nominato da Papa Francesco consigliere dello Stato della Città del Vaticano.

Professore, quale insegnamento ricaviamo da questo volume da lei curato, che riunisce numerosi interventi del cardinale Bertone nella sua veste di segretario di Stato?
L’idea di una diplomazia che si confronta quotidianamente con le grandi questioni mondiali. L’attenzione della diplomazia pontificia non è rivolta soltanto alla dimensione ecclesiale, della quale fa pur parte, ma alle istanze e ai bisogni di ogni uomo, per affrontare i problemi della famiglia umana.
Quali sono questi problemi? Possiamo forse iniziare dal tema della libertà di religione…
Premesso che l’interesse della Santa Sede è rivolto a tutti i credenti, non soltanto ai cristiani e ai cattolici, sono almeno due i grandi focus sui quali si orienta la riflessione della diplomazia pontificia. In primis, l’intolleranza nei confronti di chi vive una religione, oggi sempre più evidente quando si utilizzano le religioni in modo strumentale. Lo sguardo è aperto a tutto il mondo: la diplomazia pontificia è forse l’unica che riesce a esercitare un controllo capillare, essendo presente in 176 Paesi con rappresentanze pontificie e contatti diretti con le Chiese locali. In secondo luogo l’indifferenza verso chi vive una dimensione religiosa: la religione è confinata a un fatto privato, o meglio, la dimensione religiosa non è ammessa nello spazio pubblico.
Nel suo viaggio apostolico in Albania, Papa Francesco ha stigmatizzato l’uso strumentale della religione.
Nel suo primo incontro con il corpo diplomatico, Papa Francesco ha sintetizzato l’obiettivo della diplomazia nella necessità di “creare ponti”. Ecco allora che la Santa Sede assicura il suo apporto a diverse iniziative tese a garantire il dialogo interreligioso. Mi riferisco agli incontri periodici tra gli esponenti delle grandi religioni e le Nazioni unite, o alle recenti proposte dei grandi leader religiosi mondiali per tutelare la natura.
V’è poi l’impegno della Santa Sede nell’Organizzazione internazionale per il dialogo interculturale e interreligioso (il KAICIID), il cui obiettivo è quello di favorire la solidarietà e la formazione. E’ un’istituzione che raggruppa gli Stati che, mediante un’azione politica o giuridica, intendono sottolineare nei fori internazionali come la religione non possa mai costituire una causa di contrapposizione, essendo invece strumento di dialogo.
Assistiamo tuttavia a un crescendo dell’intolleranza religiosa. Ebbene: arginarla attraverso l’uso della forza non può essere una soluzione definitiva. Occorre lavorare piuttosto per formare le coscienze e costruire un dialogo in grado di accogliere reciprocamente le diversità.

Un altro tema di stringente attualità è quello dei flussi migratori. 

La facilità degli spostamenti è un fenomeno che fa parte della società globalizzata. Quali radici profonde spingono le persone a lasciare la propria terra? Molto spesso non è un generico desiderio di star bene, ma le necessità di sopravvivenza e di continuità di minoranze etniche, religiose, linguistiche, ma anche di minoranze economiche e perfino “ambientali”, che fuggono da condizioni sfavorevoli. Un effetto dei mutamenti climatici è proprio il costituirsi di “minoranze ambientali”, che sono costrette a cercare nuovi spazi. Sono temi che la Santa Sede affronta in una fattiva collaborazione anzitutto con due istituzioni internazionali: l’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati, chiamato alla gestione di oltre 30 milioni di rifugiati, e l’Organizzazione internazionale per le Migrazioni, che studia le cause del fenomeno e le possibili soluzioni, ricalcando spesso le linee del Magistero pontificio, che prevede un’azione non finalizzata solo alle emergenze, ma anche di tipo continuativo.
Siamo arrivati così alla questione ambientale. 
Sviluppo, cooperazione e ambiente costituiscono una grande tematica che vede la diplomazia pontificia impegnata in rapporti bilaterali con gli Stati, nell’intento di favorire la formazione, che è una garanzia di sviluppo. I problemi nascono infatti dalla mancanza di una formazione di base, quando si privilegia un’ecologia di tipo tecnico, dimenticando il fattore umano. Il tentativo di tradurre in pratica l’insegnamento del Magistero deve spingere le persone a sentirsi custodi della creazione, per la salvaguardia ambientale, ma anche partecipi della creazione, in vista di un utilizzo sostenibile delle risorse della terra, non egoistico e prolungato nel tempo.
Cosa si può dire invece innanzi al perdurare della crisi economica?
Nel Messaggio del Papa all’Organizzazione internazionale del Lavoro dello scorso giugno, non è indicata genericamente la necessità del superamento della crisi, ma una metodologia: in tutti i processi economici si deve partire dai bisogni della persona e non dagli effetti dell’azione economica sul mercato. La crisi è finanziaria e poi economica, ma è anche una crisi di valori: se l’idea prevalente rimane quella di difendere il libero mercato globale, senza garantire l’autodeterminazione dei mercati più poveri, dalla crisi non si esce.
È notizia di oggi che la privacy e la sicurezza informatiche a livello planetario siano a rischio…
La Santa Sede apprezza i livelli raggiunti dalla tecnologia, ma non tralascia i suoi risvolti. Anzitutto il digital devide, cioè il fatto che non tutti beneficiano di questi risultati. E poi l’osservazione che il sistema dell’informazione è ormai una realtà comune a diversi Paesi, cui non si possono dare risposte singole, ma occorre piuttosto una regolamentazione internazionale. Le situazioni non sono infatti più controllabili dai singoli Paesi, i crimini informatici sono spesso delocalizzati, e proprio mentre i sistemi di sicurezza dei Paesi sono in allerta contro il terrorismo, bisogna ricordare che la tutela del sistema delle informazioni è un modo per garantire la sicurezza.
Quale il legale tra informazione e terrorismo?
L’informazione è uno dei nodi da controllare. Pensiamo ad esempio al caso siriano-iracheno. Non siamo più innanzi a un conflitto asimmetrico contro una realtà non localizzabile com’era Al Qaeda. L’Isis è localizzabile, ed esercita un controllo territoriale che le garantisce l’uso delle risorse presenti in quel territorio. La difesa dei dati diventa pertanto essenziale.
Il Web non è più un fenomeno spontaneo, dal basso, ma va regolato. Il radicamento sociale determina anche la pericolosità sociale legata a comportamenti che necessitano di una regolamentazione sempre più stretta, visto che la Rete non ha confini.
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