Meriam e il Sudan: il racconto di Antonella Napoli

Meriam Yahia Ibrahim Isha, la giovane cristiana condannata a morte a Khartoum, in Sudan, per apostasia e poi liberata, il 24 luglio è arrivata con i due figli e il marito, Daniel Wani, in Italia su un volo della presidenza del Consiglio. La donna è scesa dall’aereo con la figlia più piccola, Maya, nata mentre la madre era in carcere, lo scorso 27 maggio, ed il figlio Martin, di un anno e otto mesi.

Nata da padre musulmano, Meriam era stata cresciuta nella fede cristiana dopo l’abbandono del padre, ma per la sharia anche la religione viene tramandata, di diritto, dalla linea paterna. Pur essendosi sposata con un cristiano, è stata accusata non solo di essersi convertita ad altra religione, ma anche di aver commesso adulterio in quanto il matrimonio tra fedi diverse non può essere riconosciuto. A rendere nota la vicenda è stata l’ong italiana ‘Italians for Darfur’, un’associazione per i diritti umani con sede a Roma, alla quale aderiscono giornalisti, artisti, educatori e operatori umanitari.

Nell’arco di un solo anno, il costante impegno e la convinta partecipazione alla causa del Darfur hanno permesso di accreditarsi presso le Istituzioni e i mezzi di informazione. Secondo quanto si desume da un rapporto dell’Osservatorio di Pavia per Medici Senza Frontiere, grazie proprio all’attività di Italians for Darfur, che nel 2007 ha promosso due Global Day e un concerto all’Auditorium ‘Parco della Musica’, le notizie sul Darfur nei maggiori telegiornali nazionali sono passate dalle 12 del 2006 alle 54 del 2007.

Sempre nel 2007, grazie all’accoglimento delle proposte dell’associazione da parte di alcuni parlamentari, sono state approvate due risoluzioni parlamentari sul Darfur e una risoluzione della Commissione Vigilanza della RAI. Quindi abbiamo contattato la presidente dell’associazione, la giornalista Antonella Napoli, a cui abbiamo chiesto di raccontarci il sentimento provato per l’avvenuta liberazione di Meriam:

“Ho provato un’immensa gioia e, finalmente, mi sono sentita più leggera. E’ stata una ‘liberazione’ anche per me. Quando Meriam è scesa dalla scaletta del volo di Stato che l’ha portata via dal Sudan con in braccio Maya che indossava il vestitino che le avevo donato quando ci siamo viste a Khartoum, ho capito che mi stava dicendo grazie. Era un messaggio per me, una cosa mia e sua, in quel modo testimoniava l’importanza di un legane che, pur senza conoscerci, ci aveva incatenate l’una all’altra”.

Quanto ha inciso la mobilitazione da tutto il mondo per la sua liberazione?
“E’ stata fondamentale. E’ giusto celebrare il grande lavoro della diplomazia italiana. Ed io sento di dover ringraziare particolarmente il vice ministro Pistelli che sin dall’inizio ha creduto in questa mobilitazione. Quando gli abbiamo chiesto aiuto non si è tirato indietro. Dobbiamo a lui la fine di questo incubo. Ma senza la pressione sul governo sudanese, che si è trovato a gestire questo caso con grande imbarazzo, la sua voce sarebbe stata meno ascoltata”.

Quale è la situazione dei cristiani in Sudan?
“Nel mio ultimo viaggio in Sudan ho raccolto l’appello dei vescovi di Sudan e Sud Sudan che hanno lanciato un inquietante allarme: la situazione giuridica dei cristiani nel Paese è sempre più a rischio.

Pur non ignorando i dettami della costituzione ad interim del Sudan, che garantisce pari diritti a tutti i sudanesi, senza alcuna distinzione di credo, i prelati denunciano che i cristiani sono considerati e trattati come cittadini di serie B. Anche se è permesso di assistere alle celebrazioni liturgiche, accusano, a Khartoum la libertà religiosa non sempre è garantita. Il caso di Meriam non è affatto isolato”.

C’è possibilità di una pace nel Darfur?“Quella in Darfur è una crisi incancrenita, che da oltre 10 anni insanguina una regione su cui non ci sono interessi diretti di chi avrebbe il potere di fare qualcosa di concreto per risolvere il conflitto. Neanche la missione ONU – UA dispiegata dal 2008 è stata messa nelle condizioni di essere efficace”.

Perché ha scelto di raccontare il dramma del Darfur?
“Ho toccato con mano, per la prima volta, e ho visto con i miei occhi e vissuto il dramma del Darfur da giornalista nel 2005. Ero al seguito di una missione del World Food Programme. Già allora la crisi umanitaria in questa regione sudanese dilaniata da una guerra iniziata nel 2003 era considerata, a livello mondiale, la più grave degli ultimi decenni.

Eppure la percentuale di coloro che conoscevano questa crisi era imbarazzante, soprattutto nel nostro Paese che ignorava del tutto cosa fosse il Darfur. La poca sensibilità dei media, e di conseguenza della società civile, nei confronti di questa tragedia era palese”.

Infine racconta il lavoro che svolge l’associazione: “Italians for Darfur dal 2006 ha lanciato la campagna per sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni su questa crisi dimenticata. Negli anni abbiamo portato alla luce molti casi di violazioni dei diritti umani e abbiamo salvato sei bambini soldato che rischiavano la pena capitale e due donne condannate alla lapidazione per adulterio dalla morte.

Inoltre da quattro anni operiamo anche in Sudan grazie a una ong locale guidata dal primo rifugiato che abbiamo aiutato in Italia e che è tornato nel suo Paese per fare cooperazione. Finora abbiamo realizzato un progetto di micro-orti, abbiamo aiutato a ricostruire una scuola, abbiamo creato un ponte aereo per dare cure ai bambini gravemente malati in Darfur e abbiamo attivato un ambulatorio di prevenzione a Nyala, capitale del sud della regione, usufruibile gratuitamente dalla popolazione.

Tutto questo senza fondi pubblici. Per questo lancio un appello a sostenere la nostra associazione che con le sole proprie forze è l’unica a battersi per la gente dimenticata del Darfur”. Il sito è: www.italianblogsfordarfur.it

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