Lampedusa ricorda la visita di Papa Francesco

Ad un anno dall’evento Lampedusa ricorda la visita di Papa Francesco, il quale ha inviato un proprio messaggio all’Arcidiocesi di Agrigento, ringraziando il Signore per questo gesto di vicinanza agli immigrati in ‘cerca di una vita migliore’.

“A distanza di un anno il problema dell’immigrazione si sta aggravando e altre tragedie si sono purtroppo susseguite ad un ritmo incalzante. Il nostro cuore fa fatica ad accettare la morte di questi nostri fratelli e sorelle, che affrontano viaggi estenuanti per fuggire da drammi, povertà, guerre, conflitti, spesso legati a politiche internazionali… Incoraggio le comunità cristiane e ogni persona di buona volontà a continuare a chinarsi su chi ha bisogno per tendergli la mano, senza calcoli, senza timore, con tenerezza e comprensione. Al tempo stesso, auspico che le Istituzioni competenti, specialmente a livello europeo, siano più coraggiose e generose nel soccorso ai profughi”.

Infatti dai ‘Migrants Files’ (che è un tentativo di costruire una base di dati unica sul fenomeno dei migranti che muoiono per raggiungere il vecchio continente) emerge chiaramente come una delle tratte più pericolose sia quella che coinvolge le acque del Mediterraneo tra l’Africa e il sud Italia: tirando le somme, tra il 2000 e il 2013 almeno 6.400 tra donne, uomini e bambini sono morti nel tentativo di raggiungere Lampedusa (quasi 8.000 se si allarga lo spettro all’intero Canale di Sicilia).

In tutto il mar Mediterraneo, secondo la stima del giornalista Gabriele Del Grande, dal 1988 allo scorso 30  giugno sono morte lungo le frontiere dell’Europa almeno 19.812 persone. L’agenzia Frontex stima un aumento dell’823% di arrivi di migranti in Italia nei primi quattro mesi del 2014 rispetto allo stesso periodo del 2013.  Secondo i dati del Ministero dell’Interno e secondo le stime di Save the Children, dall’inizio dell’anno sono arrivati via mare in Sicilia almeno 3.300 minori migranti, di cui 2.245 non accompagnati e 855 accompagnati, in maggioranza di origine eritrea, egiziana, siriana, gambiana, maliana, senegalese, nigeriana.

Raffaela Milano, direttore dei programmi Italia-Europa di Save the Children, ha ribadito la necessità di un’azione forte dell’Europa, soprattutto per accogliere i bambini: “E’ necessario che la compassione si tramuti subito in azione, che si assumano impegni precisi per cercare di scongiurare nuovi drammi.

In primo luogo, occorre dare continuità, anche con il supporto dell’Unione Europea, all’operazione Mare Nostrum che ha garantito in questi mesi un presidio fondamentale nel Mediterraneo, soprattutto se consideriamo la situazione critica che caratterizza la Siria, l’instabilità in Egitto ma anche la situazione fuori controllo in Libia. Nei confronti di questo ultimo paese è necessaria un’azione internazionale volta a rafforzare  il supporto immediato ai migranti che sono nel paese e di sostegno alla loro richiesta di protezione internazionale”.

Per comprendere meglio la situazione abbiamo incontrato a Loreto, l’ex parroco di Lampedusa, don Stefano Nastasi, per chiedergli come sono state accolte dal popolo lampedusano la proposta di candidatura al premio Nobel per la pace:

“Non penso che gli abitanti di Lampedusa abbiano bisogno di tali riconoscimenti, perché vivono la loro realtà quotidiana e cercano di dare risposte ai bisogni. Questi riconoscimenti ci possono pure stare, ma non risolvono i problemi quotidiani dell’isola o quelli dell’immigrazione. Il riconoscimento per quello che è stato fatto. Non è una popolazione che rincorre un riconoscimento ufficiale, ma è una popolazione che ha chiesto sempre di essere accompagnata e sostenuta nella condivisione di questa situazione”.

Lei ha detto anche di essere mosso allo stesso tempo da indignazione e compassione: cosa significano queste due parole? “Si riferivano al contesto della catastrofe dell’ottobre scorso. Compassione verso le persone colpite da quella tragedia; indignazione, perché si parla ancora tanto, a livello di governi e di prospettive politiche nuove, però alla fine nessuno si muove più di tanto. Si tamponano le emergenze, però non mi pare che ci siano una pianificazione nel tempo ed un confronto costante”.

Quale storia umana è rimasta nel suo cuore?
“Le storie sono tante; storie liete ed anche molto tristi. Chi cerca un fratello e non riesce più a trovarlo; lo deve pensare vivo, però molto probabilmente non c’è più. Ci sono anche storie liete di ragazze madri arrivate con il bambino, che dopo questi lunghissimi viaggi, hanno ricominciato una vita nuova. Ricordo la storia di una ragazza cristiana che, appena sbarcata nell’isola, mi chiese di battezzare la bambina. Ci sono tante storie belle di persone che magari hanno ricevuto solo un semplice sorriso od un abbraccio da qualcuno in una nuova realtà capace di accoglierla. Questi gesti sono necessari ad entrambi per uscire dall’isolamento”.

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