Il dramma umano e sacerdotale di Ernesto Buonaiuti, prete modernista

“Dramma umano e sacerdotale” quello di Ernesto Buonaiuti, che si innesta nelle vicende e tra i fervori del primo Novecento, con la Chiesa impegnata in una strenua difesa dagli attacchi del Modernismo, severamente bollato da Pio X con l’Enciclica Pascendi. Ne ripercorre la vita e i tormenti monsignor Giuseppe Centore – laureato in Teologia e in Filosofia, direttore emerito dell’Istituto di Scienze Religiose e del Museo Campano di Capua, che vanta oltre trenta pubblicazioni in poesia e altrettante in prosa – in un volume firmato per l’editrice Città Nuova e intitolato semplicemente “Ernesto Buonaiuti”, quasi fosse una tragedia greca che deriva il titolo dal nome del suo protagonista.

Negli anni Quaranta, al tempo della gioventù dell’autore, “circolava sulla stampa il nome di un prete modernista, Ernesto Buonaiuti, accompagnato dai raggelanti epiteti di eretico, scomunicato vitando, censurato”. Ecco allora la ragione di questo cimento letterario, che è anzitutto un invito a scoprire la personalità e il pensiero di Buonaiuti, sacerdote, intellettuale, docente di Storia del Cristianesimo, insieme alla sua avventura umana, inserita in una congerie storica assai delicata.

Centore ci dona un volume colto, documentatissimo, che assicura spazio a una pluralità di voci, denso di citazioni dello stesso Buonaiuti e delle testimonianze di decine di autori, che infittiscono il racconto di una trama esistenziale che sovrabbonda di ricerche e studi appassionati, di vastissima cultura e di fede incrollabile, ma parimenti di sofferenza e peripezie drammatiche, a causa delle sanzioni ricevute dai vertici dell’istituzione ecclesiastica.

Nato a Roma il 24 giungo 1881, Buonaiuti fu compagno di studi di Angelo Giuseppe Roncalli nel Pontificio Seminario dell’Apollinare, ricevendo l’ordinazione sacerdotale il 19 dicembre 1903. L’anno dopo, il 10 agosto 1904, avrebbe vestito e assistito il futuro Pontefice che diveniva presbitero nella chiesa romana di Santa Maria in Monte Santo. Figura complessa e poliedrica, nel 1905 fondò la “Rivista storico-critica delle scienze teologiche”. Appassionato dell’esplorazione storico-religiosa, fu il “rappresentante più autorevole e noto” del Modernismo in Italia. Modernismo che, “pur nell’apprezzabile proposito di offrire l’immagine di un cattolicesimo più aderente o corrispondente ai bisogni del tempo, sconfinò in tralignamenti, anche gravi, in campo non solo dottrinale ma di fede”, constata Centore.

Tre sono le fasi che il sacerdote individua nel pensiero di Buonaiuti, in ordine a un “ammodernamento” dell’assetto dogmatico cristiano: “un’adesione indiscriminata alla visuale di un empirismo immanentistico; un ripensamento critico volto a favorire una circolazione e a promuovere un interesse per le verità rivelate nel mondo culturale-laico circostante; una riconquista e accettazione totale dell’ortodossia cattolica fino alla più conclamata apologia”. Ben presto giunse lo scontro con l’autorità ecclesiastica, per via di una serie di interventi e di articoli. E uno dei punti cruciali della controversia tra il Sant’Uffizio e Bonaiuti fu quello relativo all’Eucarestia. Scomunicato una prima volta nel 1921, poi riconciliatosi, fu colpito nel 1924 da una nuova scomunica, non più revocata e seguita anzi dalla dichiarazione che egli era vitandus. Su richiesta della Santa Sede, fu anche allontanato dall’insegnamento universitario dal governo Mussolini.

Uomo dalla moralità irreprensibile, di eccezionale intelligenza e dall’erudizione sterminata, “con la stessa irrinunciabile naturalezza con la quale voleva che la sua veste talare e il suo corpo facessero tutt’uno, così s’industriò sempre a far sì che la sua anima aderisse strettamente alla lettera e allo spirito del Vangelo”. E questa intransigente adesione al testo sacro si ritrova nel suo rifiuto di prestare il giuramento di fedeltà al regime fascista imposto ai professori universitari. Solo in dodici, su 1100, si sottrassero a questa costrizione, e tra di essi Buonaiuti, aggiungendo così alla sua sorte di scomunicato vitando anche quella di perseguitato politico.

Nei suoi confronti non mancò mai, tuttavia, una “indulgente tenerezza” da parte dei Pontefici. Sintomatica è una frase di Pio XI, riferita da Arturo Carlo Jemolo che l’aveva appresa da padre Agostino Gemelli: “Possa Dio essere più misericordioso di quello che a Noi non è consentito di essere”. Mentre Papa Roncalli soleva pregare così per don Ernesto: “O Gesù accogli anche l’anima sua negli abissi della tua misericordia”. Gli fu inoltre di conforto quella che chiamava la Koionia, un nucleo di amici e di discepoli che si riuniva per momenti di raccoglimento, di preghiera e di studio, nei quali ciascuno condivideva con gli altri le proprie esperienze, e il “Maestro” rendeva tutti partecipi dei tesori del suo sapere e della sua fede.

“Ferite mai rimarginate nel suo cuore” rimasero la privazione dell’abito sacerdotale, una “scarnificazione”, e la perdita della cattedra universitaria. Eppure Centore lo definisce “sicuro di poter giustificare innanzi al tribunale di Dio la rettitudine delle sue intenzioni e la coerenza delle sue opzioni”.

Ernesto Buonaiuti morì il 20 aprile del 1946, sabato santo. Sulla sua lapide sepolcrale volle incisi “i più espressivi emblemi dell’ordine sacro: il calice e l’ostia” riferisce l’autore. “Per lui – nota – il combattimento con l’odiosamata Chiesa durò tutta la vita e non si concluse, purtroppo, nel segno di una mano assolvitrice e benedicente”. Ma, ricorda Centore, “ciò che passa tra un’anima e Dio, sul crinale che corre tra questa e l’altra vita, è un arcano sulla cui soglia bisogna arrestarsi e tacere”.

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