Laboratori di talenti: l’arte sacra racconta la teologia

Quando nel 1993 Papa Giovanni Paolo II visita il Centro Aletti c’è soprattutto nel cuore del Pontefice l’idea di unire Oriente ed Occidente nella teologia e nell’arte. “Qui- disse il Papa- si vede già come il vivere insieme, il conoscersi, l’affrontare approfondimenti comuni sia una via regale nella ricerca di una più profonda comunione fra le Chiese”. E la cosa che più coinvolge è la “filosofia” del Centro, il  modo proprio che caratterizza l’impostazione, un  calare lo studio e la ricerca in un ambito relazionale, sempre “privilegiando i rapporti interpersonali”.

Non solo teologia, non solo mosaicisti, non solo scambio culturale tra Oriente ed Occidente. Il centro è una scuola di vita e spiritualità.

A guidarlo c’è il padre gesuita Marko Ivan Rupnik, sloveno, che segue la scuola della spiritualità di Tomáš Špidlík indimenticabile teologo moravo caro al cuore di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI.

Opere d’arte magnifiche create con la tecnica del mosaico che si intrecciano con una profonda spiritualità. Una strada nuova da percorrere con la quiete di chi sa cosa conta davvero.

Un laboratorio di talenti non solo artistici ma soprattutto spirituali. 

La vocazione nell’arte 

É padre Rupnik a spiegarci perchè questo percorso artistico può essere utile in un discernimento vocazionale.

“Questa questione oggi è particolarmente complessa perché l’ arte contemporanea è talmente legata al soggetto e all’espressione del soggetto per cui si tratta proprio come nella vocazione, di aiutare a far scoprire al soggetto la dimensione universale. Si deve superare una realtà soggettiva rinchiusa nell’individuo e aprirsi ad una dimensione più universale. Io pendo che questa è una grande sfida dell’arte oggi, ma è anche una grande sfida della vocazione. Come l’artista contemporaneo cerca di esprimere se stesso nell’arte e di realizzare se stesso attraverso l’arte, penso che anche nel mondo delle vocazioni sia presente questa spinta ad una realizzazione dell’individuo, che realizzerà se stesso attraverso un’opera, o una vocazione. Io penso che questa sia una grandissima trappola.mosaicista

Del resto io penso che è per questo motivo che l’arte non interessa più la gente. Una mostra di un artista contemporaneo spesso la gente non la percepisce come qualcosa che la tocca. Ed ho paura che un po’ anche per la vocazione è così. Perché chi insegue una sua meta, un suo scopo, un suo progetto o programma non riesce a coinvolgere gli altri in modo davvero creativo. Quindi anche le vocazioni vissute come una auto realizzazione rimangono sterili. E per questo c’è anche una delusione dopo un po’ di tempo.

Mi piace spesso ricordare un abitudine dei tempi antichi. Quando un ragazzo andava in monastero per imparare la tecnica dell’affresco, e portava con se tutti gli attrezzi necessari, pennelli e colori  veniva ricevuto dal maestro che gli prendeva tutto, lo metteva in un armadio chiuso a chiave. E la ragazzo incredulo diceva: prima vivrai con me, imparerai e sari iniziato ad una vita nuova. Quando sari dentro sarà facile esprimerla, altrimenti se non avrai questa vita cercherai di fare tante cose, ma non riuscirai mai ad esprimere la vita.”

Parliamo di arte sacra. E’ un’ arte che racconta Dio e l’universale, in questo senso attira i giovani ?

“L’arte sacra attinge all’universale. Nelle gallerie è facile che si chieda all’artista: che significa quest’opera? E infatti spesso senza spiegazione non si comprende facilmente il senso di un’opera.

Invece in una chiesa se mi chiedono: padre mi può spiegare la sua opera? Io dico, non è la mia opera è la fede della Chiesa. Ognuno che crede arriverà pian piano a comprendere il mistero che si comunica. Perché l’arte sacra esprime il mistero della Chiesa, la fede della Chiesa, il mistero di Dio non una idea dell’artista. Questa è la grande differenza. Ed è proprio questo che comincia ad attirare tantissimo i giovani. Mi arrivano domande da tutto il mondo di artisti che vorrebbero venire a studiare da me e penso che il la cosa che li attira di più è questo, perché i giovani cominciano ad essere esausti del soggettivismo, ma non trova quasi nessuno che li aiuto ad uscire da questo.

Un problema è anche che tutti oggi “giocano” con il mondo digitale come se fosse l’unico modo per entrare in dialogo con giovani. La mia esperienza è proprio contraria. Ovunque vado a lavorare dopo qualche giorno vedo arrivare tanti ragazzi che si siedono in chiesa e ci guardano. E questa è una cosa che mi stupisce sempre. Ci sono ragazzi e bambini, anche 50 o 60.”

 

Il talento artistico per  evangelizzare 

Questa è evangelizzazione?

“Oggi ciò che manca e che cerco di fare nell’arte è la teologia. Perché oggi la gente non sa più nulla, non sa pensare teologicamente. E per imparare a pensare teologicamente non ci si può rinchiudere nei concetti, i soli concetti non sono sufficienti per la teologia. E’ questo che oggi non si capisce più. Per fare teologia non basta il concetto, l’idea e la parola. Ci vuole la carne il corpo, l’immagine il cosmo. E questo è il grande compito oggi. E in questo sento che i giovani sono molto attratti. La maggior attrazione che sperimento è anche nel vivere insieme, nella dimensione ecclesiale dell’arte sacra. Comunione in senso cristiano. Da noi si fa così al Centro Aletti, noi viviamo insieme, lavoriamo insieme, preghiamo insieme.”

Parliamo dello sviluppo dei talenti. Oggi c’è chi attraverso l’arte arriva ad una spiritualità più profonda, chi usa il talento artistico per arrivare ad un interiorità più intensa?

“Da noi è esattamente così. E’ l’unica cosa che sono convinto che funziona davvero. Gli artisti stessi potrebbero dire quanto è cambiata la loro vita, quanto si è arricchito il loro spirito il loro pensiero la loro esperienza attraverso gli anni di questo lavoro, uno accanto all’altro e accanto ad un sacerdote.

Il cantiere per me è una scuola più efficace che un ateneo. Oserei quasi dire che gli artisti della nostra squadra attraverso questi anni hanno raggiunto una conoscenza teologica tale che non so quanti di quelli che escono dalle facoltà possono dire altrettanto.”

Quando vi preparate a cantieri impegnativi come la Redemptoris Mater, o Lourdes o la basilica di Padre Pio a San Giovanni Rotondo, quanti dei vostri talenti “umani” mettete in gioco?

“Moltissimo. Io per affrontare Padre Pio ho studiato due anni. Adesso per affrontare Giovanni Paolo II a Cracovia sono stato un anno a rileggere le encicliche. E poi c’è il lavoro organizzativo. Enorme.”

Questi cantieri ricordano le botteghe rinascimentali? Lo sono anche in senso vocazionale?

“Si nascano  delle vocazioni ed una cosa molto interessante. Solo in questo momento ho otto sacerdoti che sono nella mia scuola. Perché è un approfondimento molto serio. Perché la vita comune, gli esercizi spirituali che noi facciamo regolarmente, la liturgia quotidiani, la lettura dei padri della Chiesa, insomma è davvero un cammino spirituale intensissimo.”

Una spiritualità incarnata 

Quando della spiritualità, teologia, e liturgia orientale c’è nel suo lavoro?

“Tantissima teologia. Perché non ogni teologia si può sposare con l’arte. Tanto è vero che in Occidente l’arte liturgica è morta proprio perché la teologia non la aiutava.

Ma su una pagina di San Efrem il siro troviamo più immagini che in quattro secoli di teologia moderna. Se una teologia può fare a meno delle immagini, dei colori, della storia vuol dire che è astratta. In Oriente la teologia non è ridotta ad un solo unico linguaggio. In Oriente si fa teologia scrivendo o dipingendo.

Come genere delle immagini io mi ispiro a tutto ciò che è successo prima del rinascimento, fino a quando il linguaggio era molto liturgico e teologico, fino a quando tutto non era visto solo con gli occhi dell’individuo. Perché dopo l’arte non è stata più teologica, può essere devozionale, perché è sempre un proiettarsi dell’individuo verso qualche cosa.”

Se oggi dovesse consigliare ad un giovane non proprio talentuoso artisticamente gli consiglierebbe comunque di seguire un percorso artistico per la sua formazione?

“Dipende sempre di che arte si tratta. Se è arte sacra si è utile, assolutamente. Il problema invece sono le accademie di Belle Arti che invece oggi sono poco utili. Quindi anche se un giovane avesse anche molto talento farebbe benissimo a seguire un percorso di arte sacra.”

Insomma i suoi cantieri sono dei laboratori di talenti evangelici?

“Si, certo si arriva ad un tale slancio della persona che è meraviglioso, si sboccia, si fiorisce.”

 

Articolo pubblicato sulla rivista Rogate di Aprile 2014

 

 

 

 

 

 

 

 

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