Parola o gesto, Benedetto e Francesco raccontati da Georg Gänswein

Gesti e parole, logos e immagine, come può un Papa comunicare più efficacemente, come può più efficacemente “fare diplomazia”? Domande adatte ad un incontro universitario. Come quello che si è vissuto alla Pontificia Università della Santa Croce in un pomeriggio assolato di giugno pochi giorni prima di un grande evento mediatico e diplomatico: la preghiera nei Giardini Vaticani del Papa con i presidenti di Israele e Palestina. In un università non si fa cronaca, ma si studia la cronaca. Anche quella che per i media sembra ormai inutile. Così è nata l’idea di una giornata di studio che avesse come “pretesto” il libro “ Sull’aereo di Papa Benedetto” (ed Libreria Editrice Vaticana) che lo scorso anno ho pubblicato raccogliendo le conferenze stampa in aereo di Benedetto XVI. La prefazione è di Georg Gänswein, Prefetto della Casa Pontificia e segretario di Benedetto.

Chi meglio di lui poteva aiutarci a capire il senso stesso di certe parole e il contesto stesso del modo di comunicare di Joseph Ratzinger nei grandi discorsi politici?  Al suo fianco Marco Tosatti, vaticanista di lungo corso, che ha raccontato il senso dei gesti nei viaggi papali e in particolare ha letto la gestualità di Papa Francesco.

Le relazioni hanno offerto l’occasione di ulteriori approfondimenti. I gesti e le parole dei Papi, il loro essere “diplomazia e comunicazione vissuta”. Un po’ il senso stesso del perché un libro debba raccogliere testi che sembrano destinati ad essere consumati in fretta. Del resto i vecchi discorsi di Benedetto ci aiutano a comprendere il magistero di Francesco. Una dimostrazione che spesso e volentieri i punti di “rottura” tra un pontificato e l’altro restano mere letture giornalistiche. Perché la Chiesa va avanti per passi, non per salti. Ed  è proprio questa è la sua grandezza.

Lo ha spiegato bene l’ arcivescovo Gänswein rispondendo alle questioni in aula al termine della conferenza.

“Per me – ha detto – all’inizio era sempre una cosa sorprendente leggere su uno stesso discorso sulla stessa azione, sullo stesso fatto due, tre, quattro, cinque sei giornali. E mi dicevo: ma raccontano la stessa cosa? Si vede che ogni giornalista, vede,  interpreta, presenta per quello che legge. Ma non è sempre così. Dopo poco tempo la mia domanda era: sono curioso cosa hanno lasciato dire al Papa, come è stato presentato? La questione era: come è autentico o quanto è autentico ciò che dicono o ciò che scrivono. Non è una critica. Diverse volte certi viaggi sono iniziati molto “controvento”, Papa Benedetto ha dovuto abituarsi al “controvento”, a differenza di quello che succede adesso. Ma mi ricordo come è cambiata l’atmosfera. In Inghilterra,  mi ricordo quando siamo usciti dall’aereo l’atmosfera era freddissima, poi man mano,  dopo i primi discorsi, i primi incontri, si vedeva un cambiamento che poi è arrivato al top dopo il discorso nella Westminster Hall, un discorso che ha proprio capovolto la situazione. C’era l’allora arcivescovo Nichols che disse “marvelous”! Abbiamo capito che questo ha capovolto l’atmosfera e da quel momento il “controvento” è cambiato. E questo si ripeteva in altri viaggi.

Ma le parole sono più chiare ed eloquenti dei gesti? O magari i gesti si possono fraintendere?

Marco Tosatti ha spiegato che “anche per discorsi di grandissimo rilievo e bellezza basta una “scemenza congiunturale” per conquistare il titolo, e il discorso bellissimo si riduce a due righe. E questo è ancora più comune nell’epoca dei 140 caratteri.”  Per Papa Francesco, dice il gesto è una  strategia e anche formazione: “la sua formazione è quella di lasciare, di gettare una idea e vedere le reazioni, come si sviluppano. E questo lo fa anche sui temi controversi all’interno della Chiesa.”

L’arcivescovo ha ricordato come nascono i gesti di Papa Francesco: “ lui stesso ne ha dato la interpretazione, spesso non sono pensati in precedenza, si lascia colpire dallo Spirito,lascia che gli vengano in mente in modo improvvisa. E’ una sua caratteristica e lo vedo ogni giorno lavorando con lui e accompagnandolo sentendolo, parlando con lui. E’ una forma mentis, non dobbiamo dimenticare che Papa Francesco è all’inizio di un pontificato ma ha 77 anni. Mi ricordo che ha detto subito: ho 76 anni non cambio. Questa era un idea chiara: il titolo, il sottotitolo e anche il testo. La forma, l’esperienza, le convinzioni, giustamente, che ha portato da Buenos Aires a Roma, vengono realizzate e concretizzate adesso non più come arcivescovo di Buenos Aires, ma come vescovo di Roma e pastore della Chiesa universale. L’aspetto dei gesti per lui è una caratteristica molto forte e questo lo distingue anche da Papa Benedetto che è un uomo del pensiero. E anche se lui spesso ha parlato a braccio, anche se si è  preparato. Era il suo stile, la sua esperienza la sua forma mentis. Per il mondo mediatico è chiaro un gesto parla molto più chiaramente, colpisce di più, un discorso è molto più impegnativo.

Con il cambiamento del mondo mediatico è più facile seguire un gesto dopo l’altro, se c’è un gesto chiaro forte, rimane.

Penso che un gesto che in se stesso è chiaro può anche essere volutamente mal interpretato ma si capisce benissimo. I gesti di Papa Francesco in Terra Santa sono chiari, altro è se qualcuno li interpreta in un altro modo. E del resto lui stesso ha detto ai vescovi italiani, non dimenticate i gesti, e lui da il suo esempio.”

Diverso il contesto nel quale si è mosso Benedetto XVI. “Papa Benedetto- ha spiegato il Prefetto della casa Pontificia,  ha avuto il grande vantaggio di lavorare per 23 accanto a San Giovanni Paolo II. Era conosciuto in Vaticano e anche fuori. Ma purtroppo c’erano moltissimi pregiudizi nei confronti del Cardinale Prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede. Per me è stato sempre incomprensibile, ma era così e questo è anche rimasto. All’inizio del pontificato forse era un po’ nascosto dall’entusiasmo, ma sotto sotto c’era sempre. Ma da Ratisbona, il 12 settembre 2006, da lì in poi i pregiudizi erano un po’ come i pretoriani: c’erano sempre. Purtroppo. Dove poi, riguardo ai viaggi, la sua presenza ha fatto capire che più anziano era,  più facile capire che i paletti dei pregiudizio si sono sciolti come la neve. Ma prima c’erano e questa è stata la mia esperienza, non poteva entrare in una strada dove non ci fossero le macerie, bisognava prima pulire la strada. E poi è anche quello che ha detto e non solo la presenza, passava prima per il cervello, ma toccava anche il cuore. Chi conosce un po’ da vicino la persona lo capisce bene.

Presenza, contenuto, ma poi si vedeva che Benedetto XVI ha dovuto soffrire ma non ha mai attaccato, ma ha cercato di rispondere in modo umile, in modo chiaro, autentico e non è mai fuggito, non ha mai cercato di non affrontare i problemi veri che ci sono, ma ha cercato di dare a risposta più adatta e autentica secondo lui.”

Un pomeriggio di studio che è piaciuto anche alla stampa che ha avuto occasione di porre qualche domanda più personale all’arcivescovo su come Papa Benedetto segue il pontificato di Papa Francesco. “Lo segue ogni giorno e ha seguito anche il viaggio in Terra Santa. Fa pochi commenti, questa è la sua natura. Pensa molto ma parla poco.” E a proposito della preghiera di domenica ha detto: “ è un invito importante speriamo che porti frutti.”

La foto è di Alessia Giuliani

 

 

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