Finanze Vaticane, l’AIF firma un accordo con l’autorità tedesca

Germania e Vaticano, un accordo per la cooperazione internazionale anti-riciclaggio. L’Autorità di Informazione Finanziaria vaticana ha siglato oggi l’accordo con il Zentralstelle für Verdacthstmeldungen del Bundeskriminalat, l’Ufficio di Polizia Criminale Federale tedesco che svolge anche le funzioni di Unità di Informazione Finanziaria. Dopo i protocolli siglati con Stati Uniti e Italia, la Santa Sede sigla un protocollo in un altro dei Paesi in cui l’Istituto delle Opere di Religione è attivo con conti di corrispondenza o investimenti.

L’Unità di Informazione Finanziaria tedesca non è un organismo di tipo amministrativo (come l’AIF o la UIF italiana), ma un organo di polizia. È considerato un omologo delle Unità di Informazione Finanziaria (raggruppate nell’Egmont Group, di cui l’AIF vaticano è membro dallo scorso luglio) e svolge attività di intelligence nei riguardi dei crimini finanziari.

“Questo protocollo di intesa – ha affermato René Bruelhart, direttore dell’Autorità di Informazione Finanziaria – rafforza il ruolo dell’AIF a livello internazionale e integra ulteriormente la Santa SEde e lo Stato di Città del Vaticano nell’impegno globale coordinato per combattere il riciclaggio del denaro e il finanziamento del terrorismo”.

I sempre crescenti investimenti in Germania dell’IOR (in maniera impropria cosiddetta “banca vaticana”) sono stati descritti come una volontà del Vaticano di sottrarre i propri capitali al controllo dell’Italia. In una informativa del 7 giugno 2012 (e finita come altri leaks di tipo finanziario sui giornali) le autorità italiane lamentavano come  “lo Ior, nel corso degli anni dal 2010 al 2012, abbia progressivamente concentrato all’estero la propria operatività, trasferendo presso la Deutsche Bank AG – Germania le somme depositate presso le banche italiane”.

Più che di una fuga di capitali, si era trattata di una valutazione di opportunità. La Santa Sede opera infatti a livello internazionale, non a livello di rapporti privilegiati con alcuni Paesi. E valuta i suoi investimenti con lo scopo – si legge nel rapporto annuale dell’IOR – di proteggere “i depositi e i beni patrimoniali dei suoi clienti investendo prevalentemente in titoli a tasso fisso, titoli di Stato e depositi a termine sul mercato interbancario. In media, meno del 6 % degli attivi totali è investito in titoli azionari e in fondi gestiti esternamente”.

La sigla dell’accordo con l’autorità tedesca dimostra che la Santa Sede non ha spostato parte della sua operatività in Germania per sfuggire ai controlli, anzi ha tutta l’intenzione di rafforzare la cooperazione internazionale con la Germania per quanto riguarda la lotta al riciclaggio e al finanziamento del terrorismo.

Questo dovrebbe anche chiudere una lunga diatriba tra Vaticano e Italia. Nel gennaio 2012, furono bloccati i POS (pagamenti con carte di credito) vaticani del circuito della Deutsche Bank Italia per il timore delle attività di riciclaggio.

Deutsche Bank Italia gestiva sin dal 1997 i POS dello Stato di Città del Vaticano. L’ispezione di Bankitalia – risalente al 2010, proprio quando era cominciato il percorso verso la piena trasparenza finanziaria della Santa Sede – ha invece voluto chiarire che Deutsche BankItalia è un soggetto di diritto italiano, e quindi vigilato dalla Banca d’Italia. La Deutsche Bank Italia ha dunque provveduto a chiedere l’autorizzazione. Ma questa è stata negata. Il motivo? Il fatto che la Città del Vaticano è considerata dall’Italia “Paese extracomunitario non equivalente” ai fini di vigilanza e di riciclaggio, cosa tra l’altro che è stata sottolineata da molte fonti “finanziarie” e “anonime” che hanno spiegato la vicenda a quanti hanno scritto della notizia in questi ultimi due giorni.

La decisione di Bankitalia lasciava anche qualche perplessità, dato che proprio il sistema delle carte di credito permette la tracciabilità, e nel caso dei POS vaticani della Deutsche Bank la tracciabilità era anche a disposizione delle autorità italiane, perché la Deutsche Bank Italia era sotto il loro controllo. I POS vaticani sono stati poi riattivati grazie ad un accordo con la società svizzera di servizi Aduno SA.

Nonostante il protocollo di intesa siglato dall’Aif con l’Unità di Informazione Finanziaria italiana, è sempre da parte italiana che arrivano i maggiori malumori riguardo le finanze vaticane, che sembrano invece avviarsi verso un ottimo rapporto sui progressi che sarà discusso dalla Plenaria del Comitato di esperti del Consiglio d’Europa MONEYVAL (del quale l’Italia non è membro ma osservatore) in programma dal 9 al 13 dicembre prossimi.

Ma anche il rapporto di MONEYVAL pubblicato nel luglio del 2012 era generalmente positivo,anche alla luce delle riforme del testo della originaria Legge n. CXXVII avvenute agli inizi dello stesso anno. Il paragrafo 11 del rapporto sottolineava infatti che “la legge antiriciclaggio revisionata ha introdotto un significativo numero di cambiamenti necessari ed apprezzati”.

Del resto, nella stessa fase della valutazione circa il rispetto delle Raccomandazioni GAFI (cosiddetto “terzo round”), nel 2005 l’Italia aveva ottenuto solo due voti positivi in più rispetto alla Santa Sede.

Anche l’Italia infatti agli occhi dei valutatori presentava diverse criticità su raccomandazioni essenziali. Per esempio, il GAFI lamentava una non adeguata verifica della clientela (customer due diligence) in situazioni a più alto rischio, e il fatto che mancassero norme specifiche per l’identificazione di persone politicamente esposte e l’obbligo di autorizzazione dirigenziale per stabilire un rapporto con questi soggetti. E poi, il GAFI metteva in luce anche qualche lacuna per quanto riguardava la segnalazione delle transazioni sospette, il cui sistema era considerato parzialmente conforme, anche perché le linee guida sulla materia risultavano limitate.

 

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